Dal rinvio a giudizio dell’ex collaboratrice del commercialista e consulente di Report alle interrogazioni parlamentari, fino allo scontro frontale tra centrodestra e opposizioni: la vicenda dei file “ultrasensibili” sottratti apre un fronte che va oltre il processo
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C’è un momento preciso in cui una notizia smette di essere un fatto giudiziario e diventa una questione di sistema. Nel caso Bellavia, quel momento arriva quando dalle carte emerge la dimensione dell’archivio: oltre un milione di file, quasi un terabyte di dati, una massa informativa tale da non poter essere liquidata come un incidente tecnico o una distrazione interna a uno studio professionale.
La Procura di Milano ha rinviato a giudizio un’ex collaboratrice del commercialista Gian Gaetano Bellavia con l’accusa di accesso abusivo a sistema informatico. L’ipotesi è che, tra giugno e settembre dello scorso anno, siano stati copiati e portati via centinaia di migliaia di documenti contenenti informazioni su clienti, procedimenti giudiziari, soggetti coinvolti in inchieste e figure di primo piano della politica e dell’imprenditoria italiana. È il punto di partenza. Ma non è più il centro del problema.
Bellavia non è un professionista qualsiasi. È un nome noto negli ambienti giudiziari, consulente di numerose Procure, e da anni figura come esperto chiamato a commentare e spiegare in tv, in particolare nella trasmissione Report, meccanismi complessi di finanza, bilanci e flussi economici. Una posizione che, proprio per questo, richiede un livello di rigore e trasparenza superiore alla media. Ed è qui che la vicenda inizia a fare rumore.
La politica entra in scena con forza. Forza Italia presenta un’interrogazione ai ministri competenti, chiedendo verifiche e ispezioni. Il testo non si limita a registrare il rinvio a giudizio dell’ex collaboratrice, ma solleva un dubbio più ampio: com’è possibile che uno studio privato detenesse un archivio così vasto di materiali riservati, alcuni dei quali riferibili a procedimenti seguiti per conto delle Procure? E soprattutto: perché quei dati sarebbero stati conservati nel tempo, invece di essere distrutti o restituiti secondo le regole?
Il linguaggio scelto dagli azzurri è misurato ma pesante. Si parla di “rischio di maxi-dossieraggio”, di una raccolta di informazioni che parrebbe estesa su un arco temporale lungo, e dunque non riconducibile a singoli incarichi isolati. Non un’accusa diretta, ma una cornice che basta a incendiare il dibattito. Perché in Italia la parola dossieraggio ha una storia lunga e tossica, fatta di scandali, fughe di notizie e utilizzo politico delle informazioni.
La richiesta di Forza Italia è chiara: verificare i rapporti tra Bellavia e i magistrati con cui ha collaborato, e accertare se vi siano state violazioni delle norme sulla gestione dei dati. Al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, si chiede di valutare ispezioni; al ministro delle Imprese di fare luce sugli aspetti che riguardano il servizio pubblico radiotelevisivo. Tradotto: capire se esiste un conflitto strutturale tra il ruolo di consulente giudiziario e quello di voce autorevole in una trasmissione d’inchiesta.
L’opposizione reagisce parlando di attacco politico e di tentativo di intimidazione nei confronti di Report e del suo conduttore, Sigfrido Ranucci. Dal Movimento 5 Stelle arrivano accuse di “campagna diffamatoria” contro il programma, mentre dal centrodestra si respinge ogni lettura censoriale: nessuno vuole imbavagliare la stampa, dicono, ma è legittimo chiedere chiarezza su come vengono gestiti dati tanto delicati.
È il classico scontro italiano tra libertà di informazione e controllo dei poteri, ma qui c’è un elemento in più. Perché il materiale in questione non sarebbe stato prodotto da un giornalista, ma accumulato da un consulente tecnico. E la differenza è enorme. Il giornalismo d’inchiesta lavora su fonti, documenti, verifiche. La consulenza giudiziaria lavora su atti riservati, spesso coperti da segreto, e su informazioni che hanno un ciclo di vita preciso e limitato.
Se davvero nello studio di Bellavia erano conservati file riferibili a indagini chiuse da anni, a soggetti non più coinvolti o a materiali non utilizzati nei processi, allora la questione non è più solo penale. Diventa istituzionale. Perché quelle informazioni, per legge, non dovrebbero costituire un archivio permanente. Non dovrebbero diventare una memoria parallela della giustizia.
Nel frattempo, la difesa dell’ex collaboratrice rinviata a giudizio respinge l’impianto accusatorio e parla di ricostruzioni parziali e fuorvianti. Sostiene che alcune affermazioni pubbliche siano “di estrema gravità” e che il procedimento sia stato conosciuto dalla sua assistita solo a indagini concluse. È una linea difensiva che mira a riportare il caso nei binari processuali, sottraendolo alla gogna mediatica. Ma la diga è ormai rotta.
Perché a inquietare non è solo il furto, se di furto si tratta, ma la destinazione possibile di quei dati. Un archivio di quelle dimensioni non ha valore per il semplice gusto di possederlo. Ha valore se viene utilizzato, scambiato, monetizzato o trasformato in leva di pressione. È qui che il sospetto, mai esplicitato ma sempre presente, prende forma: un’operazione del genere può essere stata davvero solo un’iniziativa individuale?
La politica lo sa, e infatti la vicenda non resta confinata a uno schieramento. Anche Italia Viva interviene, chiedendo accertamenti sul rispetto delle norme di conservazione dei dati e segnalando come il nome del proprio leader compaia tra quelli potenzialmente coinvolti. È l’ennesimo tassello di una storia italiana fatta di intrusioni, spionaggi, accessi abusivi, che negli ultimi anni ha visto più volte i dati sensibili diventare terreno di scontro e di ricatto.
Nel caos delle dichiarazioni incrociate, resta una certezza: questo caso mette a nudo una fragilità strutturale. Se un consulente esterno può accumulare per anni una quantità impressionante di informazioni riservate, allora il problema non è solo chi le ha copiate. È il sistema di controlli che non ha funzionato. È la fiducia implicita che viene concessa a chi opera in una zona grigia tra giustizia e comunicazione.
Il rischio, ora, è duplice. Da un lato, che la vicenda venga strumentalizzata politicamente per colpire Report e, più in generale, il giornalismo d’inchiesta. Dall’altro, che tutto venga ridotto a una faida tra partiti, perdendo di vista la questione centrale: la sicurezza e la gestione dei dati giudiziari in Italia.
Perché un archivio così non nasce per caso. E un’operazione di sottrazione di questa portata non avviene senza uno scopo. Che si tratti di ambizione personale, di interessi economici o di mandanti esterni, sarà la magistratura a stabilirlo. Ma il danno d’immagine e di fiducia è già fatto.
Il caso Bellavia, oggi, è uno specchio scomodo. Riflette un Paese in cui le informazioni sono potere, i confini tra ruoli si fanno sempre più porosi e la tentazione di usare i dati come arma non è mai davvero scomparsa. Capire chi abbia acceso la miccia è importante. Capire perché quella miccia fosse lì, pronta a esplodere, lo è ancora di più.


