Teheran rifiuta le proposte di chiudere il conflitto arrivate dall’inviato del presidente statunitense e insiste su un accordo permanente con garanzie di sicurezza. Intanto il nodo resta il controllo dello stretto di Hormuz, passaggio chiave per il petrolio mondiale
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L'inviato speciale Usa Steve Witkoff
L’Iran ha respinto due messaggi dell’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, che puntavano a ottenere un cessate il fuoco. A Teheran la leadership ritiene di non trovarsi in una posizione di sconfitta e percepisce che il presidente americano stia subendo, almeno in parte, una crescente pressione politica.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha chiarito che una eventuale dichiarazione unilaterale di vittoria da parte di Trump non sarebbe sufficiente a chiudere il conflitto. Secondo Teheran, anche se Washington decidesse di interrompere gli attacchi, l’Iran potrebbe continuare la guerra in altre forme oppure mantenere la pressione sulle rotte marittime che attraversano lo stretto di Hormuz.
Secondo la notizia riportata dal Guardian per la leadership iraniana non potrà esserci una vera conclusione del conflitto finché Trump non avrà compreso che i costi economici, politici e militari sono troppo elevati. Teheran insiste quindi su un accordo duraturo che includa un impegno formale degli Stati Uniti a non attaccare più il paese.
«Se deve essere stabilito un cessate il fuoco o se la guerra deve fermarsi, deve esserci una garanzia che azioni aggressive contro l’Iran non si ripeteranno. Altrimenti, se tra qualche mese dovesse verificarsi un nuovo attacco, un simile cessate il fuoco sarebbe privo di significato», ha dichiarato il vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi.
La linea dura di Teheran
La posizione appare significativa per un regime che, solo undici giorni fa, all’inizio della guerra, sembrava concentrato soprattutto sulla propria sopravvivenza.
Il ministero degli Esteri iraniano sta comunque discutendo con i numerosi paesi che si sono offerti di mediare per capire se il conflitto possa semplicemente fermarsi, come accadde nel giugno dello scorso anno, oppure se sia necessario arrivare a un accordo più strutturato che includa anche una sospensione condizionata delle sanzioni economiche statunitensi.
Tra i dirigenti del regime, tuttavia, prevale l’idea che l’Iran sia destinato a resistere e che non sia questo il momento di cercare compromessi.
«Non stiamo assolutamente cercando un cessate il fuoco», ha scritto sui social il presidente del parlamento Mohammed Ghalibaf. «Il nemico sappia che qualunque cosa faccia ci sarà certamente una risposta immediata e proporzionata […] Combattiamo occhio per occhio, dente per dente, senza compromessi né eccezioni».
Lo stretto di Hormuz al centro dello scontro
Il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) ha ribadito che manterrà il controllo dello stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il commercio energetico globale da cui transita quasi il 20% del petrolio mondiale e una quota simile di gas naturale liquefatto.
«All’inizio della guerra abbiamo annunciato – e lo ribadiamo ancora – che nessuna nave associata agli aggressori dell’Iran ha il diritto di attraversare lo stretto di Hormuz», ha dichiarato il corpo militare. «Se avete dubbi, avvicinatevi e lo scoprirete».
L’IRGC ha inoltre affermato che consentirà il passaggio alle navi provenienti da paesi che espelleranno gli ambasciatori statunitensi e israeliani.
Anche il presidente Masoud Pezeshkian, considerato più moderato, ha assunto toni decisi affermando che «i cacciatorpediniere sono venuti e se ne sono andati. L’Iran resta».
I dubbi sulla via diplomatica
Secondo i diplomatici iraniani, dopo due precedenti cicli di negoziati interrotti dai raid aerei congiunti di Stati Uniti e Israele, al momento non esistono le condizioni per arrivare a un accordo.
Nel frattempo Trump ha evocato più volte la possibilità di dichiarare la vittoria americana, sostenendo che gli Stati Uniti potrebbero aver già inflitto danni sufficienti ai lanciatori di missili balistici e al programma nucleare iraniano. Alla fine, però, non ha mai affermato che la vittoria fosse completa.
Secondo Alex Vatanka, senior fellow del Middle East Institute, la leadership iraniana ritiene di poter resistere al conflitto e persino trarne una nuova legittimazione interna.
«Il regime nel suo complesso – ha dichiarato al Guardian – pensa di poter restare in questa guerra e che questo potrebbe perfino legittimarlo, perché altrimenti sarebbe stato un disastro per il paese».
Vatanka osserva inoltre che alcuni attacchi israeliani alle infrastrutture energetiche – che hanno riempito il cielo di Teheran di fumo nero – potrebbero aver prodotto un effetto inatteso sull’opinione pubblica.
«Nel giro di 24 ore si poteva percepire il cambiamento dell’opinione pubblica iraniana: da una guerra contro il regime a una guerra contro l’Iran».

