Il tycoon annuncia lo stop alle trattative: «Se vogliono parlare, chiamino». Il ministro iraniano Araghchi intanto è in Oman e vola verso Mosca. E a Washington si litiga sulla scadenza dei 60 giorni che potrebbero paralizzare l'azione militare
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U.S. President Donald Trump speaks during a press conference on US service member rescue in Iran in the James S. Brady Press Briefing Room at the White House on April 6, 2026 in Washington, D.C. (Photo by Samuel Corum/Sipa USA)
«Ho appena annullato il viaggio dei miei rappresentanti a Islamabad, in Pakistan, per incontrare gli iraniani. Troppo tempo sprecato in viaggi, troppo lavoro! Inoltre, all'interno della loro 'leadership' regnano enormi lotte intestine e grande confusione. Nessuno sa chi comanda, nemmeno loro». Così Donald Trump ha annunciato lo stop alla missione diplomatica in un post su Truth.
Il presidente ha poi ribadito la forza negoziale di Washington: «Abbiamo tutte le carte in mano, loro nessuna. Se vogliono parlare, non devono far altro che chiamare».
Interpellato dal giornalista di Axios, Barak Ravid, sulla possibile ripresa del conflitto dopo lo stop alla missione di Witkoff e Kushner, Trump ha chiarito: «No. Non significa questo. Non ci abbiamo ancora pensato».
Il presidente ha poi spiegato la scelta operativa: «Non vedo alcun motivo per fargli fare un volo di 18 ore nella situazione attuale (dei negoziati, ndr). È troppo lungo. Possiamo farlo altrettanto bene per telefono. Gli iraniani possono chiamarci se vogliono. Non andremo lì solo per stare seduti a non fare nulla».
Diplomazia iraniana in movimento
Intanto parte della delegazione iraniana è rientrata a Teheran per consultazioni, mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi prosegue il suo tour diplomatico. Secondo l’agenzia Irna, il gruppo rientrato si riunirà nuovamente con il ministro in Pakistan.
Araghchi si trova attualmente in Oman, seconda tappa del viaggio che lo ha già portato a Islamabad e che si concluderà con una visita a Mosca dopo un nuovo passaggio in Pakistan.
Il nodo dei 60 giorni e la War Powers Resolution
Sullo sfondo resta il quadro giuridico legato all’intervento militare americano. La War Powers Resolution, nata dopo la guerra del Vietnam, impone limiti all’azione del presidente, fissando un limite di 60 giorni per le operazioni militari avviate senza un esplicito via libera del Congresso.
Senza quest’autorizzazione parlamentare, le operazioni devono essere sospese. È prevista una proroga di 30 giorni per il ritiro delle truppe, ma Trump ha già escluso una chiusura rapida del conflitto.
La legge prevede inoltre che entro 48 ore il presidente notifichi l’avvio delle ostilità, indicando obiettivi e durata. Nel caso iraniano, Trump ha rivendicato il proprio potere costituzionale in politica estera.
Scadenze incerte e precedenti storici
A Washington resta incertezza sulla data limite: alcuni fissano la scadenza al 29 aprile, altri al primo maggio, in base alla notifica al Congresso. Il cessate il fuoco complica ulteriormente il conteggio.
La norma non ha mai fermato un’azione militare in modo diretto. Il vicepresidente Jd Vance l’ha definita «una legge fittizia e incostituzionale», sostenendo che non influenzerà le decisioni della Casa Bianca.
Nel tempo, vari presidenti hanno interpretato in modo flessibile la legge: Ronald Reagan in Libano, Bill Clinton in Kosovo e Barack Obama in Libia hanno tutti aggirato o reinterpretato il vincolo dei 60 giorni.
Anche Trump potrebbe seguire una strategia simile, tra cessate il fuoco e nuove interpretazioni della norma, lasciando margini aperti alla gestione politica e militare della crisi.

