L'Europa apre la procedura d'infrazione contro il governo che “dimentica” di recepire la direttiva: ecco il capolavoro che fa scadere i termini per tutelare il portafoglio dei politici ed estorcere il silenzio ai precari dell'informazione
Tutti gli articoli di Italia Mondo
PHOTO
I fatti, nella loro ostinata durezza, dicono che il 7 maggio era il termine perentorio fissato dall’Unione Europea per il recepimento della direttiva anti-SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation). Quel giorno è trascorso nel silenzio dei palazzi governativi e parlamentari italiani. La conseguenza tecnica, puntuale come un orologio svizzero, è stata l'apertura di una procedura d'infrazione contro l'Italia da parte della Commissione Europea. Questa è la cronaca, algida e incontestabile. Tutto il resto è la difesa corporativa di un sistema che sul silenzio ha costruito le proprie fortune.
La direttiva in questione – battezzata "Legge Daphne" in memoria della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, uccisa da un'autobomba dopo aver indagato sulla corruzione nel proprio Paese – introduce nell'ordinamento europeo un principio di civiltà giuridica elementare: dare ai giudici il potere di archiviare immediatamente le cause civili palesemente infondate o strumentali intentate contro giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani.
In Italia, i dati statistici descrivono un panorama strutturale ben preciso. Le querele per diffamazione e le richieste di risarcimento danni in sede civile non vengono quasi mai avviate per ottenere giustizia, ma per esercitare una pressione economica. Il meccanismo risponde a una logica puramente finanziaria: a fronte di un'inchiesta scomoda su appalti, conflitti d'interesse o gestione di fondi pubblici, il potente di turno – sia esso un esponente politico o un grande gruppo industriale – risponde con una richiesta di risarcimento da milioni di euro.
Il querelante sa che i tempi della giustizia civile italiana superano mediamente i sette anni e che le probabilità di vincere una causa palesemente infondata sono minime. Tuttavia, l'obiettivo reale è il costo del processo per la controparte. Un cronista freelance o un precario che guadagna poche decine di euro a pezzo non dispone delle risorse finanziarie necessarie per sostenere le spese legali di una difesa pluriennale. Il risultato matematico è l'autocensura preventiva del giornalista o la rimozione dell'articolo da parte di editori comprensibilmente preoccupati per i bilanci aziendali.
I numeri dicono che l'Italia è tra i Paesi europei con il più alto tasso di querele temerarie, un primato che le organizzazioni internazionali per la libertà di stampa monitorano da anni con crescente allarme.
Con il mancato recepimento della direttiva entro la scadenza europea, l'impianto normativo che tutela questo meccanismo asimmetrico resta intatto. La decisione di far decadere i termini solleva l'Italia dal dovere di sanzionare chi abusa del diritto per intimidire la stampa. Mentre a Bruxelles si formalizzano i richiami e si quantificano le potenziali sanzioni economiche a carico dei contribuenti italiani, a Roma il quadro normativo rimane fermo al palo, confermando la totale asimmetria tra chi detiene il capitale per intentare cause miliardarie e chi ha come unico strumento la verifica dei fatti.

