Liam Conejo Ramos ha cinque anni e dorme in braccio a suo padre. Non per una fiaba, non per un incubo notturno. Dorme perché è stanco, perché il corpo di un bambino, quando non capisce, si spegne.

Dorme in un’aula di tribunale all’interno del South Texas Family Residential Center di Dilley, vicino a San Antonio. Lì è stato portato insieme al padre dopo l’arresto da parte degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) a Minneapolis, il 20 gennaio. Cinque anni. Detenuto.

Adrian Alexander Conejo Arias lo tiene stretto e racconta che Liam dorme molto, mangia poco, chiede spesso della madre e dei compagni di scuola.

Lo ha detto ai deputati democratici Joaquin Castro e Jasmine Crockett, che lo hanno visto per trenta minuti: mezz’ora cronometrata, concessa come si concede un colloquio in carcere, non come si ascolta un genitore che sta crollando.

In quella stanza da tribunale, con sedie dure e aria ferma, Liam non ha un letto «suo», non ha giochi «suoi», non ha più il diritto di essere semplicemente un bambino. Ha un padre, e quel corpo piccolo che si abbandona al sonno mentre intorno parlano adulti, leggi e procedure.

In diretta su Cbs News, Castro ha aggiornato il preside della scuola di Liam sulle sue condizioni.

«Non è un’emergenza», ha spiegato, «ma suo padre dice che è in una specie di depressione. Non mangia e chiede quando usciranno. Vuole tornare a scuola. Chiede di continuo del suo zainetto e del cappello che indossava quando è stato preso».

Un cappello invernale blu. Un dettaglio minuscolo, eppure enorme: perché i bambini si aggrappano agli oggetti quando il mondo diventa incomprensibile, quando la sicurezza non è più la mano di un adulto ma un cappellino, una zip, una bretella, un colore.

«Quel cappello è Liam», risponde il preside, visibilmente commosso. «Gliene prenderemo un altro». Ma non è il cappello che manca. È la normalità. È la promessa, implicita e sacra, che un bambino deve poter tornare a casa.

La madre di Liam ha parlato del peggioramento della sua salute a Mpr News.

«Liam si sta ammalando perché il cibo che ricevono non è di buona qualità. Ha mal di stomaco, vomita, ha la febbre e non vuole più mangiare».

È una frase che graffia. Perché quando una madre usa parole così semplici, così concrete, non sta facendo politica: sta chiedendo soccorso. E in quelle parole c’è tutto: il cibo scadente, la febbre, il vomito, il rifiuto di mangiare. Il corpo che protesta dove la voce non arriva.

La foto del bambino, con il cappello blu e lo zaino di Spider-Man mentre veniva fermato a Minneapolis, ha fatto il giro del Paese. Non perché sia eccezionale, ma perché è diventata simbolo.

Castro lo ha detto senza giri di parole: Liam è «emblematico della mostruosità del sistema dell’Ice e del sistema di detenzione».

Lunedì un giudice federale ha emesso un ordine temporaneo che vieta all’amministrazione di espellere padre e figlio dagli Stati Uniti, mentre la loro detenzione è oggetto di ricorso.

Un foglio di carta che blocca una deportazione, ma non cancella le notti in cui un bambino chiede «quando usciamo?» e non riceve una risposta che possa capire.

«Chiederei al presidente Donald Trump, che ha dei nipoti dell’età di alcuni dei bambini che abbiamo incontrato oggi, di pensare a cosa significherebbe per loro trovarsi dietro le sbarre», ha dichiarato Castro in conferenza stampa.

È una domanda disarmante proprio perché non cerca slogan: cerca empatia. E la tragedia, qui, è che l’empatia sembra un lusso da concedere solo quando conviene.

Dall’altra parte, la linea è dura.

«Se non vi piace quello che fa l’Ice andate a protestare al Congresso», ha detto lo zar dei confini Tom Homan, rispondendo alle manifestazioni esplose in Minnesota e altrove contro le deportazioni di massa, sostenendo che vi sono persone che minacciano e aggrediscono agenti federali.

Homan, inviato a Minneapolis dopo la rimozione del comandante della Border Patrol Greg Bovino, ha promesso di «ristabilire la legge e l’ordine».

«La sicurezza della comunità è fondamentale», ha aggiunto, sostenendo che i milioni di immigrati entrati sotto l’amministrazione Biden rappresentino una minaccia alla sicurezza nazionale.

«Non sono venuto qui per le foto o i titoli. Vengo qui in cerca di soluzioni. Non voglio sentirmi dire che è già stato fatto tutto: è stato perfetto. Niente è mai perfetto. Tutto verrà migliorato», ha insistito.

«Quello su cui stiamo lavorando è rendere questa operazione più sicura, più efficiente, secondo le regole».

Poi ancora: «La missione migliorerà grazie ai cambiamenti che stiamo apportando internamente. Nessuna organizzazione è perfetta. Il presidente Trump e io, insieme ad altri membri dell’amministrazione, abbiamo riconosciuto che alcuni miglioramenti potrebbero e dovrebbero essere apportati. È esattamente quello che sto facendo qui».

Eppure, mentre si parla di efficienza, di procedure, di missioni da «perfezionare», c’è un punto che resta ostinatamente umano e quindi fuori scala.

Liam non mangia, dorme addosso a suo padre e chiede della madre, dei compagni di scuola, del cappello, dello zainetto. Non chiede un avvocato, chiede la sua classe. Non chiede una spiegazione geopolitica, chiede quando potrà rimettersi lo zaino sulle spalle come faceva prima.

Dentro quel centro, il tempo non passa come fuori: si sfilaccia, si appiccica alla pelle, lascia segni che non si fotografano.

E ogni volta che Liam si riaddormenta, stringendo la giacca del padre come fosse un’ancora, resta una domanda sospesa, più pesante di qualsiasi conferenza stampa:

quanto deve soffrire un bambino, prima che qualcuno ammetta che non è «collaterale», ma è il centro esatto della storia?