In Ucraina è scattata una tregua che non passa dai comunicati del Cremlino né dalle telefonate di Donald Trump. È una tregua elettrica, silenziosa, spietata: si chiama blackout. Mercoledì notte, lungo la linea del fronte, si sono spenti i terminali Starlink usati illegalmente dalle forze russe in Ucraina. Kiev la definisce una stretta tecnica inevitabile, quasi un’operazione di igiene digitale. Mosca la vive come un colpo basso. Sul campo, almeno per qualche ora, è stata soprattutto una cosa: disorientamento.

La Difesa ucraina racconta l’effetto come “una catastrofe” per l’apparato russo. Terminali acquisiti “in massa” tramite importazione parallela avrebbero smesso di funzionare proprio nel punto in cui, nella guerra moderna, la connettività non è un accessorio ma una parte dell’arma. I droni diventano meno gestibili, le informazioni in tempo reale saltano, i gruppi d’assalto perdono coordinamento. “Accecati”, è il verbo che Kiev usa con più insistenza: come se, d’un tratto, a Mosca fosse stata tolta la vista artificiale che negli ultimi mesi ha reso micidiale la pressione sulle retrovie ucraine.

La dinamica, stando al racconto ucraino, nasce da una richiesta precisa del nuovo ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, che avrebbe sollecitato SpaceX a bloccare l’uso improprio della rete satellitare. Il 29 gennaio Fedorov pubblica un ringraziamento via social: “Nel giro di poche ore dalle segnalazioni secondo cui droni russi dotati di connettività Starlink stavano operando sopra le città ucraine, il team della Difesa ha contattato SpaceX e ha proposto soluzioni concrete per risolvere il problema. Le tecnologie occidentali devono continuare a sostenere il mondo democratico e a proteggere i civili, non essere utilizzate per il terrore e la distruzione di città pacifiche. Sono grato alla presidente di SpaceX, Gwynne Shotwell, e personalmente a Elon Musk per aver iniziato immediatamente a lavorare a una soluzione”.

Elon Musk risponde con due messaggi che, per Kiev, valgono quanto un comunicato operativo. “E’ un piacere”, replica. Poi il primo febbraio aggiunge: “Sembra che i passi intrapresi abbiano funzionato. Facci sapere se occorre fare di più”. La linea è quella: riconoscimento dell’intervento e disponibilità a rafforzarlo. Ed è qui che la guerra digitale entra, senza cerimonie, nel circuito delle decisioni private: una rete commerciale che diventa fattore strategico, un interruttore che altera il ritmo delle operazioni di un esercito.

Tecnicamente, la misura avrebbe disabilitato ogni terminale che operi in territorio occupato o in Ucraina senza appartenere alle forze armate ucraine. Il meccanismo, per come viene descritto, è semplice e brutale: registrazione obbligatoria dei terminali Starlink usati in Ucraina, spegnimento automatico di quelli non verificati. Il primo grande effetto, sempre secondo Kiev, riguarda i droni Geran 2: non precipitano in massa, ma perdono la capacità di essere guidati o di correggere la rotta e diventano più vulnerabili alla guerra elettronica. Niente magia: senza la rete che li tiene “agganciati”, diventano più ciechi e più lenti nel reagire.

Sul campo, la narrazione ucraina è immediata e senza sfumature. Serhiy “Flash” Beskrestnov, consigliere tecnologico della Difesa, scrive su Telegram: “Il nemico non ha un problema in prima linea: ha una catastrofe. Tutti i comandi e i controlli delle truppe sono crollati. Le operazioni d’assalto sono state interrotte in molte aree”. È una fotografia che, nel lessico militare, significa una sola cosa: per un tratto di tempo la macchina si è inceppata. Ma non tutti a Kiev brindano. Il colonnello Oleg Starikov, ex Sbu e analista militare interpellato per un commento, frena gli entusiasmi: “Ci vorranno ancora tra 24 e 72 ore per capire se gli effetti sono veramente dirompenti come sostiene la nostra Difesa. StarLink è una rete rapida e tecnologica, ma i russi hanno altre linee di comunicazione. Sono più lente, ma sicure”. Tradotto: il vantaggio può essere reale, ma potrebbe anche essere temporaneo. Una finestra, non una soluzione.

E infatti la storia non è lineare, perché il blocco non distingue tra “buoni” e “cattivi” in base alle intenzioni, ma in base ai dati inseriti. La sospensione dei sistemi non verificati ha creato caos anche tra le fila ucraine: ha bloccato migliaia di terminali non ancora registrati, soprattutto tra unità territoriali, volontari e reparti che li utilizzavano in modo autonomo, spesso per ragioni pratiche o per paura di essere tracciati, perdere flessibilità operativa o esporre posizioni in un sistema centralizzato. La Difesa ha rassicurato che non ci sono rischi di geolocalizzazione e che le procedure di registrazione sono adattate all’uso militare e di sicurezza, ma le frizioni restano.

Lo racconta, da dentro, il tenente maggiore Tetyana Chornovol, ex deputata oggi al comando di squadre di dronisti, che su Facebook denuncia “lo spegnimento dei satelliti” e avverte che “ha lasciato le mie due posizioni di combattimento dei piloti senza comunicazione”; aggiungendo che “i terminali StarLink non funzionano ancora, anche se tutti i dati sono stati inseriti già da tempo nella lista bianca”. È il lato oscuro dell’efficienza: quando scegli una misura drastica, il sistema risponde con effetti collaterali drastici. E in guerra, il tempo perso non è una seccatura: è rischio.

In Russia, intanto, la vicenda esplode come una questione nazionale, trascinando proteste e nervosismo persino nei circuiti della propaganda televisiva. Vladimir Soloviev chiede a Putin e alla Duma di intervenire contro “un attacco deliberato ai cittadini e all’esercito russo”. Nelle chat militari, scrive chi segue il fronte, è panico. E c’è chi legge il blocco come una pressione americana indiretta sui negoziati: “Si parla del blocco di centinaia di migliaia di terminali, e questo con assoluta certezza porterà a rallentare l’avanzata al fronte, già di per sé non rapida”.

Per Kiev, invece, è un capovolgimento simbolico: torna a brillare la stella di Musk, offuscata da tempo. Fedorov lo definisce “un vero campione di libertà e un vero amico del popolo ucraino”. E il richiamo corre al febbraio 2022, quando, all’inizio dell’invasione, l’Ucraina chiese e ottenne migliaia di terminali Starlink per mantenere le comunicazioni mentre reti terrestri saltavano sotto bombe e blackout. Era il 26 febbraio 2022 quando Fedorov chiese di attivare Starlink in Ucraina: Musk lo fece e spedì i terminali, garantendo connettività e coordinamento in un momento in cui, per un esercito, perdere comunicazione significa perdere la guerra prima ancora di combatterla.

Poi, però, la relazione si è complicata. SpaceX ha vietato l’uso di Starlink come arma d’attacco e ha rifiutato alcune richieste del governo ucraino, come l’attivazione della copertura in Crimea per colpire la flotta russa, sostenendo di non voler rischiare un’escalation. Musk è finito sotto tiro anche per le sue accuse a Zelensky di voler una “guerra senza fine”, senza una strategia di uscita, e il sospetto di ambiguità filorussa è diventato un’etichetta pronta all’uso. Non ultimo, il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski lo accusò di “fare soldi con i crimini di guerra” dopo le polemiche sull’uso di Starlink da parte russa.

Ora, improvvisamente, la linea cambia. O meglio: cambia la percezione. Perché la “tregua digitale” colpisce i russi e, sul campo, produce un rallentamento. Ma non è una favola a lieto fine: è una decisione tecnica che ridisegna equilibri e crea nuove vulnerabilità. Da un lato acceca l’avversario, dall’altro obbliga Kiev a mettere ordine nei propri strumenti, a registrare, centralizzare, uniformare. La guerra, anche quando sembra fatta di droni e satelliti, resta una cosa antica: vince chi riesce a tenere insieme velocità e controllo. E in questa storia, per una notte, l’interruttore l’ha avuto Musk. Con tutto ciò che questo significa, oggi, per un conflitto che non è più solo combattuto con armi, ma con reti.