La giudice distrettuale Margaret Garnett chiude la strada alla massima pena prevista dall’ordinamento statunitense. Restano però agli atti pistola, munizioni e un taccuino rosso sequestrati a Mangione, elementi ritenuti centrali dall’accusa
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Niente forca per Luigi Mangione. Il 27enne americano accusato dell’omicidio del ceo di UnitedHealthcare, Brian Thompson, ucciso nel dicembre 2024, non rischierà la pena di morte. A stabilirlo è stato un giudice federale, che ha respinto la richiesta dei procuratori intenzionati a perseguire la massima sanzione prevista dall’ordinamento statunitense. La notizia è stata riportata dalla Cnn.
La decisione segna un passaggio cruciale nel procedimento giudiziario, perché chiude definitivamente l’ipotesi della pena capitale per Mangione. I pm avevano insistito affinché il caso rientrasse nel perimetro dei reati punibili con la morte, ma il tribunale ha ritenuto che non sussistessero i presupposti per andare in quella direzione. Una scelta che ridisegna il quadro processuale, pur lasciando intatta la gravità delle accuse contestate all’imputato.
Accanto al rigetto della richiesta sulla pena di morte, la giudice distrettuale Margaret Garnett ha assunto un’altra decisione destinata a pesare sul dibattimento. Il tribunale ha infatti ammesso al processo le prove sequestrate nello zaino di Mangione al momento dell’arresto. Tra gli oggetti recuperati figurano una pistola, un caricatore pieno di munizioni e un taccuino rosso, elementi che secondo gli inquirenti collegherebbero direttamente l’imputato all’assassinio del ceo di UnitedHealthcare.
La difesa aveva chiesto l’esclusione di questo materiale, sostenendo che la perquisizione fosse stata effettuata in modo illegittimo, senza mandato e in assenza di un pericolo immediato che giustificasse l’intervento. Una linea che puntava a smontare uno dei pilastri dell’accusa, mettendo in discussione la legittimità stessa delle prove raccolte al momento dell’arresto. Il giudice, però, ha respinto l’istanza, consentendo l’utilizzo degli oggetti sequestrati all’interno del procedimento.
La combinazione delle due decisioni fotografa bene la fase in cui si trova il caso Mangione. Da un lato, viene esclusa l’ipotesi della pena di morte, riducendo il ventaglio delle possibili condanne; dall’altro, resta pienamente operativo l’impianto probatorio su cui si fonda l’accusa. Pistola, munizioni e taccuino rosso diventano così elementi centrali del processo, chiamati a sostenere il collegamento tra Mangione e l’omicidio di Thompson.
Il tribunale ha dunque tracciato una linea netta: niente pena capitale, ma processo pieno, con tutte le prove chiave ammesse. Una scelta che mantiene alta la tensione giudiziaria e che sposta ora l’attenzione sulla fase dibattimentale, dove saranno valutati nel dettaglio sia il materiale sequestrato sia le ricostruzioni dell’accusa. Per Mangione, il rischio resta altissimo, anche senza la prospettiva della condanna a morte. Per l’accusa, la sfida sarà dimostrare che quegli oggetti nello zaino non sono semplici indizi, ma tasselli decisivi di un quadro accusatorio solido e coerente.

