Oleksandr Adarich, 54 anni, ucraino, muore precipitando dal quarto piano della “Nerino House” a due passi dal Duomo. Sul corpo lividi e segni al collo
Tutti gli articoli di Italia Mondo
PHOTO
È un film che Milano conosce fin troppo bene, ma ogni volta cambia il titolo e il corpo sul selciato costringe tutti a ricominciare da capo. Questa volta la scena è nel cuore della città, a cinquecento metri dal Duomo, dentro un b&b di lusso. E la vittima è un uomo che in teoria non avrebbe dovuto attirare attenzioni: Oleksandr Adarich, 54 anni, ucraino, ex banchiere di peso nel suo Paese e oggi uomo d’affari con interessi in Europa, tra Cipro e Lussemburgo. La sua traiettoria si interrompe venerdì scorso con una caduta dal quarto piano di un elegante palazzo. Un volo di quindici metri, alle 18.30 in punto, dalla finestra della “Nerino House”, appartamento da trecento euro a notte, quasi cento metri quadri, quattro posti letto.
Il punto, però, è che quel volo non convince. Perché il corpo, prima ancora che l’autopsia venga fissata, parla una lingua diversa. Lividi sul volto, segni sul collo che fanno pensare a uno strangolamento, ecchimosi ai polsi che suggeriscono immobilizzazione. Il copione che prende forma non è quello di un gesto volontario. È un’altra ipotesi, più scura e più concreta: Adarich potrebbe essere stato ucciso e poi gettato di sotto per inscenare un suicidio. Un modo vecchio e brutale per chiudere una partita senza lasciare testimoni.
Gli investigatori della Squadra mobile, con gli specialisti della Omicidi e il coordinamento del pm Rosario Ferracane, stanno ricostruendo le ore precedenti alla morte. La stanza, raccontano gli elementi raccolti fin qui, era “vuota” di telefoni e di altri effetti personali. Un’assenza che pesa quanto una presenza: se sei in viaggio e hai un biglietto di ritorno in tasca, è difficile immaginare che tu non abbia con te il resto. E infatti il biglietto c’era: Adarich avrebbe dovuto rientrare a casa quella stessa sera, ma non ci è mai arrivato.
Nella camera, invece, spuntano tre documenti riconducibili all’uomo d’affari. Tra questi un passaporto ucraino con il cognome Adarich e un documento romeno intestato ad Alexandru Adarici. Tre carte, dunque, e più di un’identità: abbastanza per alimentare un sospetto che gli investigatori maneggiano con prudenza, ma che esiste. Anche perché l’appartamento sarebbe stato affittato dal 22 al 24 gennaio tramite una piattaforma online usando un’identità verosimilmente fasulla, per quello che viene presentato come un appuntamento d’affari. Un dettaglio che, letto a posteriori, somiglia più a una trappola che a una prenotazione.
C’è poi la pista che gli investigatori considerano più “logica” rispetto ai segni sul corpo: l’ipotesi del ricatto. Adarich sarebbe stato legato ai polsi e costretto sotto minaccia a consegnare qualcosa di prezioso. Non oggetti, non gioielli: codici, credenziali, accessi utili a movimentare denaro. Un’operazione rapida, chirurgica, eppure violenta. Il pestaggio come leva, lo strangolamento come chiusura, la finestra come teatro finale. Anche qui, senza inventare nulla, i frammenti descritti portano tutti nella stessa direzione: chi lo ha attirato lì voleva qualcosa che non si porta in tasca, ma nella testa.
Il quadro si complica con le immagini delle telecamere. In quella stanza, oltre alla vittima, gli investigatori ritengono ci fossero almeno altre tre persone. Due sarebbero state riprese mentre escono dal cortile poco prima della caduta. Il terzo subito dopo. E qui entra un elemento quasi cinematografico, ma terribilmente concreto: la custode del palazzo avrebbe notato una sagoma alla finestra, proprio in quei momenti. Poi quella stessa “ombra” sarebbe apparsa nel cortile, avrebbe chiesto cosa fosse successo parlando in inglese, e sarebbe sparita. Un passaggio breve, eppure decisivo, perché inchioda un comportamento: non quello di chi assiste a un incidente, ma di chi controlla se la scena ha funzionato.
La moglie di Adarich, che vive con lui in Spagna, è stata già convocata e ascoltata. Ha riferito di un viaggio d’affari del marito a Milano, una città nella quale, a quanto risulta, non ci sarebbero precedenti tracce della vittima. Anche questo pesa: se non hai una storia recente qui, allora quel soggiorno diventa un evento isolato. E quando un evento isolato finisce con un corpo in cortile, è inevitabile chiedersi chi lo abbia organizzato e perché.
Ora la partita è sull’identificazione del trio. È la chiave di tutto: i volti, i percorsi, gli accessi al palazzo, le ore di presenza, la catena di contatti che ha portato l’ex banchiere fino a quella stanza “pulita”. Le immagini di videosorveglianza diventano il filo più robusto, mentre l’autopsia – non ancora fissata – dovrà dire con certezza cosa è successo prima del volo. Se la caduta è stata la causa della morte o l’ultima scena dopo l’omicidio. Se quei segni sul collo raccontano davvero uno strangolamento. Se i polsi parlano di legacci. Se il corpo conferma ciò che già, visivamente, sembra gridare.
Nel frattempo resta un fatto che, da solo, spiega perché questo caso ha già il sapore del mistero: in pieno centro, in un alloggio di lusso, a un passo dalla Milano che corre, un uomo viene attirato in una stanza affittata con un’identità fasulla, muore precipitando da una finestra e lascia dietro di sé passaporti, lividi e un vuoto di oggetti essenziali. È una storia che non chiede emozioni. Chiede nomi. E un volto, almeno uno, da mettere davanti a quelle telecamere.

