Donald Trump scende al 29% e torna a misurarsi con una soglia che, nella storia politica americana, pochi presidenti hanno conosciuto. Non è il minimo assoluto mai registrato per un inquilino della Casa Bianca, primato che nella serie Gallup appartiene ancora a Harry Truman con il 22% del 1952, ma il dato pubblicato da American Research Group assume un peso politico particolare perché arriva a poche settimane dalle elezioni di metà mandato e trova conferme, con percentuali differenti, nelle rilevazioni degli altri principali istituti.

Reuters/Ipsos porta Trump al 32%, il livello più basso della sua carriera politica nella propria serie, mentre Marquette Law School lo colloca al 37%. Campioni e metodologie differenti impediscono di sovrapporre meccanicamente i numeri, ma la direzione appare ormai difficile da ignorare: il secondo mandato del presidente attraversa la sua fase più complicata sul terreno del consenso.

La fotografia più severa arriva da American Research Group: il 29% degli americani approva l’operato di Trump, il 68% lo disapprova. Ancora più pesante il giudizio sull’economia, dove il consenso scende al 26% e la disapprovazione raggiunge il 71%. Quasi sette americani su dieci bocciano dunque complessivamente il presidente e più di sette su dieci non condividono la sua gestione economica.

Il problema, tuttavia, non riguarda più soltanto democratici e indipendenti. Reuters/Ipsos, nella rilevazione condotta tra il 17 e il 20 settembre su 1.277 adulti americani, registra il 32% di approvazione complessiva, contro il 47% misurato nelle ore successive al ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025. Ancora più significativo è ciò che accade dentro il Partito repubblicano: il presidente conserva un consenso molto ampio, al 73%, ma appena una settimana prima era all’82% e a gennaio raggiungeva l’86%.

Trump continua quindi a dominare politicamente il Grand Old Party e sarebbe prematuro parlare di una frattura con la sua base. Il segnale nuovo arriva piuttosto dal terreno sul quale aveva costruito una parte decisiva della riconquista della Casa Bianca: il portafoglio degli americani.

Soltanto il 17% degli intervistati da Reuters/Ipsos approva infatti la gestione del costo della vita e, per la prima volta nella serie dell’istituto, anche tra i repubblicani i giudizi negativi superano quelli positivi, 51% contro 44%. Trump era tornato al potere promettendo di frenare l’inflazione, abbassare i prezzi e tenere gli Stati Uniti lontani dalle guerre; oggi proprio economia e conflitto iraniano finiscono per intrecciarsi nella parte più vulnerabile della sua presidenza, con l’aumento dei prezzi energetici che pesa sulle famiglie e soltanto il 34% degli americani favorevole agli attacchi contro l’Iran.

Anche Marquette fotografa la stessa difficoltà. Il consenso complessivo si ferma al 37%, ma precipita al 28% sull’economia, al 26% sulla guerra con l’Iran, al 20% sui prezzi della benzina e al 19% su inflazione e costo della vita. Trump continua invece a ottenere risultati sensibilmente migliori sulla sicurezza delle frontiere, dove raggiunge il 49%, e sull’immigrazione, al 43%: i temi tradizionali del trumpismo resistono, ma non riescono più a compensare l’insoddisfazione economica.

Il confronto con la storia suggerisce comunque prudenza. Il 29% non rappresenta il record negativo assoluto della presidenza americana: Gallup registrò Harry Truman al 22% nel febbraio 1952, mentre anche Richard Nixon e Jimmy Carter scesero sotto il 30%. Entrare in quella fascia significa però raggiungere un territorio che nella storia dei sondaggi americani ha accompagnato alcune delle fasi politicamente più difficili per la Casa Bianca, pur in circostanze storiche profondamente diverse.

A rendere il quadro ancora più delicato è il calendario. Il 3 novembre gli Stati Uniti rinnoveranno l’intera Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato e, anche se Trump non comparirà direttamente sulle schede elettorali, il giudizio sulla sua presidenza inevitabilmente accompagnerà il voto. Reuters/Ipsos registra tra gli elettori iscritti un vantaggio di otto punti dei democratici nel voto congressuale, il margine più ampio misurato dall’istituto quest’anno: una fotografia nazionale che non consente di prevedere l’esito dei singoli collegi o la futura maggioranza del Congresso, ma racconta il clima nel quale i candidati repubblicani dovranno affrontare l’ultima parte della campagna.

Il 29% fa rumore, il 32% di Reuters/Ipsos conferma che il problema non appartiene a una sola rilevazione, ma per Trump il numero politicamente più delicato potrebbe essere quel 73% registrato tra gli stessi repubblicani, ancora largamente maggioritario ma nove punti più basso rispetto a una settimana prima. Il presidente non ha perso il suo partito e conserva intatta la capacità di condizionarne linea e candidati; ciò che gli ultimi sondaggi raccontano è piuttosto un’America che si sta allontanando proprio mentre si avvicina il primo grande appuntamento elettorale del suo secondo mandato.