C’è un dato che colpisce più di ogni altro. Donald Trump non ha atteso il risultato delle elezioni di medio termine per denunciare presunti brogli. Ha iniziato prima. Molto prima.

Le ultime notizie riguardano il discorso di oltre trenta minuti rivolto alla nazione. Il presidente ha sostenuto che la Cina avrebbe sottratto i dati di 220 milioni di elettori americani, parlando della “più grande violazione di dati elettorali della storia” e accusando apparati dello Stato di aver nascosto la verità.

Sono accuse gravissime. Ma, allo stato dei fatti, i documenti diffusi dalla Casa Bianca non dimostrano che vi sia stata una manipolazione dei risultati elettorali. Anzi, le valutazioni ufficiali dell’intelligence americana pubblicate dopo le elezioni del 2020 avevano concluso di non aver trovato prove che attori stranieri avessero alterato il voto, le registrazioni elettorali o lo scrutinio.

È proprio qui che nasce la preoccupazione.

Trump non si limita a denunciare una vulnerabilità informatica, tema certamente serio e che merita verifiche approfondite. Collega invece quella vicenda alla legittimità dell’intero sistema democratico americano, torna a evocare il “Deep State”, parla di apparati che avrebbero cospirato contro di lui e rilancia una narrazione che ricorda quella utilizzata dopo la sconfitta del 2020.

Il contesto rende tutto ancora più delicato.

Le elezioni di medio termine si avvicinano e numerosi sondaggi indicano un quadro difficile per il Partito Repubblicano di Trump, con il rischio concreto di perdere il controllo del Congresso. Se questo scenario dovesse materializzarsi, il presidente vedrebbe fortemente ridotta la propria capacità di governare negli ultimi due anni del mandato.

Il clima in cui tutto questo sta accadendo è un clima che evidenzia il disastro della politica estera dell’amministrazione Trump, con le guerre in corso che non riesce a chiudere, l’immane tragedia di Gaza che Trump fa finta di non vedere, l’Iran che non si lascia sottomettere, i rapporti fortemente compromessi con l’Europa, gli incomprensibili attacchi al Papa americano, la guerra dei dazi che hanno prodotto un disastro soprattutto all’economia americana. Insomma, un fallimento dopo l’altro.

Per questo molti osservatori americani leggono le parole di Trump come una possibile strategia preventiva: mettere in discussione la credibilità del voto prima ancora che gli elettori si esprimano. Non è una prova che Trump rifiuterà il risultato, ma è una dinamica che richiama quanto accaduto nel 2020 e che alimenta forti timori nel dibattito pubblico.

Il problema non riguarda soltanto il destino politico di Trump.

Riguarda la stabilità degli Stati Uniti.

L’America è oggi uno dei Paesi più polarizzati del mondo occidentale. La fiducia reciproca tra democratici e repubblicani è ai minimi storici, il linguaggio politico è sempre più radicalizzato e una parte consistente dell’elettorato continua a ritenere illegittime le istituzioni quando producono risultati sgraditi.

In questo clima, ogni dichiarazione del presidente ha un peso enorme.

Se il capo della Casa Bianca insinua che il sistema elettorale sia compromesso senza presentare prove conclusive di una manipolazione del voto, il rischio è quello di alimentare ulteriormente la sfiducia nelle istituzioni democratiche. Ed è proprio questo l’allarme lanciato dalle opposizioni, che accusano Trump di intimidire gli elettori e di preparare il terreno a una possibile contestazione dell’esito elettorale.

Naturalmente nessuno può prevedere cosa accadrà dopo il voto.

Parlare oggi di una guerra civile sarebbe una previsione non supportata dai fatti. Tuttavia è altrettanto vero che gli Stati Uniti hanno già vissuto, il 6 gennaio 2021, un assalto al Campidoglio nato proprio dalla convinzione, alimentata da Trump, che le elezioni fossero state rubate. Quel precedente impone prudenza e rende inevitabile osservare con particolare attenzione qualsiasi nuova delegittimazione preventiva del processo elettorale.

La vera questione, dunque, non è soltanto se la Cina abbia violato banche dati elettorali, circostanza che richiede verifiche rigorose e indipendenti. La domanda decisiva è un’altra: il presidente degli Stati Uniti accetterà il verdetto delle urne qualunque esso sia?

È la risposta a questa domanda che oggi preoccupa Washington molto più delle accuse rivolte a Pechino. Perché una democrazia sopravvive anche agli attacchi esterni. Molto più difficile è resistere quando a mettere in dubbio la fiducia nel voto è chi guida il Paese.