La politica internazionale contemporanea sembra, talvolta, aver abdicato alla grammatica della razionalità strategica per consegnarsi a una retorica dell’azzardo permanente. In questo scenario si staglia la figura di Donald Trump, protagonista di una stagione geopolitica nella quale l’improvvisazione decisionale, l’iperbole polemica e la teatralizzazione del conflitto, hanno finito per costituire non una deviazione occasionale, ma un vero e proprio metodo di governo.

Le recenti tensioni con l’Iran rappresentano forse l’esempio più emblematico di tale impostazione. Washington ha progressivamente irrigidito la propria postura militare, incrementando la pressione sugli alleati europei, affinché prendessero parte, con maggiore determinazione, alle operazioni connesse alla crisi mediorientale. Il linguaggio utilizzato dalla Casa Bianca ha assunto toni apertamente ultimativi. Agli Stati europei è stato rimproverato un presunto atteggiamento di esitazione, quasi che la prudenza diplomatica costituisse una forma di pusillanimità politica.

L’argomentazione trumpiana segue una logica elementare e brutale: se il petrolio mediorientale interessa anche all’Europa, allora l’Europa deve concorrere alla guerra che lo difende.

Una semplificazione che riduce il complesso equilibrio della sicurezza internazionale a una sorta di contabilità energetica.

Contemporaneamente permane sullo sfondo il dossier ucraino, nel quale l’atteggiamento statunitense oscilla tra il sostegno militare e il tentativo di ridefinire unilateralmente i margini negoziali con Mosca. Questa oscillazione, lungi dal produrre stabilità, alimenta diffidenze tra gli alleati e contribuisce a un generale clima di incertezza strategica. Tuttavia, il tratto distintivo della diplomazia trumpiana risiede proprio in questa alternanza tra minaccia e negoziazione, tra esibizione muscolare e improvvisa retromarcia tattica. Non si tratta di una dottrina coerente, bensì di una dinamica politica che sembra derivare più dall’istinto polemico che da una visione sistemica degli equilibri globali.

L’antropologia del trumpismo

Ogni leadership politica, in qualsivoglia nazione e stato, genera un proprio campo gravitazionale di consenso. Nel caso di Trump, tuttavia, il fenomeno assume una configurazione quasi para-religiosa.

Il trumpiano non appare semplicemente un elettore, talvolta tende, piuttosto, a configurarsi come un credente. Il rapporto con il leader non si struttura secondo la logica della valutazione critica, ma secondo quella dell’adesione fideistica.

In questa peculiare teologia politica, la realtà empirica viene subordinata alla narrazione identitaria: ciò che conta non è la verificabilità dei fatti, bensì la loro consonanza con il racconto collettivo. Non sorprende, allora, che il medesimo universo mentale che alimenta il trumpismo, costituisca anche il terreno fertile per alcune delle più singolari manifestazioni dell’antiscientismo contemporaneo.

I terrapiattisti

La teoria della Terra piatta rappresenta una delle più paradossali regressioni epistemologiche dell’era digitale.

In un’epoca in cui satelliti, missioni spaziali e cartografia geodetica, documentano con evidenza incontrovertibile la sfericità del pianeta, una minoranza rumorosa continua a sostenere che il globo terrestre sia in realtà una superficie piana, circondata da misteriose barriere polari.

L’argomento centrale di tale dottrina è tanto semplice, oltre che disarmante: tutto ciò che contraddice la teoria viene interpretato come parte di un complotto globale. La scienza, da strumento di conoscenza, diviene così oggetto di sospetto.

Il parallelismo con alcune dinamiche del trumpismo non è difficile da intravedere.

I no-vax

Il movimento antivaccinista costituisce un ulteriore capitolo di questa epistemologia alternativa.

Milioni di pagine di letteratura scientifica, decenni di ricerca biomedica e l’esperienza concreta delle campagne di immunizzazione vengono frequentemente messi in discussione sulla base di argomentazioni aneddotiche o di suggestioni complottistiche.

La comunità scientifica internazionale viene così immaginata come una vasta congiura planetaria, mentre la verità sarebbe custodita da qualche improvvisato taumaturgo digitale armato di connessione internet e fervore polemico.

I negazionisti dell’allunaggio: i noLuna

A questa costellazione appartengono anche i sostenitori della teoria secondo cui le missioni lunari sarebbero state girate in uno studio cinematografico. La Nasa, in tale ricostruzione fantastica, avrebbe orchestrato il più grande inganno mediatico della storia moderna.

È in questo contesto culturale che l’immaginazione satirica potrebbe concedersi un’ulteriore licenza. Forse, nello stesso universo mentale, le note musicali non sono rotonde come nella notazione moderna, ma quadrate, secondo l’antica grafia dei manoscritti sacri rinascimentali.
Un ritorno alla mensuralità del Cinquecento che ben si accorderebbe con una concezione della realtà ferma alle premesse del sapere pre-scientifico.

Raffronto tra l'assurdo del negazionismo e la mentalità dei Trumpiani

In questo senso, l’analogia con le moderne confraternite dell’antiscientismo appare quasi inevitabile. I movimenti no-vax, i negazionisti dell’allunaggio, i terrapiattisti e altre simili declinazioni dell’incredulità organizzata, condividono con il trumpismo una medesima struttura mentale, ovvero la sostituzione dell’argomentazione con l'irrazionalità, della verifica con l’intuizione, del dato empirico con la suggestione ideologica. In tali ambienti, la realtà non viene analizzata, bensì filtrata attraverso una lente identitaria che accetta solo ciò che conferma il presupposto iniziale. Il sostenitore di Trump, come il terrapiattista o il negazionista della Luna, non è dunque semplicemente colui che aderisce a un’idea discutibile, è, piuttosto, colui che si sottrae deliberatamente alla fatica del dubbio, preferendo la rassicurante semplicità della credenza alla complessità spesso scomoda della conoscenza. In questa comune genealogia, dell’incredulità metodica e politica, finiscono per condividere lo stesso destino: quello di trasformare l’ignoranza in identità e la diffidenza verso il sapere in orgoglio militante.

L’Italia e l’equilibrio difficile

In mezzo a queste tensioni globali si colloca la posizione dell’Italia guidata da Giorgia Meloni.

Il governo italiano ha cercato negli ultimi anni di mantenere una linea di equilibrio tra la tradizionale fedeltà all’alleanza atlantica e la necessità di preservare un margine di autonomia strategica europea. Non si tratta di un compito semplice, questo bisogna necessariamente dirlo. La pressione americana per un maggiore allineamento militare si scontra, infatti, con una crescente sensibilità europea verso i rischi di escalation.

Ergo, la diplomazia italiana si è mossa lungo una traiettoria prudenziale, evitando sia la rottura con Washington sia un coinvolgimento eccessivamente entusiastico nelle dinamiche belliche.

Tuttavia, la vicenda della base di Sigonella ha rappresentato un momento particolarmente significativo di questa postura diplomatica.

Negli ultimi giorni, il governo italiano, ha infatti negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base siciliana per alcuni velivoli diretti verso il Medio Oriente, poiché non era stata formalmente richiesta l’autorizzazione prevista dagli accordi bilaterali; ergo il ministro della Difesa Guido Crosetto ha quindi disposto il blocco dei voli.

Il gesto possiede un valore politico che va oltre l’aspetto procedurale. Esso segnala la volontà di riaffermare il principio secondo cui le infrastrutture militari presenti sul territorio italiano non possono essere impiegate senza il consenso delle autorità nazionali. In altre parole, l’alleanza non implica automaticamente subordinazione.

Morfologia della follia politica

La figura di Trump introduce nel lessico della politica internazionale una categoria che potremmo definire, con un certo rigore semantico, una morfologia della dismisura.

I suoi discorsi sono costruiti secondo una sintassi dell’eccesso. Un lessico da guerra, costituito da iperbole, antagonismo permanente, polarizzazione emotiva. Sennonché, la complessità delle relazioni internazionali viene compressa in formule sloganistiche. Le guerre diventano strumenti di pressione negoziale. Le alleanze assumono il carattere di transazioni economiche. Ancorché, il rischio non consiste soltanto nelle decisioni immediate che tale approccio produce. Il rischio risiede soprattutto nell’erosione progressiva della cultura diplomatica che ha governato gli equilibri internazionali nel secondo dopoguerra.

Quando la politica estera viene ridotta a linguaggio sloganistico e aggressivo, la guerra comincia a insinuarsi nella normalità del discorso pubblico.

A questo punto, la vera inquietudine non riguarda soltanto l’uomo, ma il contesto storico che ne rende possibile l’ascesa.

Una parte significativa dell’opinione pubblica occidentale sembra ormai incline a preferire narrazioni semplici a spiegazioni complesse, slogan identitari a ragionamenti articolati, convinzioni emotive a verifiche empiriche. È in questo terreno che il trumpismo prospera. Esattamente come prosperano movimenti quali noVax, Terrapiattisti, e compagnia abbaiante.

Se il futuro dell’ordine internazionale dovesse davvero essere plasmato da questa combinazione di populismo geopolitico e diffidenza verso la conoscenza scientifica, la storia potrebbe ricordare il nostro tempo come l’epoca in cui la civiltà tecnologica più avanzata della storia si è trovata guidata da una cultura politica sorprendentemente ostile alla razionalità. Un paradosso storico che non promette nulla di buono.