Alla vigilia dell’incontro a Ginevra tra funzionari ucraini e statunitensi, il premier riferisce di una telefonata con il tycoon e apre a incontri tra leader. Putin risponde con un attacco massiccio. Intanto Orbán alza la tensione e torna a bloccare gli aiuti, invocando l’oleodotto Druzhba. Bruxelles replica: «Nessun rischio immediato»
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epa10183563 A handout photo made available by the presidential press service shows Ukrainian President Volodymyr Zelensky attends a ceremony of the National flag rising in the reclaimed city of Izyum in Kharkiv's area, Ukraine, 14 September 2022. The Ukrainian army pushed Russian troops from occupied territory in the northeast of the country in a counterattack. Kharkiv and surrounding areas have been the target of heavy shelling since February 2022, when Russian troops entered Ukraine starting a conflict that has provoked destruction and a humanitarian crisis. EPA/PRESIDENTIAL PRESS SERVICE HANDOUT HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES
Sull’Ucraina qualcosa si muove, ma non sono i negoziati: sono i missili. La fotografia di queste ore è tutta qui, nella sproporzione tra la diplomazia che prova a rimettersi in moto e la guerra che, invece, accelera e colpisce dove fa più male: infrastrutture critiche, città, corpi. Nella notte, Kiev è finita di nuovo sotto attacco. Missili balistici e droni sono stati segnalati sopra la capitale, con esplosioni udite in più punti e l’invito alla popolazione a raggiungere i rifugi. Attacchi simili risultano in corso anche su Zaporizhia e Kharkiv. A Zaporizhia, secondo il capo dell’Amministrazione militare regionale, Ivan Fedorov, il bilancio provvisorio è di un morto e otto feriti.
È accaduto a poche ore da un appuntamento che, almeno sulla carta, dovrebbe segnare un passo avanti: il bilaterale a Ginevra tra funzionari ucraini e statunitensi. Alla vigilia, Volodymyr Zelensky ha riferito di aver avuto un colloquio telefonico con il presidente, parlando delle questioni che i rispettivi team affronteranno oggi e, soprattutto, dei «preparativi» per un prossimo incontro negoziale «al completo in formato trilaterale all’inizio di marzo», quindi anche con i russi. Zelensky ha spiegato che l’aspettativa è che quel percorso »offra l’opportunità di portare i colloqui a livello di leader» e ha aggiunto che “il presidente sostiene questa sequenza di passi”, definendola «l’unico modo per risolvere tutte le questioni complesse e delicate e porre finalmente fine alla guerra».
Poi, però, la cronaca si impone sulla politica. Zelensky ha denunciato un’offensiva notturna di dimensioni eccezionali: «La Russia ha lanciato 420 droni e 39 missili contro l’Ucraina nella notte». Ha parlato di infrastrutture energetiche danneggiate e di attacchi in otto regioni, con decine di feriti e obiettivi colpiti anche fuori Kiev. «Ieri sera, la Russia ha nuovamente dichiarato guerra alle infrastrutture critiche e agli edifici residenziali ordinari», ha detto. Un messaggio doppio: la guerra non rallenta, e ogni spiraglio diplomatico viene accompagnato da un gesto di forza sul terreno.
In mezzo, l’Europa fatica a tenere la linea. E qui entra in scena Viktor Orbán, che torna a usare il veto come clava, alzando la tensione con Kiev e con Bruxelles. In una lettera aperta pubblicata su X, il premier ungherese chiede a Zelensky di «riaprire immediatamente l’oleodotto dell’Amicizia» (Druzhba) e di «astenersi da ulteriori attacchi alla sicurezza energetica dell’Ungheria». Orbán accusa il presidente ucraino di aver tentato per anni di «costringere l’Ungheria a entrare nella guerra» e sostiene che Bruxelles e l’opposizione ungherese stiano «coordinando gli sforzi» per portare al potere un governo filo-ucraino a Budapest. Chiude con una rivendicazione netta: «Non vogliamo partecipare alla guerra. Non vogliamo finanziare lo sforzo bellico e non vogliamo pagare di più per l’energia».
La posta, però, non è solo retorica. La “scusa” energetica diventa leva politica per bloccare dossier cruciali: un prestito Ue da 90 miliardi di euro di cui Kiev ha bisogno e il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, osteggiato anche da Bratislava. La Commissione europea ha ribadito che «in questa fase, non vi è alcun rischio immediato per la sicurezza dell’approvvigionamento» di Budapest e Bratislava, ricordando che la Croazia ha confermato trasporti di greggio non russo attraverso l’oleodotto Adria e che entrambi i Paesi «dispongono di riserve di petrolio». Orbán, però, insiste: per lui la chiusura di Druzhba sarebbe dovuta a «motivi politici, non tecnici», e aggiunge di vedere «ulteriori azioni» ucraine per interrompere il sistema energetico ungherese.
Il punto politico è evidente: la guerra in Ucraina si combatte anche nei Consigli europei, a colpi di veti e di narrative interne. Orbán, che secondo le ricostruzioni rischia di perdere le elezioni del 12 aprile dopo sedici anni di dominio, spinge al massimo la sua strategia anti-Kiev proprio mentre la diplomazia prova a costruire un calendario. E più la pressione elettorale cresce, più l’Ucraina diventa un campo di battaglia utile in casa ungherese.
Intanto, alle Nazioni Unite l’Assemblea generale ha adottato una risoluzione che riafferma il sostegno all’Ucraina, nonostante le obiezioni degli Stati Uniti, che si sono astenuti perché volevano un voto separato sulla parte del testo che ribadisce l’integrità territoriale ucraina «all’interno dei suoi confini riconosciuti a livello internazionale». Anche qui, un segnale: i fronti non sono compatti, e ogni parola pesa quanto un voto.
In questo incastro di telefonate, veti e missili, la terza variabile è la “moral suasion” che potrebbe esercitare Washington: gli Stati Uniti hanno interesse che sia l’Unione europea a sostenere il peso economico di Kiev, tra aiuti militari e ricostruzione. Ma l’Europa resta ostaggio delle sue regole e delle sue fratture interne, mentre Mosca continua a dettare i tempi con le salve notturne.
Così, la giornata di Ginevra arriva sotto il rumore dei droni e con l’odore dei missili ancora nell’aria. Qualcosa si muove, sì. Ma per ora, nel modo più brutale possibile.

