Dal 24 al 27 settembre le piazze, i cortili e le vie del centro di Torino tornano ad animarsi per Terra Madre Salone del Gusto 2026, il più importante appuntamento internazionale dedicato alla cultura del cibo e alla salvaguardia della biodiversità. L’edizione di quest’anno vedrà la partecipazione di oltre 130 Presìdi Slow Food italiani, simboli concreti di un'agricoltura eroica che resiste all’omologazione e tutela razze locali e varietà vegetali a rischio di estinzione. Tra le dodici novità assolute presentate ufficialmente durante la manifestazione, spicca un ruolo di primissimo piano per la Calabria, che porta a Torino ben quattro nuovi Presìdi, mettendo in mostra un patrimonio gastronomico ed ecologico straordinario.

A guidare la pattuglia delle eccellenze calabresi, sostenuta dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Calabria e dai presidi territoriali, c’è l’aglio rosa di Nicastro. Coltivato nelle fertili campagne a nord di Lamezia Terme, questo bulbo deve il nome alle caratteristiche striature che ne vestono gli spicchi: si distingue per un profumo avvolgente ma dal sapore sorprendentemente delicato, qualità che lo rende da sempre fondamentale sia in cucina sia nella preparazione dei salumi tradizionali.

Spostandosi nel catanzarese trova spazio la storia di resilienza della pesca tardiva di Magisano. Riconoscibile per la buccia verde-bianca dalle sfumature rosse e per una polpa straordinariamente succosa e aromatica, questa varietà ha garantito per generazioni il sostentamento delle famiglie locali. La sua naturale delicatezza e la difficoltà di conservazione hanno però rischiato di decretarne la scomparsa, aggravata dal progressivo spopolamento delle aree interne; la nascita del Presidio rappresenta oggi una speranza fondamentale per preservarne la coltivazione.

La biodiversità della regione si racconta anche attraverso l’oliva geracese, tipica della fascia ionica compresa tra Monasterace e Brancaleone. Caratterizzata da un sapore deciso e da spiccate note vegetali che richiamano il profumo di macchia mediterranea, menta e finocchio selvatico, la geracese è da sempre destinata sia alla frantoiana che al consumo da mensa. Oggi questa antica varietà soffre l'abbandono dei terreni marginali e la minaccia costante degli incendi estivi, ma trova nella rete di salvaguardia di Slow Food una nuova spinta per il futuro.

A completare il poker calabrese, tra le vette dell’Aspromonte e delle Serre, ci sono i fagioli pappaluni. Coltivati fino a 1200 metri di altitudine nelle tipologie bianca e violacea, questi legumi vantano una storia contadina unica: trattandosi di piante rampicanti capaci di superare i quattro metri d'altezza, la loro coltivazione richiede tuttora l'uso dei tradizionali pali di castagno prelevati nei boschi locali. In cucina sono i re incontrastati di piatti iconici della tradizione montana, come la celebre minestra con borragine selvatica.

I quattro nuovi prodotti calabresi condividono la scena torinese con altre grandi novità nazionali, a partire dal primo Presidio Slow Food della castanicoltura tradizionale, un progetto a carattere trasversale nato per rigenerare le Terre Alte dell'intera penisola attorno allo storico "albero del pane". Insieme alla Calabria, completano la mappa delle new entry la Basilicata con il casiello della montagna materana e la strazzata di Avigliano, il Lazio con l’aglio rosso di Proceno, la Sicilia con il limone di Bagheria e i pascoli di Castronovo, la Toscana con il pomodoro borsa di montone, il Trentino con le sue mele storiche e il Veneto con il pregiato miele di barena della laguna veneziana.