È appena uscito: “Aspromonte, il cammino della gioia”, il nuovo libro di Alessandro Frontera che ci racconta le emozioni più incredibili di un viaggiatore sognatore che dalla Lombardia è tornato in Calabria per scoprire gli angoli più nascosti di questa terra meravigliosa. Per poi raccontarla e far innamorare tutti.

Il suo è un cammino che cura e racconta. Dalla tappa Natile Vecchio–Zervò arriva la lezione che perdersi non è fallire, ma parte del viaggio. Alessandro Frontera entra nei borghi ascoltando, costruisce fiducia con semplicità e celebra incontri inaspettati — soprattutto con le guide dell’Aspromonte. Affronta l’eredità della criminalità per cambiare la narrazione e promuovere sviluppo, proponendo reti di cooperative, produttori e ospitalità sostenibile. I suoi diari bilanciano indicazioni pratiche e confessioni intime. Prossimo obiettivo: tornare nei territori, parlare ai giovani e con Fili Meridiani raccontare una Calabria autentica.

Lo abbiamo intervistato

Nei tuoi testi il cammino diventa anche terapia e auto-conoscenza: quale passo o tappa dell’Aspromonte ti ha cambiato più profondamente, e perché?

Sì, per me il cammino è una forma di terapia e di conoscenza profonda di sé. Anche durante questo viaggio ho vissuto esperienze che mi hanno lasciato qualcosa di importante, ma il momento più significativo è stato nella seconda tappa, da Natile Vecchio a Zervò.

Quel giorno ho capito che perdersi, scegliere una strada sbagliata, essere costretti a tornare indietro non significa aver fallito. Significa semplicemente vivere una parte del percorso. È stata una lezione che ho accolto con serenità e che provo a portare con me ogni giorno: non tutto va come avevamo immaginato, ma ogni deviazione può insegnarci qualcosa.

Durante le tue tappe descrivi molte persone, ospitalità domestica e diffidenze locali: come costruisci fiducia con gli abitanti dei borghi e quali incontri ti hanno sorpreso di più?

Le persone sono la parte più importante di ogni cammino. Io non ho una strategia particolare per conquistare la loro fiducia: cerco semplicemente di essere me stesso.

Arrivo con il desiderio sincero di ascoltare, non di giudicare o raccontare una storia già scritta. Quando le persone percepiscono questo, si aprono naturalmente.

Tutti gli incontri che racconto nel libro hanno un valore speciale. Se però devo citarne alcuni, penso ai colleghi guide dell'Aspromonte. Sono stati dei veri pionieri: hanno creduto in questi luoghi quando pochi lo facevano e hanno contribuito a cambiare la narrazione della montagna, facendola conoscere e vivere.

Racconti l’eredità dei sequestri e della presenza criminale nell’Aspromonte; come può il racconto del territorio contribuire a cambiare la narrazione pubblica e l’economia locale?

Credo profondamente che il modo in cui raccontiamo un territorio possa cambiarne la percezione.

Nel mio piccolo, questo libro vuole fare proprio questo. Ho scelto volutamente di accostare le parole "Aspromonte" e "gioia", perché troppo spesso questo territorio è stato associato soltanto alla cronaca nera.

L'Aspromonte, invece, è fatto di persone, di storie, di natura e di comunità che meritano di essere conosciute. Se cambiamo il racconto, possiamo avvicinare nuove persone e creare opportunità concrete per chi vive questi luoghi. La narrazione, da sola, non basta, ma può essere il primo passo per generare sviluppo.

Vedendo progetti come serre, cooperative e reti, quale modello concreto proporresti oggi per coniugare tutela ambientale, lavoro e contrasto allo spopolamento?

Credo che il futuro delle aree interne passi dalla collaborazione.

Non basta promuovere la propria attività: bisogna imparare a raccontare e valorizzare un intero territorio. Quando strutture ricettive, guide, produttori, associazioni e istituzioni lavorano insieme, il visitatore vive un'esperienza completa e questo genera economia.

Dobbiamo innovare senza perdere autenticità. È proprio l'identità dei nostri paesi il valore più grande che abbiamo.

Nei tuoi diari c’è un continuo alternarsi fra guida pratica e confidenza intima: come decidi cosa raccontare?

I miei diari sono volutamente un viaggio nel viaggio.

Mi piace alternare gli aspetti più pratici del cammino – tempi, percorsi e difficoltà – a ciò che quel cammino mi lascia dentro. Credo che chi legge abbia bisogno sia di informazioni utili, sia di emozioni.

Il cammino non è solo una traccia da seguire su una mappa: è soprattutto un'esperienza da vivere.

6. Dopo questi cammini e presentazioni, quali progetti senti di voler portare avanti per la Calabria? E che ruolo possono avere realtà come Fili Meridiani?

In questo momento sento che la cosa più importante sia tornare a incontrare le persone.

Lavoro ogni giorno come storyteller e creator digitale, ma credo che il contatto diretto nelle comunità, durante le presentazioni o nelle scuole abbia un valore enorme.

I ragazzi, ogni volta che li incontro, riescono a sorprendermi. Hanno bisogno di essere stimolati con esempi concreti e con una narrazione diversa della Calabria, una narrazione che faccia nascere curiosità e fiducia.

Con Fili Meridiani continuiamo proprio questo lavoro: raccontare la Calabria autentica, quella fatta di persone, storie e luoghi che spesso restano fuori dai grandi riflettori. È un modo per costruire un immaginario diverso e aiutare le comunità a riconoscere il valore di ciò che hanno. Oggi costruire con la comunità e il modo più sostenibile e efficace per sostenere e valorizzare un territorio.

Io continuerò su questa strada, un passo alla volta.