C’è un filo sottile che unisce memoria, educazione e amore per la parola: è il filo che attraversa la storia di Angela Gabriela Francesca Giordano, insegnante, scrittrice ed educatrice calabrese. Nata a Cosenza e cresciuta a San Lorenzo del Vallo, Angela ha costruito il suo percorso umano e professionale intrecciando studio, passione per le arti e un profondo legame affettivo con le proprie radici familiari.

Ereditata dalla madre Dina Branca, prematuramente scomparsa, la vocazione per la letteratura si è trasformata in un progetto editoriale e pedagogico concreto: Le filastrocche di Dina, un’opera scritta con sensibilità e dedizione, capace di parlare ai più piccoli ma anche agli adulti. Il volume ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Nazionale “Troccoli Magna Grecia” e una Menzione di Merito al Premio Internazionale “Castrovillari – Città della Cultura”, ed è oggi adottato in diversi istituti scolastici come strumento didattico.

La sua formazione, che spazia dalle scienze umane alla filosofia fino agli studi universitari in Psicologia dello sviluppo infantile, racconta una figura educativa completa, consapevole e appassionata. In questa intervista Angela Giordano si racconta, ripercorrendo il suo cammino, il valore della scrittura per l’infanzia e il significato profondo del suo impegno quotidiano come insegnante.

Le filastrocche di Dina nascono da un’esigenza personale o da un percorso educativo maturato nel tempo?
«Nascono da entrambe le circostanze. Mia madre mi ha insegnato a leggere, scrivere e memorizzare molto presto: avevo circa quattro anni e già leggevo e scrivevo quasi correttamente. Era l’inizio degli anni Ottanta e, per quell’epoca, ero considerata quasi un piccolo genio. Avevo una passione innata per l’ascolto e per le letture di ogni tipo. Mia madre, con un metodo semplice ma straordinario, riuscì a farmi amare profondamente le poesie. Ricordo ancora la prima filastrocca che imparai a memoria: Farfallina».

Che peso ha avuto sua madre in questo percorso?
«È stata assolutamente determinante. La sua “educazione didattica” è stata la chiave di tutto il mio cammino scolastico. Ero molto portata per le materie umanistiche, meno per quelle scientifiche, ma il suo modo di trasmettermi l’amore per la scrittura è diventato l’essenza della mia formazione. Da qui nasce anche l’esigenza personale: scrivere “Dina” è il mio modo più intimo di comunicare ciò che vedo, sento e penso, usando tutti i sensi, proprio come mi ha insegnato lei. Alcune filastrocche nascono spontaneamente, altre vengono studiate con un preciso scopo didattico, soprattutto quando entrano nelle scuole».

Chi è Dina e perché questa figura attraversa così fortemente tutta la raccolta?
«Dina è mia madre. È la donna che mi ha insegnato tutto. Era bellissima, elegante, delicata, colta, intelligente, quasi troppo per questa terra. Proviene da una famiglia culturalmente molto viva, ma lei, per carattere, è sempre rimasta lontana dai riflettori pur avendo le qualità per esserne protagonista. In Dina c’è tutto questo: le mie radici, la mia storia, il mio orgoglio. Ho perso i miei genitori troppo presto e questo libro è un gesto d’amore, di riconoscenza e, in qualche modo, anche un ringraziamento per ciò che mi hanno dato».

Le sue filastrocche parlano ai bambini, ma toccano anche temi complessi come la perdita e il dolore: quanto è importante non “proteggerli troppo”?
«Mi sono interrogata spesso su come i bambini potessero reagire a filastrocche legate alla perdita. Non voglio mai essere cruda, ma credo che raccontare anche il dolore, con leggerezza, sia un modo per prepararli. Non al dolore in sé, ma a come affrontarlo. I bambini vivono emozioni profonde e pongono domande che spesso mettono in difficoltà noi adulti. Io li preparo “cantando”. Può sembrare strano parlare di dolore in filastrocca, ma funziona: non ne escono feriti, bensì teneramente commossi. Naturalmente le insegnanti scelgono sempre i testi più adatti all’età».

Che ruolo ha oggi la filastrocca in un’epoca dominata dal digitale?
«A scuola ha un ruolo essenziale. La memorizzazione è fondamentale in tutte le materie, comprese quelle scientifiche. Io stessa sono riuscita a superare un liceo scientifico grazie a una memoria allenata. Nelle materie umanistiche, poi, memorizzare concetti, date ed eventi è indispensabile. Il digitale ha certamente allontanato i giovani dalla lettura, ma la responsabilità non è solo sua: siamo noi adulti che fatichiamo a collaborare per costruire percorsi educativi capaci di far amare davvero i libri e la poesia».

Il fatto è che siamo noi adulti i primi a vivere immersi nel digitale.
«Esattamente. Ed è questo che mi fa più male. Durante una premiazione mi sono resa conto di essere la più giovane tra gli scrittori presenti: avevo 47 anni. È stato sconfortante. I risultati li vediamo ogni giorno: difficoltà nella lettura e nella scrittura, errori grammaticali diffusi, scuole sempre più svuotate. Viene spontaneo chiedersi chi formerà i professionisti di domani».

Nel libro emergono con forza famiglia, scuola e fede: sono ancora pilastri educativi centrali?
«Per me lo sono assolutamente. La famiglia è l’essenza prima di tutto. I miei genitori mi hanno educata all’amore, allo studio, alla disciplina e alla solidarietà. Mi hanno insegnato ad aiutare chi ha bisogno e ad amare gli animali. La cultura mi ha dato strumenti, la storia disciplina, la letteratura profondità. La fede è una dimensione personale: credo nei Santi, non nelle istituzioni che predicano bene e razzolano male».

Cosa nota di più nei bambini di oggi rispetto al loro bisogno di ascolto e affetto?
«Ho scelto di studiare Psicologia infantile proprio per comprendere meglio i loro bisogni. Mi accorgo che tanto il troppo quanto il nulla materiale producono lo stesso effetto: assenze emotive. È come se molti bambini non avessero una reale percezione di umanità attorno a loro, perché non vengono ascoltati con il cuore, ma solo superficialmente».

I bambini hanno bisogno di essere ascoltati.
«Assolutamente sì. Hanno bisogno di raccontare e di raccontarsi. Sono esseri puri, senza filtri, e se li ascolti davvero riesci a comprendere i loro desideri e le loro paure. Ciò che mi preoccupa è che spesso parlano più facilmente con me che con un genitore. Non per colpa delle famiglie, ma per un sistema distorto, dominato dal digitale e dai social, a cui affidiamo confidenze che dovrebbero restare umane».

Dopo questo libro ha pubblicato altri lavori?
«Dopo il primo volume, incoraggiata da amiche di una vita, ho pubblicato un secondo libro che mi ha regalato grandi soddisfazioni, non solo in termini di premi ma soprattutto personali. Un terzo lavoro è già in progetto».