L'autore calabrese si confessa nel suo ultimo libro: «Non siamo sempre colpevoli, ma siamo responsabili di ciò che ci accade. Il divorzio? Un dolore necessario che mi ha insegnato a essere un esempio per i miei figli»
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Ci sono storie che non cercano alibi, ma offrono specchi. Quella di Roberto Stoico è un viaggio a cuore aperto tra le pieghe di una vita comune e, proprio per questo, straordinaria: dai passi incerti dell'adolescenza al dolore di un divorzio, fino alla faticosa e consapevole riscoperta di sé. Nel suo libro "Tiramisù", l’autore non si limita a raccontare una crisi, ma la trasforma in un’opportunità per riflettere sul potere della responsabilità. In questa intervista, Stoico ci conduce dietro le quinte del suo racconto, spiegandoci perché smettere di cercare colpevoli sia l'unico vero modo per tornare a scriversi un futuro.
Nel libro lei mette a nudo la sua esperienza personale, dalle difficoltà dell’adolescenza fino al divorzio. Quando ha capito che quella storia poteva diventare un libro e, soprattutto, un messaggio per gli altri?
L’ho capito molto presto. Di solito, quando accadono situazioni del genere, si tende a generalizzare e a dare sempre la colpa a uno dei “contendenti”. Così li chiamo io. Perché? Perché l’immediato post rottura, di qualsiasi natura essa sia – sentimentale, lavorativa, sportiva, familiare, di amicizia – diventa un inutile gioco delle colpe, dove si fa a gara a imputare all’altro la maggior parte delle responsabilità, cercando invece di rendere se stessi inopinabili. È proprio lì che ho capito che la mia storia poteva diventare qualcosa di più: un modo per spingere le persone a fermarsi e guardarsi in faccia, dicendo “forse qualche responsabilità per quanto accaduto ce l’ho anche io”.
Uno dei concetti centrali del suo racconto è la distinzione tra colpa e responsabilità. Perché ritiene che assumersi la responsabilità della propria vita sia il primo passo per ripartire?
La ringrazio per questa domanda, perché reputo questo punto di fondamentale importanza per poter ripartire. Ricordo una frase letta in un libro da cui ho preso ispirazione: non sempre siamo colpevoli, ma siamo sempre responsabili di ciò che ci accade. Ed è proprio qui che molte persone fanno fatica. Perché? Perché dare la colpa agli altri ci crea alibi per restare fermi.
Ci costruisce addosso una sorta di vittimismo cronico che non ci permette di analizzare davvero ciò che accade, perché “tanto è colpa degli altri. Così facendo, non osserviamo i nostri comportamenti e non capiamo su cosa possiamo migliorare, per evitare che certe situazioni si ripetano. Faccio un esempio: sono in un lavoro dove non vengo apprezzato, subisco mancanza di rispetto e maltrattamenti. Non è colpa mia avere davanti una persona del genere, ma sono comunque responsabile di ciò che faccio per cambiare quella situazione. Posso affrontarla, parlarne, oppure trovare il coraggio di cambiare strada e cercare un ambiente più in linea con i miei valori. Ecco a cosa serve smettere di dare colpe: a rimettersi in gioco, a mettersi in discussione e a ricostruire, anche faticosamente, qualcosa di migliore.
Nel libro racconta anche le paure e le occasioni mancate della sua giovinezza. Quanto pensa che le esperienze – anche gli errori – siano fondamentali per costruire la persona che diventiamo?
Le faccio un piccolo paragone: sono un istruttore di scuola calcio di bambini di 7/8 anni. A questa età, ed è giusto così, si commettono tanti errori. Non sempre si passa la palla al compagno giusto, si sbagliano valutazioni, si fanno scelte diverse da quelle più efficaci. Ma se io guidassi questi ragazzi come se avessi un joystick tra le mani, pretendendo la perfezione e riducendo al minimo l’errore, quando imparerebbero davvero? L’errore, nello sport come nella vita, fa parte del percorso di crescita. Ci sono errori ed errori, come racconto nel libro, ma quelli “sani” – nelle scelte di vita, come un lavoro, una relazione, un’esperienza – sono fondamentali.
Dobbiamo metterci in gioco, vivere, scegliere, e anche sbagliare. Perché se sbagliamo e riconosciamo la nostra responsabilità, possiamo solo crescere. Poi non è detto che sbagliamo, ma non dobbiamo privarci di tutto questo per paura. Io stesso, nella mia adolescenza, l’ho fatto, e il rischio è doppio: non vivere davvero quegli anni e arrivare poco “allenati” alla vita adulta, dove le scelte e gli errori pesano molto di più.
Il divorzio è stato un passaggio doloroso ma anche una svolta nel suo percorso umano. In che modo quella crisi ha cambiato il suo modo di guardare alla vita?
Il divorzio mi ha aperto gli occhi sulle mie responsabilità. Se da un lato mi ha creato inevitabili difficoltà, dall’altro è stata una grande opportunità. Mi ha costretto a guardare in faccia una serie di azioni, scelte e situazioni che, non analizzate per tempo, mi hanno portato a commettere degli errori. Prima tendevo a vivere molte cose senza fermarmi davvero a capirle fino in fondo. Dopo, ho iniziato a osservare di più, ad ascoltarmi, a prendermi le mie responsabilità. E senza quegli errori, anche se compresi in ritardo, probabilmente non sarei la persona che sono oggi. Sia chiaro, anche dopo ho continuato a commettere degli errori, ma è cambiata la mia percezione, il tempo di reazione e la ricerca di una soluzione. Per questo sono grato a qualsiasi esperienza fatta finora, seppur non andata nel modo tanto auspicato.
Nel racconto emerge spesso il tema dei figli e del rapporto con loro dopo la separazione. Che ruolo hanno avuto nel suo processo di rinascita personale?
I figli sono come il cibo di cui ci nutriamo, il carburante che fa muovere un’auto, il sole che ci illumina e ci scalda ogni giorno. Indispensabili. Sono una fonte inesauribile di amore, energia, coraggio e motivazione. Basta pensare a loro e anche il primo pensiero di mollare, che è umano in certi momenti, svanisce. Torna la forza, aumenta il mordente, e cresce la voglia di uscirne più forti. Siamo genitori. Anche nelle difficoltà di un divorzio, restiamo mamma e papà. Non vorrei mai che un giorno i miei figli, davanti alle difficoltà, si lasciassero andare pensando a come io ho reagito. Per questo oggi dobbiamo essere un esempio di forza e coraggio, oltre che un sostegno per loro nel presente.
Se dovesse riassumere in una sola idea il messaggio che desidera lasciare ai lettori – soprattutto a chi si sente smarrito dopo una crisi personale o familiare – quale sarebbe?
La vita è, ed è sempre stata, piena di insidie, di scelte sbagliate o non fatte, di problemi risolti e di nuovi da affrontare. Ma quanto è bella? Quante cose possiamo vivere, costruire e condividere con le persone che amiamo, con i nostri figli, e anche con noi stessi? I problemi fanno parte della vita di tutti noi, ma non per questo dobbiamo perdere la voglia di vivere e di dare un senso a questo dono. Lo dobbiamo a chi ci sta accanto, ai nostri figli, ai nostri genitori… ma soprattutto lo dobbiamo a noi stessi.

