C’è una parola che attraversa i secoli con una forza spesso fraintesa, talvolta temuta, ma sempre necessaria: eresia. Deriva dal greco hairetikós, “colui che sceglie”. Colui che esercita la libertà più alta: quella del pensiero consapevole. Essere eretici, nella sua origine più autentica, significa assumersi la responsabilità della scelta, sottrarsi all’inerzia del dogma, attraversare il dubbio per cercare la verità.

Il 17 febbraio non è soltanto una data storica: è una ferita e insieme una luce nella coscienza dell’Occidente. In quel giorno del 1600, a Campo de’ Fiori, a Roma, Giordano Bruno veniva arso vivo come eretico impenitente. Ma ciò che si consumò sul rogo non fu solo la condanna di un uomo: fu il tentativo di spegnere la libertà stessa del pensare. Eppure, quella libertà non si è spenta.

Bruno non fu soltanto una vittima dell’Inquisizione. Fu un pensatore radicale, un esploratore dell’infinito. La sua visione dell’universo rompeva ogni confine: niente centro, niente margini, ma una realtà viva, molteplice, infinita. In un’epoca ancora ancorata a certezze rigide, egli affermava che la verità non è proprietà di un’autorità, ma orizzonte da inseguire.

Per questo la sua eresia era, in realtà, un atto di fedeltà: non contro la verità, ma contro ogni pretesa di possederla.

La sua scelta – perché di scelta si tratta – fu quella di non rinnegare il proprio pensiero. Dopo anni di processo, pressioni e richieste di abiura, Bruno restò fermo. La sua voce, prima di essere ridotta al silenzio, consegnò alla storia parole che ancora interrogano: la paura non stava in chi moriva, ma in chi condannava.

Essere eretici, allora, significa avere il coraggio di restare fedeli alla propria ricerca, anche quando costa tutto.

A ricordarcelo, con straordinaria lucidità, è stato Nuccio Ordine, tra i più profondi studiosi di Bruno. Ordine ha mostrato come il pensiero di Bruno sia ancora oggi di bruciante attualità: una filosofia che rivendica la propria autonomia rispetto alla teologia, che affida alla ragione, all’esperienza e alla contemplazione della natura il compito di conoscere.

Per Bruno, la filosofia non è ancella di alcun potere. È esercizio di libertà. È disciplina del dubbio. È ricerca che non si accontenta di risposte imposte.

E proprio qui si rivela il nucleo più rivoluzionario della sua eredità: la libertà non è un dato acquisito, ma un atto continuo. Non esiste pensiero libero senza spirito critico, senza il coraggio di mettere in discussione, senza la disponibilità a scegliere.

Essere eretici, oggi, non significa sfidare un tribunale dell’Inquisizione. Significa opposizione alle nuove forme di conformismo, alle verità preconfezionate, alla passività intellettuale. Significa educare la coscienza alla complessità, coltivare l’esperienza, interrogare il mondo senza paura.

In questo senso, l’eresia diventa una forma di responsabilità civile. Il rogo di Bruno non è soltanto un evento del passato: è un monito permanente. Ogni epoca ha i suoi dogmi, le sue resistenze, le sue paure. Ma ogni epoca ha anche bisogno dei suoi eretici.

Perché senza eresia non c’è pensiero.
Senza scelta non c’è libertà.
Senza coraggio non c’è verità.
E allora sì: bisogna essere eretici. Sempre.