C’è una luce diversa in Calabria, in questi giorni di fine agosto. L’estate non è finita, ma comincia già a sfilacciarsi: le spiagge si svuotano, le città e i paesi si riempiono, ma solo a metà, perché molti sono già ripartiti. I giovani, le famiglie, i lavoratori che per qualche settimana erano tornati a casa, ora risalgono verso il Nord, verso le fabbriche, le scuole, gli uffici, le università. Una transumanza silenziosa che ogni anno ricorda la stessa verità: questa terra vive soltanto a metà, gonfia d’estate, svuotata d’inverno. Nei locali restano chiacchiere disincantate, nei mercati sguardi bassi, nei treni valigie pesanti che sanno di addio. È questo il paesaggio reale, quello che qualcuno cerca di nascondere nelle sue dichiarazioni politiche, ma che segna più di ogni sondaggio o video spot. E mentre la gente rientra alle proprie vite, la politica prepara lo spettacolo: la farsa è servita.

Non prendiamoci in giro, lo sappiamo tutti: per costruire una campagna regionale servono mesi. Sei, almeno. Sei mesi di idee, proposte, di viaggi, mani strette, chilometri macinati, assemblee nei piccoli comuni, confronti nelle piazze. Stavolta invece no: poco più di un mese. Una campagna immaginata a tavolino, compressa, improvvisata, iniziata nel torpore estivo e destinata a consumarsi nel rientro settembrino.

Il risultato? Nel centrosinistra fatica a comporre le liste. C’è chi sogna il miracolo auspicando al cambiamento e chi, più banalmente e concretamente, ripropone l’usato sicuro: facce già viste, nomi logori, che non accendono nessuna speranza e il rischio di realizzare una grande e sgangherata armata Brancaleone. Tutto il peso ricade sulle spalle di Pasquale Tridico, profilo alto, volto nuovo e stimato, ma scaraventato in una corsa matta e disperatissima, che somiglia più a uno sprint che a una marcia.

Eppure, se Atene piange, Sparta non ride. Nel centrodestra le richieste per entrare in una lista si affollano, i telefoni squillano, i trasformisti affilano gli artigli. Tutti in fila per salire sul carro che appare vincente, anche a costo di cambiare casacca e perdere la faccia. Una fotografia impietosa: la politica come convenienza, non come visione.

Ma gli elettori? Si ricorderanno di quei consiglieri che, una volta eletti, si sono eclissati. Ricorderanno un Roberto Occhiuto sempre più accentratore, poco disponibile al confronto, al dialogo e all’incontro, che ha ridotto gli spazi agli alleati e governato da solista. Dimenticando che a Roma il vero potere è nelle mani di Fratelli d’Italia, e che gli altri partiti della coalizione — Forza Italia e Lega — sono azionisti di minoranza, con voce flebile.

Qui entrano in scena i dati. Nel 2021, alle ultime regionali, l’affluenza si fermò al 44,3%. Più della metà dei calabresi rimase a casa. Una cifra drammatica, la più bassa d’Italia. E se guardiamo agli ultimi vent’anni, il quadro è ancora più cupo: la Calabria ha perso oltre 160 mila giovani tra i 18 e i 34 anni, il 32,4% di quella fascia d’età. Un’emorragia silenziosa che prosciuga energie e futuro.

È con questi numeri che si dovrebbe fare i conti. Ma nel centrodestra, ormai troppo sicuro della vittoria, non lo fa nessuno. Perché i numeri sporcano le favole, rovinano i comizi, distruggono la retorica. Meglio usare sondaggi per coprire il vuoto, meglio grafici colorati e post patinati per mascherare il nulla.

Così, questa partita rischia di trasformarsi in un grande bluff. Una recita ben scritta, una “supercazzola”, sapientemente progettata da Roberto Occhiuto, buona per garantire una rielezione quasi scontata. Un favore più a se stesso che alla Calabria. E se il centrosinistra, pur con Tridico, non riesce a scuotere le acque e stabilire una connessione sentimentale con l’elettorato, se il centrodestra corre con la forza dell’apparato, allora tutto diventa un gioco chiuso, autoreferenziale.

Il vero nemico, ancora una volta, sarà l’astensionismo. Perché quando più della metà di un popolo non vota, la democrazia smette di avere voce. E qui si apre la questione decisiva: se Tridico vorrà tentare il miracolo, dovrà parlare a loro, ai silenziosi, ai delusi, agli assenti. Sarà quella la sfida. Ma consapevole del fatto che avrà troppo poco tempo per farlo.

Oggi ho scelto di scrivere nero su bianco, ciò che la gente si dice quando si confronta sull’argomento elezioni regionali: “È già tutto scritto”, “Il risultato è già scontato”, “Ha già vinto Roberto Occhiuto”.

È già scritto. Una frase che pesa come un macigno, perché se tutto è scritto, allora non resta più nulla da fare. Non resta che la resa e la rassegnazione.

Ma così la politica si svuota. Non c’è confronto, non c’è passione, non c’è battaglia. Solo un copione, recitato fino all’ultima battuta. Dove persino i perdenti hanno già la scusa pronta per giustificare la sconfitta, e i vincitori i discorsi già pronti per dare peso e valore al loro successo.

E allora eccoci: a raccontare una campagna elettorale che non ha tempo, che non emoziona, che non entusiasma, che non scalda. Una campagna che sembra più un atto notarile che una sfida democratica. La farsa è servita.

Ma le farse, nella storia, hanno sempre un prezzo. Prima o poi il sipario cade e resta la verità. Non quella dei sondaggi, dei video spot, non quella dei post sui social o delle conferenze stampa, ma la verità che si legge negli occhi della gente: nei giovani che partono, nelle famiglie che stringono i denti, nei paesi che si spopolano.

Forse l’epilogo è già scritto. Forse vincerà chi ha già vinto, chi ha già pensato e immaginato tutto questo, a chi piace vincere facile. Ma resta una domanda, sospesa come una ferita che non guarisce: se tutto è farsa, chi vincerà davvero? E chi avrà il coraggio di restituire alla politica il suo senso originario: quello di dare voce a un popolo che non chiede strategie, ma speranza e futuro?