Dalla vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt al Foro Italico, dai crimini del regime rimossi dalla memoria ai saluti romani: il confronto con Berlino racconta un’Italia che i conti con il proprio passato non li ha mai davvero fatti
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Roma, Foro Italico. Si entra dal ponte Duca d'Aosta, su un viale interamente mosaicato a tessere bianche e nere, e sotto le scarpe di chi passa si leggono ancora, intatte, le parole DVCE DVCE DVCE, e più avanti MOLTI NEMICI MOLTO ONORE. In fondo al viale, diciassette metri e mezzo di marmo di Carrara: un monolite unico, estratto nel 1928 dalla cava Carbonera sopra Massa, trascinato fino al mare e portato a Roma via Tevere, inaugurato il 28 ottobre 1932 per il decennale della Marcia. Sul fianco, incise verticalmente, lettere capitali alte quasi un metro e profonde cinque centimetri nella pietra:
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Ci passano davanti i corridori la mattina, i ragazzi con i borsoni da tennis, i pullman dei tifosi le sere di partita. Da lì si accede allo Stadio Olimpico, allo Stadio dei Marmi, alla sede del Comitato olimpico nazionale. È il luogo dove l'Italia sportiva celebra sé stessa.
Nel 2006 il CONI commissionò il recupero del complesso e il restauro dell'obelisco: una stima di 2,2 milioni di euro, lavori conclusi nel settembre 2008. Oggi quel viale rientra nel piano "Recupero e Valorizzazione del Parco del Foro Italico" di Sport e Salute, ottanta milioni di euro di denaro pubblico, che prevede esplicitamente il restauro conservativo e la rifunzionalizzazione del Viale dell'Obelisco; il rifacimento della pavimentazione intorno alla stele è partito nell'autunno del 2023.
Il marmo è pulito. Le lettere si leggono benissimo.
Tenete questa immagine. Serve fra poco.
Il 6 settembre 2026 Alternative für Deutschland ha vinto le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt con il 43,8 per cento dei voti, più del doppio rispetto al 2021. Trentanove seggi su ottantatré: tre in meno della maggioranza assoluta. La CDU del cancelliere Merz è crollata al 17,2, dimezzata, in un Land che governava dal 2002. Affluenza vicina all'ottanta per cento, la più alta mai registrata da quelle parti. Non apatia: il contrario dell'apatia.
Sul palco di Magdeburgo è salito un uomo di trentacinque anni che vendeva deodoranti per ambienti prima di scoprire TikTok, che è un mestiere molto simile. Alle sue spalle, uno slogan in caratteri cubitali: tutto è possibile. Ha ragione lui.
Da novembre 2023 i servizi interni di quel Land classificano quella sezione di partito come formazione accertatamente estremista di destra: attività diretta, scrivono, contro i principi essenziali dell'ordinamento democratico liberale e contro la garanzia della dignità umana. Non è l'opinione di un editorialista. È una certificazione dello Stato tedesco, protocollata.
Le reazioni sono arrivate in poche ore. Da oltreoceano, il proprietario della piattaforma su cui mezzo mondo litiga ha scritto due parole: ben fatto. Da Roma, un vicepremier si è complimentato con "l'amica Alice Weidel" per il trionfo; l'altro vicepremier ha parlato di pessima notizia e di forza antitetica ai valori liberali; la presidente del Consiglio ha scelto il silenzio, e ha lasciato che a parlare fosse un capogruppo: rilasciare patenti di democrazia a chi ha vinto democraticamente, ha detto, è un pregiudizio.
Da tre giorni leggiamo commenti allarmati sul cuore nero d'Europa, sulla Germania che non ha imparato, sull'Est povero e risentito. Tutto vero. Tutto misurato con un metro che non abbiamo il diritto di impugnare.
La Germania quel metro se lo è costruito addosso a costo di dolore.
Il capo di quel partito in Turingia è stato processato e condannato per aver chiuso un comizio con tre parole "Tutto per la Germania", che erano il motto delle squadre d'assalto naziste. Ha fatto ricorso. La Corte federale di giustizia ha confermato. Là un braccio teso è un reato, i simboli del regime sono vietati per legge, e nel centro esatto della capitale, fra il Reichstag e la porta di Brandeburgo, duemilasettecentoundici stele di cemento ricordano gli ebrei assassinati d'Europa. Quando un dirigente di quel partito lo ha definito "monumento della vergogna", quella frase gli è rimasta attaccata addosso per il resto della carriera.
Nel centro della nostra, invece, c'è il monolite di Carrara. In manutenzione ordinaria.
E il 20 febbraio 2026 il giudice per l'udienza preliminare di Roma ha prosciolto ventinove persone, quasi tutte legate a CasaPound, per i saluti romani della commemorazione di Acca Larentia del gennaio 2024. Non luogo a procedere: nessuna ragionevole previsione di condanna. Nelle motivazioni depositate il 2 aprile si legge che quel rito è una cerimonia che si ripete ogni anno con finalità commemorativa, e che non sussisteva pericolo concreto di ricostituzione del partito fascista.
Il ragionamento è giuridicamente sostenibile e politicamente devastante: la ripetizione ha prodotto normalità, la normalità ha prodotto impunità. Più lo fai, meno è pericoloso. È la prescrizione applicata non a un reato, ma a una storia. Lo stesso mese, un tribunale di Bari condannava dodici militanti per gesti identici. Un Paese che decide caso per caso se il fascismo sia un pericolo o un ricordo di famiglia non possiede una giurisprudenza. Possiede un oroscopo.
Ma tutto questo è tardi. La frattura è molto più indietro, ed è documentata.
Amnistia del giugno 1946: in un paio d'anni tornano liberi capi dello squadrismo, segretari del partito, ministri del regime, giudici del Tribunale speciale, persecutori di ebrei. Nessuna Norimberga italiana, perché non ci fu la volontà di celebrarla.
Poi c'è l'oggetto. Un armadio di legno modello ministeriale, in uno sgabuzzino di Palazzo Cesi a Roma, chiuso a chiave, con le ante rivolte verso la parete. Dentro, seicentonovantacinque fascicoli su crimini di guerra commessi in Italia fra il 1943 e il 1945 da militari tedeschi e da reparti della Repubblica sociale. Stragi, nomi, testimoni. Nel gennaio 1960 il procuratore generale militare li chiuse con la formula più elegante e più infame della nostra lingua burocratica: archiviazione provvisoria. Furono ritrovati per caso nel 1994 da un magistrato che cercava altro. Quando arrivarono finalmente alle procure, quasi tutti gli imputati erano morti, quasi tutti i reati prescritti.
Perché? La ragione la conoscono gli storici da trent'anni, e non è il pudore. Insistere sull'estradizione dei criminali di guerra tedeschi avrebbe autorizzato Belgrado, Atene e Addis Abeba a chiedere i nostri.
E i nostri erano molti. Nel giugno del 1930, in Cirenaica, per staccare la popolazione dalla resistenza senussita, centomila civili, vecchi, donne, bambini, quasi metà degli abitanti del Gebel, furono fatti marciare per oltre mille chilometri nel deserto e rinchiusi dietro il filo spinato della Sirtica. Quando i campi vennero sciolti, tre anni dopo, ne mancavano fra i quarantamila e i sessantamila. Il criterio è scritto nero su bianco in una lettera che nessun manuale scolastico riporta e che ogni italiano dovrebbe conoscere a memoria: anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica. La firma è di un maresciallo d'Italia.
Cinque anni più tardi, dall'ottobre del 1935, da Roma partirono decine di telegrammi che autorizzavano l'impiego di gas asfissianti e vescicanti in Etiopia, in violazione di un protocollo che avevamo firmato noi. Nel 1937, dopo l'attentato al viceré, arrivò l'ordine di un "radicale repulisti": Addis Abeba, e poi i monaci di Debre Libanos.
Cinquantottomilaquattrocentododici cittadini italiani censiti per razza ed espulsi da scuole, università, professioni, matrimoni, biblioteche, teatri. Quel censimento non fu un gesto simbolico: fu l'elenco. Cinque anni dopo servì. Il 30 novembre 1943, a Verona, un documento scritto da italiani dichiarava gli ebrei italiani stranieri e nemici. Circa ottomila persone furono deportate dall'Italia verso i campi di sterminio; settemilacinquecento non tornarono. A Trieste, dentro una vecchia pilatura di riso, funzionò l'unico forno crematorio d'Italia: tra le tremila e le cinquemila vittime, in gran parte partigiani e ostaggi sloveni, croati e italiani.
Il generale della Cirenaica, condannato dopo la guerra e libero dopo pochi mesi, divenne presidente onorario del Movimento sociale italiano. Nel 2012 un comune del Lazio gli ha dedicato un sacrario con denaro pubblico. Il sindaco fu condannato per apologia; nel 2021 la Cassazione ha annullato. Il monumento è ancora là, in mezzo a un parco naturale.
L'Italia non ha assolto il fascismo. L'ha archiviato provvisoriamente.
A Berlino il passato è un reato. A Roma è una voce di bilancio.
La premier Meloni gioca a nascondino e non si espone, la seconda carica dello Stato ha rivendicato di tenere in casa il busto del Duce e di non volerlo buttare mai. A ottobre, settecento persone hanno sfilato verso una cripta in Romagna e una trentina ha teso il braccio: identificati, e poi nulla. Ed è entrata in vigore una legge che punisce fino a due anni chi ostruisce una strada con il proprio corpo, condotta depenalizzata nel 1999 e ripenalizzata nel 2025, con aggravanti costruite su misura per chi protesta contro un'infrastruttura o imbratta un muro ledendo il decoro delle istituzioni. Il Consiglio superiore della magistratura ha parlato apertamente di punizione del dissenso. Una procura ha chiesto di sollevare questione di legittimità costituzionale. A Bologna, diecimila metalmeccanici in sciopero che bloccavano una tangenziale si sono sentiti dire che sarebbero stati denunciati tutti.
Allora la domanda è una sola, e la rivolgo a chi legge, non ai potenti, che tanto rispondono con un comunicato.
Come si spiega uno Stato che non riesce a vedere un pericolo concreto in un braccio teso ripetuto per quarantacinque anni davanti a una sede storica, e lo vede all'istante in un corpo disteso sull'asfalto?
Non è ipocrisia. L'ipocrisia è più raffinata di così. Questa è una scelta.
La Sassonia-Anhalt ha poco più di due milioni di abitanti, è il Land più povero della Germania, e lì l'estrema destra ha vinto ma non governa: le altre forze, per ora, non la fanno passare. L'Italia ha sessanta milioni di abitanti, è la terza economia dell'Unione, e la destra che discende in linea diretta dal partito dei fascisti in democrazia, la fiamma nel simbolo è rimasta la stessa, governa dal 2022, con i ministeri, le prefetture, le nomine, la televisione pubblica.
Non ci scandalizziamo per la Germania. Ci scandalizziamo al posto della Germania. È una forma di igiene domestica: lucidare la finestra del vicino per non guardare dentro casa propria.
E allora basta con la contabilità consolatoria, quella per cui il nostro sarebbe stato un totalitarismo imperfetto, all'italiana, olio di ricino e manganello invece che camere a gas. Non erano la stessa cosa: erano complici. E la complicità non è un'attenuante, è una firma. Il regime che schedò i propri ebrei per razza, che gasò i villaggi dell'Amba Aradam, che affamò centomila beduini dietro il filo spinato e che consegnò ai tedeschi i propri cittadini non ha bisogno di essere identico a nessuno per essere giudicato. Il confronto con Berlino non ci assolve. Ci accusa, perché Berlino i conti li ha fatti e noi no.
Torno all'armadio, perché è l'unico monumento che ci somiglia davvero.
Chi lo girò verso il muro sapeva esattamente cosa stava facendo. Non nascondeva le carte: nascondeva la possibilità di leggerle. Non le ha distrutte, non le ha bruciate, non le ha smentite. Le ha soltanto voltate.
Domani mattina qualcuno correrà di nuovo sul mosaico del Foro Italico senza abbassare lo sguardo. Il marmo è pulito, le lettere si leggono benissimo, e l'armadio è ancora là con le ante contro il muro.
Noi, puntuali, ci indigneremo per Magdeburgo.

