La docente riconosce il coraggio dell’alunno e sostiene che meriterebbe una medaglia. Poi ribadisce la propria posizione, mentre la vicenda apre un cortocircuito tra idee e realtà
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La cronaca, talvolta, costruisce da sé gli editoriali più difficili. Prende una convinzione politica, la colloca dentro una stanza di scuola, la mette davanti alla violenza e poi, quasi a rendere il quadro irriducibile a qualsiasi semplificazione, introduce nella scena un ragazzo nato in Congo che quella stessa donna finisce per salvare, non con le proprie parole, ma con il gesto concreto di chi interviene per sottrarre una persona alla violenza.
È la vicenda di Isabella Marsilio, 66 anni, insegnante della scuola media Giovanni Verga di Centocelle, a Roma. La docente è stata aggredita da un suo alunno tredicenne, che le avrebbe spruzzato dello spray urticante sul volto per poi colpirla con un coltello. Tre fendenti, la paura di morire, il ricovero in ospedale e, successivamente, le dimissioni con una prognosi di sette giorni.
A interrompere l'aggressione è stato un altro studente, anch'egli tredicenne, nato in Congo, che ha affrontato il compagno e ha prestato soccorso alla docente. È il particolare che trasforma una drammatica vicenda scolastica in qualcosa di più ampio: una storia nella quale la cronaca finisce per mettere in collisione, quasi suo malgrado, la dimensione individuale e quella politica.
Perché Isabella Marsilio è favorevole alla remigrazione, posizione entrata nel dibattito politico italiano anche attraverso Roberto Vannacci. E dopo essere stata salvata proprio da un ragazzo di origine congolese, ha confermato di non avere modificato le proprie convinzioni.
È questo il punto.
La donna accoltellata resta favorevole alla remigrazione.
Il ragazzo che l'ha salvata è nato in Congo.
E la professoressa, anziché sottrarsi alla singolarità di questo accostamento, lo affronta apertamente: sostiene che il suo studente abbia tutti i diritti di stare in Italia e che meriterebbe persino una medaglia. Alla domanda sulla possibile incongruenza fra la propria posizione politica e il gesto del ragazzo, la risposta è stata altrettanto netta: «Le mie idee non cambiano».
Ecco il cortocircuito che la cronaca consegna al dibattito pubblico.
Non occorre deformare la posizione della docente per coglierne la forza simbolica. Marsilio distingue fra il singolo individuo e il fenomeno migratorio nella sua dimensione generale; considera il proprio studente congolese una persona perfettamente legittimata a vivere in Italia e, nello stesso tempo, conserva la propria adesione alla remigrazione. La sua posizione, dunque, è esplicita e non lascia spazio a equivoci.
Proprio per questo la vicenda merita di essere osservata con maggiore attenzione.
Perché una teoria politica può essere formulata attraverso categorie generali; la vita, invece, presenta persone.
Il ragazzo che ha salvato la professoressa non è una categoria. È quel ragazzo. È lo studente che, in un momento di pericolo, ha scelto di intervenire. È nato in Congo, vive in Italia, frequenta quella scuola e, quando la sua insegnante è stata aggredita, ha compiuto un gesto che la stessa docente ha riconosciuto come straordinario.
La circostanza rende la parola remigrazione improvvisamente meno astratta.
Una parola politica, quando entra nella vita reale, incontra sempre qualcuno.
In questo caso ha incontrato un tredicenne che, secondo il racconto della stessa professoressa, l'ha salvata.
Ed è qui che la vicenda assume una portata quasi paradigmatica: la donna che sostiene una politica di remigrazione è stata soccorsa da uno dei giovani che quella stessa categoria politica inevitabilmente finisce per comprendere nel proprio discorso sull'immigrazione.
Marsilio, tuttavia, non rinnega la propria posizione. E proprio questa fermezza rende il caso più interessante, non meno.
Perché sarebbe semplicistico trasformare la storia in una favola edificante nella quale l'esperienza personale avrebbe automaticamente cancellato una convinzione politica. Non è accaduto. La docente ha ricevuto aiuto da un ragazzo nato in Congo e, contemporaneamente, ha ribadito la propria adesione alla remigrazione.
Il ragazzo congolese, purtroppo, non è diventato, per questo, la prova che una determinata teoria sia giusta o sbagliata. È diventato qualcosa di più elementare e, forse, più importante: una persona concreta capace di un gesto concreto.
Ed è precisamente questa dimensione umana a incrinare le semplificazioni.
La politica tende a ragionare per categorie: italiani e stranieri, regolari e irregolari, cittadini e immigrati, integrazione e rimpatrio. La scuola, invece, costringe quelle categorie a sedersi negli stessi banchi, a condividere gli stessi corridoi, a guardarsi negli occhi.
Poi, improvvisamente, arriva la violenza.
E uno studente nato in Congo corre verso la docente per salvarla.
La vicenda contiene anche un secondo elemento che impedisce qualsiasi lettura monocorde. L'aggressore e il soccorritore hanno la stessa età, frequentano la stessa scuola e appartengono alla medesima comunità educativa. Uno ha impugnato un coltello contro la propria insegnante; l'altro è intervenuto per difenderla. La provenienza, davanti a due comportamenti tanto diversi, diventa evidentemente insufficiente a spiegare la persona.
Il ragazzo che ha aggredito la docente risponderà delle proprie azioni secondo quanto accerteranno gli investigatori e la magistratura. Il ragazzo che l'ha soccorsa va giudicato per il gesto che ha compiuto: un gesto di coraggio, riconosciuto pubblicamente dalla stessa insegnante. Confondere i due piani significherebbe consegnarsi alla più elementare delle generalizzazioni.
Eppure rimane lì, in tutta la sua evidenza, il paradosso politico della storia.
Una docente favorevole alla remigrazione viene salvata da un ragazzo nato in Congo e, dopo essere stata salvata, continua a essere favorevole alla remigrazione.
È una frase che sembra costruita per un editoriale, e invece appartiene alla cronaca.
La professoressa, peraltro, ha mostrato una disposizione al perdono altrettanto sorprendente. Dopo essere stata accoltellata, ha detto di voler incontrare il ragazzo che l'ha aggredita, arrivando a dichiarare di volergli bene e di volerlo abbracciare per comprendere l'origine della sua rabbia.
Dunque la stessa donna tiene insieme tre elementi che il dibattito pubblico spesso separa rigidamente: una posizione politica favorevole alla remigrazione, la gratitudine verso un ragazzo di origine congolese che l'ha salvata e il perdono rivolto al ragazzo che l'ha accoltellata.
La contraddizione, allora, appartiene forse meno alla persona che alla pretesa di ricondurre una persona a una sola delle proprie convinzioni.
Marsilio continua a essere favorevole alla remigrazione. Il ragazzo congolese continua a essere colui che le ha salvato la vita. Le due circostanze convivono nella stessa storia.
Ed è proprio questa convivenza, più di qualsiasi slogan, a restituire alla vicenda la sua autentica complessità.
La politica parla di categorie.
La cronaca restituisce persone.
E, talvolta, basta un ragazzo di tredici anni, nato a migliaia di chilometri di distanza, a ricordare quanto sia difficile far coincidere la geometria delle idee con l'imprevedibilità della vita.

