In passato, dalle colonne di questa testata, ho definito “ubriachezza molesta” la politica di Donald Trump.

Faccio ammenda, perché in effetti non si tratta di ubriachezza molesta ma di follia e, per giunta, di una follia spregevole, perché ormai slegata da qualsiasi forma, anche minima e puramente formale, di “ethos” morale, una follia che non solo commette crimini, ma li rivendica orgogliosamente.

Sorvolando, per non infierire troppo facilmente, sulla questione della Groenlandia e del Venezuela, sui quali peraltro si è già detto, fermiamoci ai fatti di Minneapolis e del Minnesota, dove a suo tempo, quando Trump non era ancora presidente, fu ucciso George Floyd e dove, in tempi recentissimi, due cittadini americani sono stati assassinati arbitrariamente ed illegalmente da forze dell’ordine, del “solito” ordine.

La prima vittima di questo “grilletto facile” americano è stata una donna di nome Renee Good, uccisa con tre colpi di fucile, forse quattro, nella sua auto, nel quartiere dove abitava, poco lontano da casa sua, poco dopo aver lasciato il figlio di tre anni nella vicina scuola materna.

I video dell’accaduto hanno mostrato una donna sorridente che, dal finestrino aperto, agli uomini armati e mascherati che circondano l’auto dice: “It’s fine, dude, I’m not mad at you” (“Tutto bene, amico, non ce l’ho con te”). La povera donna si vuole semplicemente allontanare, ma un agente la uccide a freddo e poi grida al suo cadavere “Fucking bitch!” (“Fottuta puttana!”), cioè il più volgare degli insulti che si possano rivolgere ad una donna, specialmente se morta.

Kristi Noem, dirigente dell’Homeland Securtity Department, insieme al presidente Donald Trump, si sono subito affrettati a definire questo assassinio un atto di “legittima difesa” di fronte ad un “episodio di terrorismo domestico” (sì, proprio così), nel quale la povera Renee ha “volutamente e perversamente” (parole di Trump) tentato di “investire” un agente dell’ICE impegnato in una operazione anti-immigrazione. L’agente killer è dunque un “eroe” perché la “terrorista” Renee Good non gli ha lasciato altra scelta. L’interno dell’auto della vittima in effetti ha confermato che proprio di una terrorista si trattava. E’ noto infatti che i terroristi, quando compiono i loro atti scellerati, si portano sempre dietro un cagnolino spaventato ed accucciato nel sedile posteriore, oltre che, immancabile, un orsacchiotto di peluche del proprio figlio da tenere appoggiato sul cruscotto.

Pochi giorni dopo, nella stessa città, nel pieno delle massicce proteste popolari e civiche contro l’assassinio di Renee Good e contro la presenza dell’ICE, gli agenti federali hanno sparato ancora.

La seconda vittima è stato l’infermiere Alex Jeffrey Pretti, immobilizzato a terra ed ucciso con dieci colpi di arma da fuoco per avere tentato di difendere una donna aggredita da un gruppo di agenti. Le autorità più in malafede hanno sostenuto, senza decenza, che gli agenti federali stavano conducendo “un’operazione mirata contro un uomo accusato di violenza domestica” (sic) quando Alex si è avvicinato “con una pistola”, gli agenti «hanno tentato di disarmarlo, ma l’individuo ha opposto una violenta resistenza e, temendo per la propria vita, hanno sparato per difendersi». In effetti Pretti possedeva una pistola, ma non l’ha mai nascosta né tirata fuori dalla fondina, come testimonia insospettabilmente Brian O’Hara, capo della polizia di Minneapolis, secondo cui Alex Pretti, essendo in possesso del porto d’armi, non stava violando alcuna legge, visto che l’ordinamento americano autorizza a portare con sé le proprie armi in pubblico a condizione di non nasconderle.

La seconda tornata della malafede di stato si è avuta poi quando qualcuno ha ricordato che Alex aveva “precedenti penali”, il che non è vero, perché gli unici “reati” di cui Pretti si era reso “colpevole” in precedenza erano alcuni… divieti di sosta.

Ma si è visto altro di molto peggio. Durante una intervista sulla CNN l’anchorman Jack Tapper ha chiesto a Kristi Noem se il “fucking bitch” che si ascolta nel video appartiene all’agente killer. E la signora ha risposto “Probabilmente sì”, accompagnando la risposta con un ghigno di miserabile compiacimento che, di fatto, è la fotografia dell’anima sua e di quella di tutta l’amministrazione Trump, che non solo rivendica il diritto “legale” di uccidere, ma anche quello di sputare sui cadaveri.

Oh, per la cronaca, se l’assassino di Renee Good è un “eroe”, beh, quelli di Alex Pretti sono stati definiti “patrioti” dal presidente Trump e dalle autorità governative.

Che cosa dimostrano questi tristi eventi?

Niente. Oppure tutto. A seconda dei punti di vista.

Questi tristi eventi non dimostrano niente, se si continua a ripetere che, va beh, queste sono porcherie sempre compiute dalle polizie di tutto il mondo a determinate condizioni, che spesso la stupidità del potere si associa alla violenza, che Donald è un semplice caso patologico e che basterà una tornata elettorale favorevole ai democratici e tutto andrà a posto, perché in fondo quella americana è un grande democrazia.

Thomas Friedman, storico “columnist” liberal del “New York Times”, di recente ha detto proprio questo ed ha concluso che “Trump è il più non-americano presidente della nostra storia”.

Questi tristi eventi dimostrano invece tutto se si prende atto che la verità del potere, nel senso proprio del potere economico e dunque globale del capitalismo - quella che oggi Trump fa coincidere con ciò che esce dalla sua bocca - poggia su una bugia di fondo e cioè che il capitalismo sia compatibile con una democrazia sostanziale e non formale. Trump non è un “caso patologico”, o quanto meno non solo. Mente perché ha il potere per farlo e quel potere glielo concede ognuno di noi, Americano o meno che sia, nella misura in cui ognuno di noi avalla, anche solo per omissione, la menzogna di fondo che è alla base del suo potere.

Nella misura in cui continueremo ad associare l’America alla cosiddetta “civiltà capitalista”, cioè con la civiltà e basta, secondo i più, Donald Trump sarà sempre il presidente più “americano” di tutti i tempi.

Ma la “civiltà” del capitalismo yankee, che è poi il capitalismo tout court, ridotta all’osso, non può essere che come Trump.

Ed allora bisogna conoscere che cosa è davvero Trump.

Nel celebre film Apocalypse now di Francis Ford Coppola c’è un personaggio, di cui Robert Duval offre una interpretazione superba, il colonnello Kilgore, che è un criminale di guerra e che dice la la famosa frase “I love the smell of napalm in the morning” (“Amo l’odore del napalm di mattina”).

Ebbene, a quanto sembra, il presidente Trump è solito parafrasare questa frase, dicendo: “Amo l’odore delle deportazioni di mattina” ed in genere aggiunge una sua frase originale, questa sicurissima, che è ancora più sinistra: “Presto tutti capiranno perché ho ribattezzato il Dipartimento della difesa in Dipartimento della guerra”.

Se la frase sulle deportazioni è vera significa dunque che l’uomo alla guida della più grande potenza mondiale si identifica in un criminale di guerra. Quest’uomo– lo chiamiamo uomo solo per comodità indicativa – reclama per sé e per l’America qualsiasi cosa gli passi per la testa. Lo fa come un bambino viziato – come sul Nobel per la Pace, che a suo dire, gli sarebbe dovuto per avere “fermato” otto guerre, mai precisate - ma anche come un vecchio padrone reso manesco da abusi alcolici.

Ieri ha trasformato il Venezuela in un protettorato petrolifero, oggi reclama la Groenlandia, domani chissà, Cuba o altro. Non è possibile prevedere. E questo mentre, in casa, la sua milizia razzista uccide innocenti e sputa sui loro cadaveri.

Lo slogan elettorale di Donald Trump, a suo tempo, è stato “Make American great again” (“Rendi l’America di nuovo grande”), ma l’America di oggi nemmeno negli anni più bui del maccartismo, della guerra di Corea e del Vietnam è mai scesa così in basso moralmente.

E’ un’America meschina quella di Trump, perché in effetti è un’America a sua immagine e somiglianza.

Donald Trump è un uomo senza alcuna moralità.

Oggi è circondato da cortigiani del suo paese e da reggicoda europei, soprattutto italiani, che non osano fiatare di fronte alle sue intemperanze.

Come il personaggio di Adenoid Hinkel del Grande dittatore di Charlie Chaplin sta giocando a palla con il mappamondo e gli agenti del “suo” ICE si comportano come le ‘camicie brune’ di Hitler della Notte dei Cristalli del 1938.

Sappiamo come sono andate a finire le cose dopo la Notte dei Cristalli.

Il “sistema di valori” di Donald Trump consiste, in realtà, nel non avere, al di lá di sè stesso, valore alcuno. È sulla base di questa assenza (e in virtù di questa assenza) che oggi intorno a Trump si coalizzano, unite solo dal culto del “grande leader”, forze che vanno dal vecchio bigottismo religioso, al più tradizionale razzismo della supremazia bianca, alla xenofobia, fino alle ambizioni “libertarie”, cioè di de-regulation totale, di un capitalismo “avanzato” che considera obsoleta ogni forma di democrazia. Tutte forze che da sempre, come contraltare all’eguaglianza proclamata nella Dichiarazione di Indipendenza – sono parte della Storia d’America.

La domanda sostanziale è dunque questa: “C’è qualcuno che ritenga valga la pena di fermare Trump, magari abbandonando le perniciose abitudini mentali che affliggono i nostri cervelli globalizzati”?

Ma come non collegare la follia di Trump a quella di casa nostra? In queste ore l’oscenità umana del governo Meloni ha toccato infatti il suo culmine con l’approvazione non tanto o non solo, con il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, che è in realtà un “pacchetto semi-dittatura”, quanto con il blocco navale del Mediterraneo – che consegna la legge agli arbitri governativi sul cosiddetto “pericolo terrorismo” - e con le recentissime norme restrittive sull’immigrazione, che rendono impossibile il diritto internazionale di immigrare e facili gli espatri. Finalmente lo sappiamo per certo, anche Giorgia Meloni, come Donald Trump, ama l’odore delle deportazioni di mattina.

Sarebbe bello sciacquarsi la coscienza e dire che, come in America è tutta colpa di Trump, in Italia è tutta colpa di Giorgia Meloni, ma la triste realtà è che l’Italietta meloniana, quella che considera un “nemico nazionale” chi critica le Olimpiadi (!) e che somiglia sempre di più alla triste America di Trump, è invece purtroppo sempre la solita Italia, forte con i giusti e debole con i delinquenti.

Si sa, noi Italiani siamo persone sensibili ed il nostro governo è composto da persone sensibilissime.

Giustamente ci siamo tutti commossi per la tragedia di Capodanno a Crans-Montana, ma semplicemente non possiamo mai fare a meno, almeno a livello governativo, di “irrobustire” la nostra sensibilità con una qualità niente affatto positiva che è l’arroganza.

E’ infatti pura arroganza pretendere, come hanno fatto le nostre autorità di governo, la titolarità dell’inchiesta giudiziaria su Crans Montana, alzando la voce, in maniera proterva, con la magistratura svizzera, che sta facendo semplicemente il suo dovere secondo le proprie normative di legge ed, in definitiva, deve dare conto anche delle vittime svizzere di quella tragedia.

In questa sensibilità arrogante tutta italiana c’è però un aspetto stupefacente.

Sulla tragedia di Crans-Montana tutti si sono sbracciati.

Sulla tragedia di Giulio Regeni non c’è alcuna traccia di una simile sensibilità istituzionale, nemmeno da parte dei governi non di destra.

Sensibilità unilaterale?

Ai posteri l’ardua sentenza.