Troppo spesso la filiera agroalimentare locale appalta lo sfruttamento alla mafia straniera. Senza una vigilanza spietata il rischio è che tutto resti com’è nelle vite dei braccianti senza diritti che facciamo finta di non vedere
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Un furgone scassato che brucia sotto il sole di mezzogiorno non fa rumore, se non quello della lamiera che si accartoccia e delle grida che si spengono dentro il fumo. Resta, nell’aria tremolante dal calore, lo scheletro annerito di un van da rottamare, parcheggiato ai margini di un campo che poche ore dopo vedrà altri corpi piegati sulla terra, identici a quelli diventati cenere. I braccianti giovanissimi arsi vivi nelle campagne calabresi, sotto la luce accecante di un giorno qualunque, non sono una tragedia imprevedibile. Sono cronaca di un’immolazione annunciata, l’ennesimo tributo di carne pagato a un sistema che digerisce uomini e sputa profitto.
Davanti a questo orrore, la Regione Calabria ha scelto la via del protocollo: si costituirà parte civile nel futuro processo. Un inchino formale sul palcoscenico della legalità. Ma la giustizia nei tribunali arriva sempre quando il sangue si è già asciugato, un maquillage burocratico che serve a coprire la vergogna di uno Stato che sa e tollera. Si punta il dito contro i caporali, contro la mafia pakistana che gestisce materialmente la tratta dei nuovi schiavi. Comodo. Una esternalizzazione della colpa che assolve la nostra coscienza e ci permette di guardare al mostro come a qualcosa che viene da fuori, un’infezione straniera in un corpo sano.
Ma quel corpo non è sano. La filiera agroalimentare locale respira grazie a questa asfissia programmata. I caporali stranieri non operano nel vuoto pneumatico dei campi abbandonati. Muovono pedine che si incastrano perfettamente nelle necessità di aziende nostrane, schiacciate dal ricatto della grande distribuzione ma pronte a chiudere entrambi gli occhi pur di far quadrare i bilanci con la manodopera a basso costo. Nessuno sa, nessuno ha visto. Eppure, quelle braccia che si muovono sotto il sole tra i filari si vedono benissimo. Si vedono i furgoni sovraccarichi che tagliano le strade provinciali nel pieno dell'attività quotidiana. Si vedono i casolari fatiscenti, i ghetti di cartone e lamiera sorti a pochi chilometri dai municipi, dove l’acqua potabile è un miraggio e la dignità un lusso non pervenuto.
Il paradosso della restanza, quel manifesto culturale che la Calabria sventola come una bandiera d'orgoglio e di resistenza allo spopolamento, si schianta contro le pareti bruciate di quel furgone. Rivendichiamo con foga il diritto dei nostri figli a non emigrare, a restare custodi di una terra antica e accogliente, e intanto permettiamo che i figli di altri mondi vengano ridotti a spettri senza nome, consumati dal lavoro grigio e nero. È una schizofrenia etica che lacera il tessuto sociale, una messinscena intollerabile dove l’accoglienza diventa solo lo slogan per qualche festival estivo, mentre d’inverno e al tempo della raccolta si trasforma in segregazione.
Per scardinare questa architettura dello sfruttamento non bastano le carte bollate delle Procure. Serve una bonifica radicale che parta dai centri per l’impiego, oggi ridotti a simulacri polverosi capaci solo di certificare la disoccupazione anziché incrociare legalmente domanda e offerta. Serve una vigilanza spietata, senza sconti, sulle aziende che intascano i milioni dei fondi comunitari del Piano di Sviluppo Rurale e poi lasciano che nei propri terreni si applichi la legge del caporale. Se i soldi pubblici finanziano l'illegalità, lo Stato diventa complice due volte.
L'occhio del documentarismo, la lente che tenta di registrare lo squarcio della realtà senza filtri accondiscendenti, qui non trova una cultura contadina da salvaguardare, ma un'antropologia del silenzio e del profitto che ha colonizzato i territori.
La Calabria non può continuare a svegliarsi solo per contare i morti alla luce del giorno e firmare delibere di costituzione di parte civile. Il rischio è che, spenti i riflettori della cronaca nazionale, tutto torni come prima. Un nuovo furgone sostituirà quello bruciato, altri ragazzi saliranno a bordo per pochi euro al giorno, e la terra continuerà a inghiottire i loro destini nell'indifferenza generale. Resta da capire se siamo ancora capaci di guardarci allo specchio senza scambiare il nostro riflesso con quello del carnefice.
*Documentarista Unical

