Dagli esordi beat con Equipe 84 e Nomadi ai grandi album della maturità, il percorso del “maestrone” tra musica, politica e cultura italiana: un'eredità che va letta nella complessità, senza appropriazioni né semplificazioni
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Francesco Guccini è morto da pochi giorni e già in tutta Italia è cominciata un’opera di “appropriazione” del personaggio fatta di approssimazioni, ignoranza, pressappochismi e soprattutto mala fede.
Questo non mi invoglia a parlare dell’argomento.
Ma appartengo ad una generazione per la quale Francesco è stato importantissimo e mi sembrerebbe contro natura non dire qualche parola, anche perché, sia come sia, con lui scompare, senza pericolo di alcuna smentita, il più grande autore italiano di tutti i tempi.
Vale quindi la pena di ripercorrere le tappe principali della sua vita e della sua carriera, perché l’elaborazione di un artista, soprattutto quando è estesa per quantità e nel tempo, non va considerata alla rinfusa ma secondo i successivi contesti temporali
Nato nel 1940, modenese, Francesco Guccini trascorse gli anni della sua adolescenza, da studente dell’Istituto Magistrale di Via Saragozza, a gingillarsi in due complessini di puro rock and roll, gli Hurricanes e poi gliSnakes, che tra il 1957 ed il 1959, suonarono nelle sale da ballo di Modena e dintorni.
Passato all’università, nel 1959, non a Modena ma a Bologna, non fu proprio uno studente modello, tanto che, non avendo superato un numero sufficiente di esami, dopo due anni, nel 1961, fu chiamato al servizio militare.
Terminato il servizio militare, dopo una breve esperienza prima come insegnante in un collegio femminile di Pesaro e poi come giornalista della “Gazzetta dell’Emilia”, alla fine del 1963, insieme al diciannovenne Maurizio Vandelli ed a Victor Sogliani ed Alfio Cantarella, già suoi compagni di avventure negli Hurricanes e negli Snakes, mise in piedi i Gatti, poi diventati Equipe 84, che fu il primo complesso italiano di musica beat in senso assoluto.
L’esperienza dell’Equipe 84, a Roma, prima nei “pomeriggi beat” del Capriccio di Via Veneto e poi al Piper di Via Tagliamento, per lui fu la scoperta non tanto, o non solo, dei Beatles, dei Rolling Stones e della musica beat inglese, ma soprattutto di Bob Dylan, che d’altronde, in quel momento, era una “scoperta” per milioni di giovani in tutto il mondo.
Tutta l’elaborazione di Francesco come autore ha una pesante ipoteca dylaniana, ma soprattutto ce l’hanno le prime canzoni beat scritte, tra il 1964 ed il 1965, per l’Equipe 84, da L’antisociale ad Auschwitz fino alla ingiustamente trascurata E’ dall’amore che nasce l’uomo, che mescolarono protesta generazionale, orrore per i campi di sterminio nazisti mai espresso prima ed una visione colorata dell’amore che niente aveva a che vedere con quella delle canzonette correnti all’epoca.
Nel 1965 ci fu poi il passaggio dall’Equipe 84 ai Nomadi e fu il momento di altre canzoni straordinarie per la scena musicale italiana del 1965 – 1966, da Noi non ci saremo a Per fare un uomo a Le biciclette bianche a Dio è morto fino a Canzone per un’amica, che brandivano temi di Bob Dylan, del movimento beat “provo” olandese e del dibattuto sull’Olocausto nazista insieme ad esperienze personali.
Guccini ha sempre affermato che Noi non ci saremo gli sarebbe venuta fiori da una sua “strana interpretazione” di Mister Tambourine man di Bob Dylan, ma obiettivamente la canzone riprende pari pari un’altra canzone di Dylan, quella A hard rain’s gonna fall ispirata dalla crisi di Cuba, che recava in sé l’orrore generazionale della possibilità di una guerra atomica e di un mondo distrutto dal “fall out” nucleare.
Per fare un uomo all’epoca fu censurata per moralismo spicciolo, non dalla RAI, ma della stessa casa discografica dei Nomadi, la Columbia, che impose di cambiare il verso “Per fare un uomo ci voglion vent’anni, per fare un bimbo un’ora d’amore” in “Per fare un uomo ci voglion vent’anni, per farlo vero un istante d’amore”.
Non si può non parlare poi di Dio è morto, che riprendeva la tesi di Primo Levi sullo sterminio nazista per affermare, in maniera scorretta sul piano teologico ma suggestiva su quello sociale, la “resurrezione di Dio” negli ideali della nuova generazione. Ma il famoso incipit del brano, “Ho visto / la gente della mia età andare via / lungo le strade che non portano mai a niente…”, più che a Levi si rifaceva ad Allen Ginsberg, poeta americano della beat generation che Francesco Guccini aveva letto dieci anni prima, a sedici anni: “Ho visto / le menti più belle della mia generazione trascinarsi all’alba / sulle strade negre, in cerca di droga rabbiosa…”
Nel 1967 i Nomadi – e Francesco con loro – entrarono, come tutti i complessi beat italiani dell’epoca, nella fase hippie, l’epoca dei nuovi dischi “psichedelici” dei Beatles e dei Rolling Stones, dei concerti al Titan Club di Via della Meloria, a Roma, di “Mondo Beat”, della comune milanese di Barbonia City, dei viaggi in autostop e degli stupefacenti. Anche i Nomadi fumavano hashish o marijuana ma, per usare le parole proprio di Guccini, andavano “soprattutto a grappa”. Sono di questo periodo alcune canzoni memorabili, come Noi, prima canzone italiana a fare dei timidi riferimenti alle droghe, oppure Statale 17, autentica apologia delle disavventure dell’autostoppismo hippie, Francesco Guccini nel 1967 scrisse per i Nomadi, ma anche per altri gruppi beat, testi italiani a canzoni anglo-americane. Per i Nomadi in particolare compose l’inno generazionale Un figlio dei fiori non pensa al domani, tratto da The death of a clown dei Kinks eVola, bambino, versione italiana di Hi ho silver lining degli Attacks, un gruppo rock inglese non molto longevo.
La rottura di Francesco con i Nomadi avvenne nell’autunno del 1967, quando Guccini compose una Canzone per il “Che” poco gradita al complesso reggiano, a partire da questo momento passato alla canzonetta commerciale per i successivi undici anni.
Quell’inverno, dopo una breve ed infelice parentesi come autore “professionale” di canzonette con Una storia d’amore, che dovrebbe essere presentata al Festival di Sanremo del 1968 da Caterina Caselli o Gigliola Cinquetti, ma non sarebbe andata oltre un paio di provini dimostrativi, Francesco Guccini riprese gli studi universitari, interrotti sei anni prima per vivere l’avventura beat, ma nell’ambiente universitario di Bologna, ormai attraversato dal vento della contestazione studentesca del 1968, fece il suo esordio da cantautore con il suo primo album personale, Folk beat, che conteneva alcune canzoni del periodo dell’Equipe 84 e dei Nomadi insieme a nuovi gustosi bozzetti di critica politica e sociale come L’atomica cinese, Il 3 dicembre del ’39 ed Il sociale, con i quali Francesco all’epoca intratteneva il pubblico giovanile e studentesco dell’Osteria delle Dame, diventato il ritrovo preferito del movimento studentesco bolognese. Ma nel “biennio rosso” della contestazione studentesca italiana Guccini rimase un personaggio di secondo piano rispetto a Fabrizio De Andrè ed a Paolo Pietrangeli e la sua popolarità rimase confinata a livello locale. Nel 1969, in questo ambiente, prese forma il libro a fumetti Storie dello spazio sommerso, realizzato in collaborazione con il disegnatore Franco Bomnvicini, che era stato un suo commilitone.
L’esperienza dell’Osteria delle Dame e del movimento studentesco di Bologna si concluse, dopo due anni, nel 1970, quando Francesco Guccini, dopo la laurea e l’inizio della sua attività di insegnante al Dickinson College, l’università americana di Bologna, si chiuse in uno splendido isolamento volontario, rifiutandosi di entrare nel mondo nascente della musica pop italiana alla moda. Questo è il periodo di albums magnifici come Due anni dopo (1970), L’isola non trovata (1971), Radici (1972) ed Opera buffa (1973), durante il quale Francesco Guccini rimase fedele non tanto, o non solo, agli ideali del Sessantotto, quanto ad un modo di essere libertario e senza compromessi.
Poi, tra il 1974 ed il 1978, piaccia o non piaccia a certi apologeti dell’ultima ora, Francesco divenne una cosa sola con i movimenti giovanili italiani di quel decennio, il Proletariato Giovanile ed il Movimento del Settantasette, in una corrispondenza non lineare, certo, ma assolutamente partecipe.
In questi anni Guccini riprese ad esibirsi dal vivo, di nuovo all’Osteria delle Dame, certo, ma anche al festival pop di Parco Lambro del 1974, alle feste dell’“Unità”, per i Circoli Ottobre di Lotta Continua, per i Circoli La Comune di Avanguardia Operaia, per la difesa legale degli studenti di Bologna arrestati durante le manifestazioni e perfino al convegno di Bologna del 1977 contro la repressione. E prendeva davvero poco. Una volta accettò di esibirsi in un posto sperduto dell’Appennino tosco-emiliano per quarantamila lire, due salami ed una bottiglia di vino.
In questo periodo incise i suoi due dischi migliori, Via Paolo Fabbri 43 (1976) ed il superbo Amerigo (1978), nel quale si trovano elementi di vita personale, di critica politica, di polemica sociale e di osservazione poetica della realtà quotidiana tutti insieme, in un equilibrio perfetto.
Quando si concluse drammaticamente anche la stagione del Settantasette, una volta celebrato, in un certo senso, il funerale di quel mondo politico e musicale, con la partecipazione al concerto in onore di Demetrio Stratos all’Arena Civica di Milano, nel 1979, dopo un godibile disco “live” di “reunion” con i Nomadi, sempre nel 1979, quando tutti tornarono a casa ed entrarono nell’establishment, in maniera più o meno pacificata, le canzoni di Francesco Guccini divennero un rifugio di critica non solo della “ideologia del riflusso” ma anche della società nel suo insieme. Lo divennero nonostante qualche ambiguità di fondo. Sul piano politico Francesco, vicino al PSIUP nel ’68 e nel ’72, radicale nel ’76 e nel ’79, negli anni Ottanta approdò al PSI governativo di Bettino Craxi, che permise, a lui come ad altri, qualche “vantaggio” in più, in RAI e sulla scena dei concerti. Adesso viaggiava con un gruppo di accompagnamento e si esibiva non più a prezzi politici, ma pagato da professionista. I tempi dei salami e del vino erano finiti.
E, quando è finita anche la Prima Repubblica, il “maestrone” è ritornato nell’alveo della sinistra, ma di quella attuale, che sinistra non è, con tutte le conseguenze negative del caso.
La sua unicità artistica e poetica consiste però nel fatto che nessuna reticenza implicita e nessuno stereotipo politico ha potuto mai guastare la sua ispirazione creativa.
La sua produzione discografica degli anni Ottanta e Novanta, da Metropolis (1981) fino a D’amore, di morte e di altre sciocchezze (1996), con la esclusione dei due dischi dal vivo Tra la Via Emilia e il West (1984) e Quasi come Dumas (1988), eccessivamente autocelebrativi, è rimasta assolutamente straordinaria.
Anzi, nel nuovo millennio sono arrivati altri due capolavori da affiancare a Via Paolo Fabbri 43 ed Amerigo, vale a dire Stagioni (2000) e Ritratti (2004), due dischi leggendari, che almeno per un attimo hanno fatto a pezzi le ambiguità politiche di Guccini, adesso capace di rendere omaggio ad Ernesto “Che” Guevara, di rileggere Don Chisciotte in senso anticapitalista ed addirittura di simpatizzare apertamente per il movimento No Global con Piazza Alimonda, doloroso omaggio a Carlo Giuliani ed all’omicidio di stato che ne ha spezzato la giovane vita.
Sono invece decisamente brutti gli ultimi due albums, Canzoni da intorto (2022) e Canzoni da osteria (2023), disordinate raccolte di canzoni diverse fatte non “alla leggera”, come diceva Canzone di notte numero 2, ma proprio all’ingrosso, in cui regna sovrana una autoindulgenza davvero imbarazzante.
Allo stesso modo sono da trascurare talune dichiarazioni, “politiche” nel senso più trito del termine, rilasciate da Francesco Guccini negli ultimissimi anni, dalla assimilazione tra fascismo, cristianesimo e comunismo, che sarebbe una bestialità anche per l’ateo più incallito, fino alla saccente precisazione sul non essere “mai stato comunista”, che veramente è “l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto”, come aveva detto la sua Dio è morto tanti anni prima. Chiunque sia stato, come Francesco, contiguo e vicino ai movimenti del ’68 e del ’77 sa di avere partecipato ad un sincretismo ideologico di anarchismo, comunismo (eretico) e socialismo. In genere si prendono le distanze da ciò che si ritiene dannoso. Perché uno che ha scritto due canzoni su “Che” Guevara, una su Silvia Bardaldini ed una su Carlo Giuliani dovrebbe prendere le distanze dal comunismo? Non è un po’ disonesto? E soprattutto non è inutile?
Ma tant’è.
Per nostra fortuna le parole di Guccini che resteranno sono altre. E sono tantissime.
Perciò giù le mani da Francesco Guccini!

