Quando i cittadini respingono una revisione costituzionale, non difendono necessariamente lo status quo: chiedono che il cambiamento sia all’altezza dei principi costituzionali, non che li aggiri o li impoverisca
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La vittoria del No al referendum non è, come qualcuno sostiene in modo affrettato, il segno di un Paese immobile o incapace di riformarsi. È, al contrario, un atto di consapevolezza costituzionale, una scelta di prudenza democratica e, soprattutto, una difesa della qualità del nostro ordinamento.
La Costituzione non è un ostacolo al cambiamento, ma il suo fondamento. È il quadro entro cui ogni riforma deve trovare legittimità, coerenza e misura. Quando i cittadini respingono una revisione costituzionale, non difendono necessariamente lo status quo: chiedono che il cambiamento sia all’altezza dei principi costituzionali, non che li aggiri o li impoverisca.
In questo senso, il voto contrario è un giudizio sul merito della riforma proposta. Una riforma può essere respinta se appare squilibrata, incoerente o non sufficientemente meditata. La Costituzione non è un terreno di sperimentazione politica contingente, ma un patto duraturo tra generazioni.
Il risultato referendario, quindi, segnala che gli italiani, quando sono chiamati a esprimersi direttamente, mostrano una spiccata capacità di discernimento. Non si lasciano guidare da slogan o semplificazioni, ma valutano la sostanza delle proposte. Questo è un segno di maturità democratica, non di sterile conservatorismo.
Difendere la Costituzione non significa sacralizzarla dogmaticamente. Significa riconoscerne il valore di architettura complessa di equilibri: tra poteri, tra diritti e doveri, tra rappresentanza e governo. Ogni intervento che incide su questi equilibri deve poggiare su una visione chiara e condivisa, non su esigenze politiche immediate o su vecchi sogni da realizzare.
La vittoria del No invita il legislatore e le forze politiche a ripensare metodi e contenuti, a costruire percorsi più inclusivi, a evitare scorciatoie.
In definitiva, il voto referendario è stato un voto per la Costituzione: per la sua forza normativa, per la sua funzione di garanzia, per la sua capacità di resistere a interventi non pienamente convincenti. È un richiamo, per tutti, a considerarla non come un campo di battaglia, ma come la casa comune della democrazia.
La frode della riforma non risiedeva soltanto nel merito, sul quale abbiamo discusso per mesi, rispondendo punto per punto ai sostenitori del Sì e respingendo, tra le tante, l’infondata tesi secondo cui senza separazione delle carriere il giudice non sarebbe né terzo né imparziale. La frode riguardava anche il metodo, e ciò si coglie perfino nell’uso improprio di un aggettivo impiegato in modo generalizzato.
Il lettore deve sapere che il referendum costituzionale non è né “approvativo” né “confermativo”. Non può essere approvativo, perché implicherebbe che alle quattro approvazioni parlamentari debba aggiungersene sempre una quinta, espressa dal corpo elettorale, mentre invece la richiesta di referendum non è obbligatoria, ma solo eventuale, nel caso di una approvazione con la sola maggioranza assoluta del testo di riforma.
D’altronde, non può neanche essere confermativo, perché significherebbe che il corpo referendario è chiamato a ratificare la decisione parlamentare, trasformando il referendum in un plebiscito.
Il referendum costituzionale è piuttosto “oppositivo”: può essere richiesto solo dalle minoranze quando in Parlamento si raggiunge la maggioranza assoluta e non quella dei due terzi. Ed è proprio per questo che non è previsto un quorum di partecipazione: non si può chiedere a una minoranza seppur organizzata di diventare la maggioranza dei votanti.
Che cosa è accaduto questa volta? I redattori della riforma (Giorgia Meloni e Carlo Nordio), nel presentare il disegno di legge costituzionale, hanno affermato che il testo sarebbe stato “ratificato dal Popolo” attraverso un referendum confermativo. È questa la trasformazione dell’istituto: da garanzia delle minoranze a strumento del Governo per bypassare il dibattito parlamentare e aprire la strada al plebiscito. Non a caso il referendum è stato chiesto, per primi, dalle maggioranze di Camera e Senato.
È stato bocciato, quindi, un testo governativo sul quale il Governo ha cercato una adesione di massa. Vedremo ora come intenderà procedere. Come se nulla fosse?
Non si è così ingenui da ritenere che la Presidente del Consiglio arrivi a dimettersi — benché sarebbe doveroso avendo votato, lo si ripete, su un testo governativo — ma ci si augura che vengano accantonate, a un anno dalle elezioni, ipotesi di riforme elettorali (domani è comunque calendarizzata in Parlamento una proposta manifestamente incostituzionale) e di riforme costituzionali che stravolgerebbero la nostra forma di governo parlamentare (premierato assoluto).
Il voto di oggi ci dice anche un’altra cosa: basta con la retorica della “Costituzione più bella del mondo”. La Costituzione non è solo bella ma è attuale e soprattutto va attuata: nei diritti civili, sociali e politici; nelle relazioni internazionali; nella tutela dei soggetti più deboli, a partire dai detenuti.
Manca un anno alle prossime elezioni: il Governo e il Parlamento, per affrontare le gravi crisi economiche e internazionali, dovrebbero affidarsi al faro della Costituzione e meno a politiche portate avanti da uomini di potere e di affari, il Presidente americano su tutti. Anche questo ci dice il voto di oggi.
Evviva la Costituzione, la Costituzione è viva.

