In meno di dieci giorni il Tirreno ha restituito quattro cadaveri tra Tropea, Scalea, Amantea e Paola. Spiagge note per il turismo diventano testimoni della disperazione. E noi non possiamo permetterci di far diventare normale ciò che normale non è
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La cronaca degli ultimi giorni, con quattro corpi restituiti dal mare in meno di dieci giorni lungo le nostre coste tirreniche, è l’ennesimo capitolo di quella che da anni è una strage silenziosa nel Mediterraneo. Un mare che per secoli è stato culla di civiltà e ponte tra popoli oggi si trasforma troppo spesso in una frontiera che inghiotte vite e poi le riconsegna alla terra con violenza.
Dopo la mareggiata, la furia dell’acqua ha riportato a riva quei corpi tra Tropea, Scalea e Paola. Località conosciute per il loro mare cristallino, per il turismo, per le cartoline estive. Eppure oggi quelle stesse spiagge diventano teatro di un racconto cupo, che spezza ogni immagine patinata. Il contrasto è doloroso: la bellezza del paesaggio e la brutalità della morte.
Non sono semplici “ritrovamenti”. Sono vite finite in un viaggio disperato, storie che il mare ha trattenuto per giorni prima di restituirle. Ogni corpo porta con sé un’assenza, una famiglia lontana che forse non saprà mai dove si è fermato il cammino del proprio caro. È questo che rende la tragedia ancora più dura: l’anonimato, il silenzio, l’impossibilità di un addio.
Non è solo la mareggiata ad aver causato tutto questo. La tempesta vera è fatta di guerre dimenticate, persecuzioni, fame, mancanza di prospettive. Il mare è l’ultimo tratto di un percorso già segnato dalla sofferenza. Quando poi si scatena la forza degli elementi, quella fragilità diventa condanna.
Questo racconto brutto richiede rispetto. Rispetto nelle parole, evitando di ridurre tutto a numeri o a cronaca fredda. E richiede maggiore attenzione, perché non possiamo limitarci a constatare e archiviare. Serve uno sguardo più ampio, che comprenda le responsabilità politiche, le carenze nei sistemi di accoglienza, l’assenza di canali sicuri e legali che eviterebbero viaggi della disperazione.
Il rischio più grande è l’assuefazione. Cinque corpi in dieci giorni. Domani altri?
Non possiamo permetterci di far diventare normale ciò che normale non è. Quelle spiagge, oggi segnate dal lutto, ci ricordano che il Mediterraneo non è solo una meta turistica o una linea su una mappa, è un confine fragile dove si misura la nostra umanità.
Il mare restituisce i corpi.
A noi spetta restituire dignità, memoria e la volontà di non considerare inevitabile questa strage continua.

