Per primo fu Caos. Scrive Esiodo nella sua Teogonia, l’opera che risale all’ottavo secolo avanti Cristo. Il poeta dell’antichità greca si cimenta in un’impresa, cioè narrare i fatti avvenuti prima del regno di Zeus, sovrano primo e ultimo che stabilisce ordine e giustizia sulla terra. Un ordine che in sé stesso resta plurale, multipolare, come scrive il filosofo Massimo Cacciari in un recentissimo e affascinante libro intitolato Kaos.

Insieme a Caos, vi è in origine Gaia. La Terra. Lo spazio su cui tutti gli esseri trovano la vita e la propria dimora. Gli stessi dèi – immortali, con umane sembianze – vi si stabiliscono per governare, e dall’altura del monte Olimpo, sfiorando il cielo, decidono delle cose del mondo.

Se il racconto mitologico di Esiodo non contenesse alcune utili chiavi di lettura del nostro mondo, probabilmente rimarrebbe soltanto un’opera confinata nei tempi antichi. Invece, essa si presta a essere decifrata, per aiutarci a rimuovere il velo che la confusa fase del presente ha posto innanzi ai nostri occhi. Una fase convulsa, a tratti incomprensibile, animata dal dramma che la costituisce.

Tuttavia, non possiamo esimerci dallo sforzo della comprensione, anche quando il quadro appare assai fosco. La realtà che tutti i giorni osserviamo e viviamo, spesso filtrata dai più disparati e variegati sistemi di comunicazione digitali (e non), ci sfugge proprio quando pensiamo di averla afferrata. Effetto evanescenza. Il mondo, il nostro essere, le percezioni che abbiamo di quanto ci circonda, sembrano svanire o non assumere più senso, nell’incredulità che il nostro tempo – appunto, il tempo del caos – pare dissolversi nell’atto stesso del ricomporsi, sotto un’altra forma.

Eppure, dal caos e nel caos, nuove forme premono per affermarsi. Nuove entità, nuove potenze; piccole, medie, grandi. Ognuna con la sua forza di attrito. Qui il termine “potenza” potrebbe apparire fuorviante. Nel lessico della politica internazionale questo sostantivo è fattore cardine per stabilire il livello gerarchico dei rapporti di forza. Invece, ritengo vada considerato da un altro punto di vista, cioè associandolo a un altro concetto, quello di “movimento”.

Ogni movimento segna un passaggio decisivo nello spazio, incide un tratto distintivo nello scorrere del tempo. Ogni movimento produce un mutamento dello status quo, dà forma al caos, a suo modo. Come la grande massa continentale, la Pangea, si frammenta a causa del movimento delle placche tettoniche e si disperde, in pezzi, nell’Oceano. I continenti, staccatisi dalla massa unitaria, procedono alla deriva, ognuno verso quello che sarà il proprio destino geo-grafico. Una collocazione nello spazio-mondo che centinaia di milioni di anni dopo darà seguito a una catena di umanità, di popoli, di frammenti di lingue e culture, di risorse, di eventi e cataclismi. Una curvatura dello spazio geo-politico in cui gli umani si stabiliranno per dar vita alle “civiltà”.

Anche quello di civiltà è un termine frainteso e abusato. Frainteso perché soggetto a interpretazioni sempre parziali, abusato perché utilizzato spesso da una parte per imporsi sull’altra. Civiltà, invece, racchiude in sé la parabola storica di comunità umane che hanno attraversato lo spazio, oltrepassando le epoche e conservandosi nel tempo. Movimento, fisica dei corpi. Cinetica della materia, contenuto di eredità immateriali trasmesse attraverso il succedersi di un’infinità di generazioni. Entità collettive.

Le civiltà hanno popolato il globo. Le civiltà si sono contese il globo, in un alternarsi di fasi egemoniche. Perché ogni civiltà ha recato in sé un’innata tendenza al dominio sulle altre, affermando una presunta superiorità dei propri valori, delle proprie istituzioni, delle proprie credenze, dei propri stili di vita. E dentro una medesima civiltà, spesso si sono realizzate contese – o successioni più o meno pacifiche – nel passaggio verso il conseguimento del primato. Solo alcuni esempi emblematici, fra tutti: Atene e Sparta, le due stelle polari del mondo greco antico, piuttosto che Spagna e Inghilterra agli albori della modernità europea, fino al passaggio di testimone dall’Inghilterra imperiale al dominio statunitense. Una guerra disastrosa, la prima, che ha sancito l’inizio del declino della civiltà greca; un conflitto per il dominio del Nuovo Mondo e degli oceani, il secondo, con la sconfitta della potenza spagnola; mentre il terzo passaggio, quello di una transizione interna al mondo euro-atlantico, ha stabilito la supremazia degli Stati Uniti sul continente americano e l’avvio dell’eccezionalismo statunitense a guida della civiltà occidentale.

Il primo Novecento si apre con questa successione. La fine del Novecento si chiude con il compimento dell’egemonia globale degli Stati Uniti d’America, la potenza vincitrice della guerra fredda, nella contrapposizione con la Russia Sovietica. La fine dello scontro ideologico-politico, prima ancora che militare, apre la civiltà del mondo globalizzato. L’impero irresistibile – dal titolo di un fortunato e bel libro della storica Victoria de Grazia – attrae nella propria orbita entità e spazi di tutto il globo, come una forza magnetica generata dalla potenza del proprio modello economico, politico e culturale. Al potere militare si affianca la politica del soft power, un potere leggero in grado di penetrare la struttura culturale degli Stati e delle civiltà, attraverso la pervasività del potere finanziario e la costruzione di un’estesa rete di alleanze. Una proiezione globale della propria sfera di influenza, veicolata attraverso una serie di promesse che si ponevano alla base della costruzione di un nuovo ordine mondiale.

L’era della pace democratica inizia con il famoso discorso del presidente americano George Bush (padre), un prezioso documento geopolitico che inaugura la missione universale degli Stati Uniti: assicurare pace e prosperità al mondo, proponendo la democrazia liberale come istituzione politica decisiva per realizzare un’economia di mercato libera e globale. La potenza egemone costruisce il mondo a sua immagine e somiglianza. O almeno mette in atto tutti i tentativi e le proprie risorse per riuscirci, con molti successi. E anche con numerosi fallimenti. Di certo, non senza un dispendio di energie quasi insostenibile, persino per una grande potenza.

Alcuni intravedevano già dei rischi, lungo questo declivio; qualcuno, segnalava le potenziali minacce che avrebbero posto ostacoli difficilmente superabili; altri ancora sostenevano che il castello di promesse – eretto su una base sempre più fragile e vulnerabile – sarebbe crollato, presto o tardi, trascinando con sé quella faticosa stabilità internazionale raggiunta a un prezzo molto alto. La stanchezza avrebbe preso il sopravvento, altri attori globali sarebbero emersi o ritornati sulla scena, mettendo in discussione il quadro delle istituzioni internazionali a trazione occidentale e a dominio americano.

Nel celebre testo Lo scontro delle civiltà, pubblicato nel 1996, il politologo americano Samuel Huntington metteva in guardia l’Occidente rispetto alla trasformazione dell’antagonismo internazionale. Lo scontro prevalentemente politico-ideologico (e per certi versi, economico) della guerra fredda aveva lasciato il posto ad altre forme di tensione. In particolare, le differenze identitarie e culturali, secondo Huntington, avrebbero svolto un ruolo prevalente nel definire i rapporti internazionali, alla luce di un crescente conflitto tra valori ultimi e non negoziabili e un’incompatibilità di fondo tra la civiltà occidentale e il resto del mondo.

La sfida per l’Occidente e per la potenza egemone americana si sarebbe incentrata tutta intorno alla questione delle differenze culturali, con il mondo islamico e con la Cina in particolare. Quella di Huntington può essere senza dubbio definita come una profezia autoavverantesi, con tutte le comprensibili critiche da parte di chi ha continuato a sostenere e a credere nella possibilità di realizzare società multiculturali, aperte e in grado di far convivere pacificamente popolazioni e culture provenienti da ogni parte del mondo. Nell’era della pace democratica inizia, così, ad addensarsi qualche nube.

I problemi derivanti da crisi irrisolte, il risentimento e la rabbia dei popoli emarginati nei processi di globalizzazione, i fenomeni di fondamentalismo religioso e di terrorismo, hanno generato una sorta di torsione securitaria e una nuova stagione di diffidenze, pericoli e avversità globali. Il castello dell’ordine internazionale liberale iniziava a sgretolarsi sotto i colpi di una storia che – piuttosto che finita, come decretò il celebre politologo americano Francis Fukuyama al crollo del muro di Berlino – si riprendeva prepotente la scena con un effetto sorpresa.

Le società occidentali si scoprivano vulnerabili, mentre i processi economici assumevano una dimensione sempre più globale. Nel 2001 la Repubblica Popolare Cinese entrò ufficialmente a far parte dell’OMC, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, solo pochi mesi dopo l’attentato terroristico di stampo fondamentalista islamico al cuore del potere finanziario degli Stati Uniti, il World Trade Center, con il crollo delle Torri Gemelle. L’attentato scosse dalle fondamenta la società americana, aprendo il nuovo millennio con una tragedia inimmaginabile.

La lotta al terrorismo assunse una dimensione globale. Gli Stati Uniti reagirono con la guerra in Afghanistan e qualche anno dopo invasero l’Iraq di Saddam Hussein. Insieme al perdurare delle crisi israelo-palestinesi e di tutta l’area mediorientale il mondo precipitò in una profonda fase di instabilità, la cui durata è oggi prolungata con la guerra russo-ucraina e quella tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Effetto domino. Cerchi concentrici di guerre a carattere tendenzialmente regionale ma con riflessi e conseguenze globali.

Suicidio della pace, età del disordine mondiale, declino dell’Occidente, sono soltanto alcune delle formule con cui tentiamo di descrivere il caos, un Vuoto pronto a inghiottirci. Tuttavia, appare oggi ancora più urgente e necessaria una lente geofilosofica capace di rendere visibili e osservabili quei segnali che, nell’instabilità della fase presente, preparano nuovi ordini e nuovi principi.