Subito dopo la strage è andata in onda la consueta indecorosa speculazione emotiva dei social network, in cui il dolore altrui è solo un pretesto per esibire la propria miseria intellettuale
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La notte di Capodanno, che nella liturgia laica del nostro tempo dovrebbe inaugurare il futuro con il tintinnio fragile dei calici e con l’illusione necessaria del nuovo inizio, in Svizzera si è invece consegnata alla storia come una fenditura: una di quelle lacerazioni improvvise di dolore, che non reclamano giudizi, bensì compostezza morale.
In presenza della tragedia, l’unica postura degna è il raccoglimento. Tutto il resto dovrebbe arrivare solo dopo, decantato dal rispetto.
E, va detto, non tutti hanno tradito questo dovere minimo di umanità. C’è stato chi, nel dare la notizia, ha lasciato incrinare la voce. Un giornalista di La7, in diretta, non ha nascosto la commozione: pochi secondi di esitazione, lo sguardo che si abbassa, il peso della parola che diventa improvvisamente troppo grande e le lacrime che correvano attorno al viso. In quel momento, senza retorica e senza frasi fatte, il dolore ha trovato una forma onesta. E insieme a lui, moltissimi hanno accolto la notizia con dispiacere autentico, con rammarico composto, l’unico linguaggio possibile davanti a simili tragedie.
E invece, come da copione, ormai stantio, la tragedia non fa in tempo a depositarsi che viene immediatamente saccheggiata. Diventa materiale grezzo per la consueta, indecorosa, speculazione emotiva dei social network, in cui il dolore altrui è solo un pretesto per esibire la propria miseria intellettuale.
In un video diffuso sui social del racconto sobrio e lacerato di un giovane che c’era, che ha visto e che porta addosso la polvere di quella notte, si è affacciata la consueta fauna del commento vacuo. Gli ignoranti non sono la maggioranza - va detto con chiarezza - tuttavia esistono. E tanto basta. Sono pochi, rumorosi, ottusamente compiaciuti della propria ignoranza. Ed è contro di loro che occorre alzare la voce, senza indulgenze.
«La selezione avviene tra i ricchi», scrive qualcuno, come se la morte, finalmente stanca dell’universalità, avesse deciso di specializzarsi per censo. «Così imparano ad andare a sballarsi in discoteca», digita un altro, trasformando il lutto in una parabola moralistica da catechismo scadente.
E poi, sublime vetta dell’insensatezza, l’argomento tecnico: «Avrebbero dovuto informarsi sulle planimetrie del locale e sulle uscite di emergenza». Certo. Tutti noi, appena arrivati in un locale, convochiamo un consiglio di amministrazione, richiediamo i disegni esecutivi dell’edificio, verifichiamo la conformità alle normative vigenti e solo dopo, se tutto è in regola, iniziamo a ballare.
Queste non sono opinioni. Sono scarti mentali. Non esprimono preoccupazione per la sicurezza, ma un rancore sociale malcelato, una gioia scomposta nel poter finalmente puntare il dito contro qualcuno che non sia sé stessi. È frustrazione. È la voce di chi non perdona alla giovinezza la propria vitalità; di chi ha trasformato la rinuncia in virtù e ora pretende di imporla come legge universale.
Addossare la colpa ai giovani è l’atto più vile che si possa compiere. È molto più semplice colpire chi balla che interrogarsi seriamente sui meccanismi della sicurezza, sulle responsabilità organizzative, sulle falle sistemiche.
I giovani hanno (abbiamo) il diritto a divertirsi. Hanno diritto alla discoteca, alla musica assordante, ai corpi che si cercano nello spazio condiviso della notte. Hanno diritto a un divertimento che non sia perennemente sorvegliato dallo sguardo torvo dei moralisti frustrati.
Il divertimento giovanile non è una devianza: è un’espressione fisiologica della vita, un laboratorio di relazioni, un gesto di fiducia nel mondo.
Questa minoranza rumorosa di ignoranti - perché di ignoranza si tratta, nuda e arrogante - non va blandita né compatita. Va abbattuta culturalmente, smascherata, ridicolizzata. Va privata della falsa dignità dell’opinione, perché non tutte le parole meritano lo stesso ascolto. Il dibattito pubblico non si eleva includendo l’idiozia: si difende isolandola.
E poi resta il silenzio. Resta la notte che non torna indietro, le scarpe lasciate a terra, la musica interrotta a metà. Resta il dolore di chi era lì e di chi, pur non essendoci stato, sente improvvisamente più fragile la propria idea di futuro. Resta una tristezza sottile, che non ha bisogno di colpevoli facili ma solo di rispetto, di memoria, di umanità condivisa.
Perché davanti a una tragedia così, l’unica cosa davvero intollerabile non è il rumore della festa — è il rumore dell’ignoranza che parla quando avrebbe dovuto tacere.

