Oggi il richiamo a «vergognarsi» è diventato una formula vuota, incapace di scuotere coscienze e responsabilità. Un processo frutto del declino della politica, perdita di valori e rapporto sempre più fragile tra istituzioni, rappresentanza e democrazia
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Tutti gli interventi polemici si concludono con l’invito all’avversario o agli avversari a vergognarsi.
Dovrebbe essere il massimo dell’offesa politica e personale.
Forse molti anni prima tale insulto, a sentire vergogna, in casi eccezionali, era il massimo di una presa di distanza e di condanna non solo politica. Ora il termine ha perso la sua “energia” perché è ripetitivo, quasi un intercalare che non sconvolge, non turba, non offende più.
È un finale scontato degli interventi di denuncia politica, dove si è incapaci di chiudere con una riflessione efficace e propositiva.
L’invito alla vergogna è una giaculatoria, con la buona pace di tutti “attori” e “convenuti”.
Sembra un ragionamento superficiale, invece è sostanziale.
C’è una reciprocità nelle offese da copione, nelle chiose finali di tutti gli interventi.
La non politica, la deresponsabilizzazione, ha creato degli anticorpi dove supponenza, arroganza, cinismo, autoreferenzialità, deresponsabilità hanno eliminato sensibilità e amor proprio.
La vergogna non esiste, esiste solo il potere che prevale e assolve: un salvacondotto per battere percorsi impossibili un tempo per chi, nella libertà garantita, coltivava ideali e passioni.
Le inadeguatezze della classe dirigente, nel passato, avrebbero preoccupato; oggi non vengono denunciate in una tolleranza dove niente è impossibile e i comportamenti, oggettivamente disdicevoli, hanno, per l’inerzia del coraggio e la viltà del conformismo, uno scudo protettivo.
Se non c’è vergogna significa che i danni della non politica hanno determinato guasti enormi.
Se il pantano non fa senso e gli scarabocchi di comportamenti di chi ha responsabilità sono considerati meriti, ci troviamo di fronte a una crisi morale devastante.
Tutte le difficoltà possono essere superate se il senso delle istituzioni e l’amore per il Paese non sono approssimativi.
Se le spinte individualiste predominano e le contorsioni sono scambiate per gesta eroiche, il futuro sarà un trascorrere del tempo… nulla di più.
Oggi siamo alla vigilia delle elezioni e già tanti eletti sono in movimento per la conferma e molti aspiranti per una collocazione.
Non c’è una scelta culturale e politica che li guida.
Vanno dove c’è posto e convenienza.
La fede non è più un valore, le proprie convinzioni non servono, il decoro nei comportamenti non è un requisito richiesto, ma si punta a tutto e al suo contrario, sacrificando identità e onore.
Questa è una deriva distruttiva.
È un autoritarismo camuffato, ma non tanto, che comprime intelligenze e disperde energie in un Parlamento, anche con la nuova riforma, se dovesse andare in porto, di nominati.
La nomina la fanno i pochi.
Il popolo, di fatto, non ha la sovranità della scelta dei propri rappresentanti.
Tutto questo porta al disimpegno, a disertare i seggi, a perdere fiducia: uno sfarinamento della democrazia.
Il mondo della cultura, i soloni una volta impegnati a fare cassa aggredendo il Parlamento, dove sono?
Tanti si sono trasformati in menestrelli, con più spartiti, quindi attrezzati per chi prevale.
È anacronistico invocare, come dicevo, ad avere vergogna: un moto dell’anima che non c’è, solo una parola che non scalfisce.
Molti, in pluriuso, sono in viaggio verso qualsiasi latitudine.
Si fermeranno dove ci sarà un piccolo spazio, senza pretese… solo per sopravvivere.

