Riflettere sulle tragedie significa guardare oltre la velocità dei numeri e delle notizie, comprendendo la complessità delle vite, delle famiglie e delle responsabilità istituzionali
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Avevo scelto di restare in silenzio. Non perché non avessi un’opinione, ma perché sentivo che era un tema troppo grande per le mie spalle. Sono un ragazzo, e certe tragedie sembrano richiedere una maturità che ancora non so se possiedo. Poi però ho iniziato a vedere ovunque le stesse immagini, gli stessi volti ripetuti fino a diventare simboli, le stesse parole gridate nei titoli. E allora ho capito che forse, proprio perché tutti ne parlano, posso permettermi anch’io di dire qualcosa — non su ciò che è successo, ma su come lo stiamo raccontando.
Non voglio ripercorrere la cronaca. Quella è stata raccontata, analizzata, sviscerata. Voglio invece fermarmi sul linguaggio. Perché il modo in cui una tragedia viene narrata dice molto più di quanto pensiamo: dice chi siamo, cosa cerchiamo, cosa temiamo.
La prima cosa che mi ha colpito sono stati i titoli. Parole come “inferno”, “strage”, “orrore”. Termini che hanno un peso enorme e che, ripetuti, sembrano quasi perdere significato. Capisco la necessità di descrivere la gravità dei fatti, ma mi chiedo se l’enfasi non diventi, a volte, una forma di spettacolarizzazione involontaria.
Il titolo deve colpire. Deve attirare. Deve essere cliccato. E così il dolore diventa una leva. Non è cinismo puro: è il funzionamento di un sistema che vive di attenzione. Ma resta una domanda: quando la tragedia diventa una competizione tra titoli, cosa resta della dignità del racconto?
Poi ci sono i numeri. Il bilancio aggiornato, le cifre che cambiano di ora in ora, il conteggio quasi ossessivo. I numeri sono necessari, certo. Ma più aumentano, più le persone dietro quei numeri sembrano scomparire. Un numero è chiaro, preciso, ordinato. Una storia no. Una storia è complessa, scomoda, piena di dettagli che non entrano in un grafico. Eppure è proprio la storia che restituisce umanità. Quando la narrazione si concentra solo sulle cifre, rischiamo di anestetizzarci. Un numero fa impressione. Ma tanti nomi, tante vite, tante famiglie — questo è molto più difficile da sostenere emotivamente. E forse per questo scegliamo la via più semplice.
Viviamo nell’epoca della notifica. Ogni aggiornamento arriva in tempo reale. Ma il dolore non funziona così. Il lutto ha bisogno di silenzio, di lentezza, di pause. L’inchiesta ha bisogno di tempo. La comprensione richiede distanza.
E invece tutto accade subito. Opinioni immediate, giudizi istantanei, ricostruzioni provvisorie trattate come definitive. La velocità dà l’illusione di controllo: se sappiamo tutto subito, forse possiamo sentirci meno vulnerabili. Ma spesso sapere “subito” significa capire poco.
Un altro elemento che mi ha fatto riflettere è l’accanimento mediatico e pubblico verso i proprietari del locale. In ogni tragedia sembra esserci un momento in cui l’attenzione si sposta dal fatto al volto. Si cerca qualcuno su cui concentrare la rabbia. È umano, forse inevitabile. La pressione mediatica può trasformare una persona in simbolo. Le accuse diventano headline. Le supposizioni diventano conversazioni. Alcuni reportage hanno insistito su comportamenti poco chiari o su elementi non ancora confermati, mentre sui social le sentenze si moltiplicano più velocemente delle verifiche.
Non so quale sia la verità giudiziaria — e non spetta a me stabilirla. Ma mi chiedo: quando la narrazione si concentra esclusivamente su un volto, non rischiamo di perdere di vista le responsabilità più ampie? Le falle sistemiche, i controlli, le procedure, le dinamiche istituzionali?
Trovare un colpevole è rassicurante. Significa poter dire: “È stato lui”. E chiudere il cerchio. Ma le tragedie complesse raramente hanno spiegazioni semplici. Ridurle a una sola figura può essere emotivamente appagante, ma intellettualmente povero.
C’è poi una questione più profonda, che riguarda noi come società. Perché, davanti a un dolore collettivo, scatta così rapidamente il bisogno di giudicare? Forse perché la rabbia è più facile da gestire della paura. Se posso arrabbiarmi con qualcuno, allora il mondo torna ad avere una logica.
La punizione simbolica dà un senso di ordine. Ma l’empatia è più difficile. L’empatia chiede di riconoscere la complessità, di accettare che possano coesistere dolore delle vittime, rabbia delle famiglie, e allo stesso tempo il diritto di chi è accusato a non essere linciato mediaticamente prima di un processo.
Non significa confondere le responsabilità. Significa distinguere tra giustizia e gogna. Tra ricerca della verità e bisogno di sfogo collettivo.
Forse il vero punto non è decidere chi abbia ragione nel dibattito pubblico. Forse il punto è chiederci che tipo di racconto vogliamo costruire quando accade qualcosa di terribile. Un racconto fatto di urla, numeri e volti da colpire. Oppure un racconto che prova a capire, anche quando capire è più faticoso.
Io non ho soluzioni. Sono solo un ragazzo che prova a osservare. Ma credo che il modo migliore per onorare chi non c’è più non sia alimentare un ciclo infinito di rabbia, bensì trasformare quella rabbia in responsabilità. In attenzione vera. In memoria. Mettere da parte, almeno per un momento, il bisogno di puntare il dito. E ricordare che dietro ogni titolo c’è un dolore che merita rispetto, non spettacolo.
Se c’è una cosa che possiamo fare — noi che leggiamo, condividiamo, commentiamo — è scegliere la lentezza. Scegliere la complessità. Scegliere l’umanità. E forse, nel silenzio che segue le parole urlate, riusciremo a fare spazio a qualcosa che somigli di più alla pace che alla vendetta.

