C’è un momento, nella storia di una civiltà, in cui una decisione politica smette di essere una misura tecnica e diventa una confessione. La confessione di aver sbagliato strada. La confessione di aver delegato troppo. La confessione, soprattutto, di aver lasciato che l’educazione dell’umano venisse affidata a un algoritmo. Il divieto di accesso ai social network per i minori di 16 anni annunciato dal governo spagnolo non è una norma come le altre. Non è proibizionismo. Non è panico morale. Non è nostalgia analogica. È un atto politico che riconosce una verità rimossa: oggi i social educano. E proprio per questo diseducano. La Spagna di Pedro Sánchez non è un’eccezione. Prima e accanto ad essa si muovono Australia, Francia, Danimarca. Paesi diversi, culture politiche diverse, storie lontane. Eppure convergono verso la stessa conclusione: non è più sostenibile lasciare che l’educazione delle giovani generazioni sia modellata da piattaforme progettate per catturare attenzione, indurre dipendenza, monetizzare il desiderio. Questa convergenza non è una moda. È un segnale storico. È l’ammissione che lo spazio digitale, così come si è sviluppato, non è neutro. Non è innocente. Non è un semplice strumento. È un ambiente pedagogico che agisce in profondità, ogni giorno, prima della scuola, prima della famiglia, prima di qualsiasi mediazione critica. I ragazzi non scelgono ciò che vedono. Assorbono. Senza strumenti, senza filtri, senza anticorpi, prendono ciò che l’algoritmo decide di spingere: criminalità, violenza e fascismo normalizzati, denaro come unico Dio, droghe raccontate come stile di vita, modelli educativi distorti, relazioni tossiche trasformate in intrattenimento, corpi ridotti a merce, successo e soldi senza fatica, rabbia come identità. Non sono contenuti isolati. Sono messaggi coerenti, ripetuti, continui. È così che si crea la frattura delle giovani generazioni: non nello scontro politico visibile, ma nella formazione quotidiana di linguaggi impoveriti, desideri indotti, immaginari deformati. Per questo queste leggi segnano un passaggio epocale. Non intervengono sui contenuti. Intervengono sull’ambiente. Non chiedono ai ragazzi di essere più forti. Chiedono allo Stato di essere più responsabile. Dicono, senza proclami, che non tutto ciò che è accessibile è formativo e che non tutto ciò che è connesso è umano. In Italia, invece, si continua a guardare altrove. Mentre il dibattito pubblico viene occupato dalla narrazione emergenziale degli scontri di piazza e dalla retorica securitaria, trasformata in strumento di propaganda e di consenso, la questione decisiva resta fuori campo. Si inaspriscono le pene, si moltiplicano i decreti, si alimentano tifoserie contrapposte. Ma il futuro non viene governato. La risposta sul digitale si riduce al gesto simbolico: il divieto dei cellulari a scuola. Come se bastasse spegnere uno schermo per finta, per spegnere una mutazione antropologica. Come se la scuola già traballante di suo potesse reggere da sola ciò che la politica rifiuta di affrontare. È una scorciatoia comoda, perché non disturba le piattaforme, non interroga il mercato, non richiede visione. Ed è, proprio per questo, profondamente insufficiente. Altrove si è compreso che la scuola non può essere una diga contro un oceano. Che le famiglie sono disarmate e in profonda crisi. Che il singolo individuo non può competere con sistemi progettati per generare dipendenza. Per questo si interviene sull’architettura del potere digitale, si impone la verifica dell’età, si chiamano in causa le responsabilità delle aziende, si rompe il dogma della neutralità tecnologica. Qui, invece, si continua a parlare di giovani senza occuparsene davvero. Si invocano valori, ma si delega l’educazione al mercato. Si invoca l’ordine, ma si abdica alla formazione. Eppure è lì che si gioca tutto. Nel linguaggio che i ragazzi imparano. Nel desiderio che viene loro insegnato. Nel tempo di attenzione che viene eroso. Nei corpi esposti, valutati, consumati. Queste leggi non sono la soluzione definitiva. Arrivano tardi. Arrivano quando il danno è già in parte compiuto. Ma segnano una svolta irreversibile: per la prima volta la politica ammette che non può più delegare l’educazione all’algoritmo. La vera politica non è quella che cavalca la paura del presente. È quella che si assume il dovere di proteggere il futuro. Difendere i giovani non significa chiuderli, ma sottrarli a una pedagogia invisibile che li trasforma in merce. La domanda, allora, non è se vietare o meno. La domanda è più radicale, più scomoda, più decisiva: chi educa oggi l’umano? Se la politica continuerà a sottrarsi a questa responsabilità, qualcun altro continuerà a farlo al suo posto. Silenziosamente. Ogni giorno. Con un algoritmo.