Dopo l’ennesima tragedia, si torna a chiedere interventi immediati su una strada che in dieci anni ha causato 205 vittime: «Basta promesse, servono progetti concreti e sicurezza reale»
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Stanotte, in una fredda notte d'autunno, due giovani – pieni di sogni, di promesse e di futuri ancora da scrivere – hanno visto spezzarsi per sempre il loro orizzonte troppo presto. Le sirene, il metallo contorto, la luce fredda dell’asfalto: tutto ha consumato due esistenze che non torneranno. Due fidanzati, due amori giovani, due famiglie ridotte in cenere da un attimo. Per loro il dolore non conoscerà tregua. E con loro il dolore di tanti altri morti, feriti, scossi sulla 106.
Nel buio di questa tragedia risuona una domanda che mastico amara: quante vite ancora devono essere portate via prima che si decida di spezzare questo orrore continuo? Perché la Strada Statale 106 non è semplicemente un’arteria: è, da decenni, la “strada della morte”, un laccio mortale che stringe la Calabria e che continua a mietere giovani vite come se fossero pedine in un gioco spietato.
In dieci anni, la 106 ha provocato circa 205 vittime: in media quasi due morti al mese. Non sono numeri: sono volti, famiglie, sogni infranti, lacrime versate in silenzio. Giovani nella loro forza e vitalità, come i due di stanotte, e tanti altri: padri, madri, fratelli, amici, viaggiatori occasionali.
Eppure – e questo è l’oltraggio che più pesa – nonostante sangue, lutti, tragedie registrate, la 106 rimane un colabrodo. Neppure le ultime misure d’intervento bastano: ci sono tratti ammodernati, è vero, con quattro corsie e spartitraffico centrale, ma questi riguardano solo frammenti (alcuni tratti tra la Basilicata e la Puglia; in Calabria solo circa 67 km) – e lascia intatti i punti più insidiosi, quelli in cui lunghi rettilinei, assenza di spartitraffico, attraversamenti di borghi, incroci pericolosi, curve improvvise rendono il percorso un’odissea pericolosa.
Si parla di stanziamenti: tre miliardi di euro – dice chi li ha promessi – da spalmare su più annualità per la messa in sicurezza e l’ammodernamento dell’intera infrastruttura. Eppure, quell’intera infrastruttura tarda a venir fuori. Mancano ancora progettazioni per ampi tratti; i progetti esistenti non sempre prevedono una simultaneità degli interventi; e la catena delle responsabilità politiche e burocratiche si allunga, offuscando la vita reale di chi sulla 106 ci viaggia, sogna, ama e rischia.
È scandaloso che, di fronte a tanta morte, lo Stato, le istituzioni, la classe politica continuino a temporeggiare, ad alzare dossier, a sbandierare promesse, mentre le lacrime si accumulano e le bare si moltiplicano. Non c’è priorità più grande oggi che questa: far cessare questo stillicidio di morti. Dare consistenza ai progetti, togliere il destino dalle mani dei giovani, restituire dignità al diritto di tornare a casa.
Perché nessuna riunione, nessun tavolo tecnico, nessuna promessa vale più di due vite spezzate. Nessuna scusa regge di fronte al pianto di due famiglie distrutte. Che la memoria di questi innocenti non resti un nome su un bollettino, ma diventi grido che impone – con voce dolorosa e infallibile – una radicale, urgente, ineludibile messa in sicurezza della 106.



