Dietro rabbia, paure e slogan sull'immigrazione si nasconde il dramma dello sfruttamento. La morte di quattro braccianti riporta alla luce il silenzio che avvolge caporalato e lavoro nei campi
Tutti gli articoli di Opinioni
PHOTO
Quanti immigrati dormono in paese stanotte? Quanti di questi sono parassiti che non hanno diritto di starci? Negli ultimi anni, quanto ha speso lo Stato italiano per assistere con i nostri soldi persone che non hanno il diritto di starci? E quanto ha speso per tenerne in carcere una buona parte? Abbiamo una polizia di frontiera? Cosa fa? E cosa fanno carabinieri e polizia?
Sono queste le domande che si pongono tantissimi “onesti lavoratori” che oggi si dicono più stanchi e più poveri. Lo pensano proprio oggi, dopo che l'eccidio di Amendolara si è consumato davanti ai loro occhi, non in mare, non a migliaia di chilometri, non in posti dei quali non si conosce neanche la posizione geografica: è capitato proprio qui, nell'alto Jonio calabrese. Quasi nel palazzo di fronte, dove i quattro braccianti stranieri vivevano con i loro presunti assassini, i loro kapò (i caporali dello sfruttamento), e forse con altri ancora. Convivevano in una casa di Villapiana, affittata non si sa da chi, né a quali condizioni.
Capita ogni mattina quando decine di minivan, simili in tutto e per tutto a quello nel quale i quattro sono stati bruciati vivi in una stazione di rifornimento, attraversano le nostre strade, invisibili per tutti, e raggiungono le terre dei nostri imprenditori agricoli. Anche loro non sanno niente: non sanno delle condizioni bestiali e semischiavistiche in cui coloro che raccolgono le loro fragole e le loro pesche vivono e lavorano. Perché per molti “onesti lavoratori” il caporalato e la mafia non esistono neanche.
D'altronde, come ha ammesso il procuratore di Castrovillari durante l'ultima conferenza stampa indetta a Cosenza: «I cittadini non collaborano». Se hanno visto, non dicono. Se si fossero guardati intorno, superando argomentazioni xenofobe e nazionalismo radicale, avrebbero visto che questo non è quel sud quasi etereo fatto di legalità, accoglienza e integrazione che spesso viene raccontato sui mezzi di comunicazione: è un barbaro campo di battaglia dove a vigere sono la fragilità di chi lavora e il silenzio che avvolge il mondo dei campi, quello dei nuovi cafoni. Ogni giorno la Piana di Sibari si trasforma in un barbaro campo di battaglia dove, questo lo abbiamo visto, si può anche morire. È questa – diceva Alessandro Leogrande qualche anno fa in Uomini e caporali – la faccia più nera del nostro Paese.

