L'America che per due volte ha consegnato la Casa Bianca a Donald Trump ha deciso di sottrargli il controllo del Congresso, restituendo alla democrazia statunitense quella capacità di reazione che, nella lunga stagione del populismo, molti avevano cominciato a considerare irrimediabilmente compromessa. Ma sarebbe un errore scambiare la sconfitta repubblicana per la fine del trumpismo, perché le ragioni che hanno portato milioni di americani a riconoscersi nella leadership del presidente non sono scomparse con il voto del 3 novembre e continueranno a pesare sulla vita politica di un Paese che, dietro la solidità delle proprie istituzioni, ha scoperto fragilità assai più profonde di quanto fosse disposto ad ammettere.

Alan Friedman, giornalista e scrittore americano, consegna questa lettura allo speciale de I giorni della storia, la trasmissione di LaC Tv condotta dal direttore Franco Laratta, all'indomani delle elezioni di metà mandato che hanno chiamato gli statunitensi a rinnovare l'intera Camera dei Rappresentanti, 35 seggi del Senato e numerose cariche statali, con un risultato che ha restituito ai democratici la maggioranza in entrambi i rami del Congresso e ridisegnato gli equilibri del potere a Washington.

«Il risultato che abbiamo visto stanotte negli Stati Uniti vi dà un pizzico di ottimismo, perché gli anticorpi della democrazia americana esistono», osserva Friedman, che pure si guarda dal considerare la vittoria dell'opposizione una garanzia sufficiente contro il ripetersi delle tensioni che hanno accompagnato la seconda presidenza Trump. «La nostra democrazia è molto più fragile di quello che si immaginerebbe e non siamo fuori dal bosco», aggiunge, affidando a questa considerazione il senso di un'analisi nella quale la soddisfazione per il risultato elettorale convive con una preoccupazione tutt'altro che risolta per il futuro degli Stati Uniti.

La domanda che Franco Laratta rivolge al suo interlocutore ha il merito di spostare immediatamente il confronto dalla cronaca delle urne alle contraddizioni di una nazione che ha costruito buona parte della propria influenza internazionale sulla difesa della libertà. Come è potuto accadere, chiede il direttore, che un Paese considerato un modello di democrazia abbia scelto per due volte un presidente come Trump, senza che le proprie istituzioni e la società civile riuscissero a sviluppare prima una reazione politica adeguata?

Friedman non si rifugia nella spiegazione più immediata, quella che riconduce tutto al carattere del presidente o alle divisioni tra democratici e repubblicani, ma risale alle grandi fratture del Novecento, quando le crisi economiche, le guerre e i traumi collettivi crearono le condizioni per l'affermazione di leadership capaci di trasformare l'insicurezza sociale in consenso politico.

«Ho scritto dei libri per spiegare il populismo di Trump e come l'estremismo tende a nascere e crescere dopo i traumi collettivi», racconta, richiamando la Grande Depressione, l'influenza spagnola e la Prima guerra mondiale, tragedie che sconvolsero gli equilibri delle società europee e contribuirono a rendere possibile l'ascesa dei movimenti autoritari.

«Dopo questi traumi arrivano leader estremisti come Hitler o Mussolini che dicono: io vi risolvo, io ci penso a tutto», prosegue Friedman, individuando nella promessa di una soluzione personale alle crisi un meccanismo politico che può ripresentarsi, in forme e contesti profondamente differenti, quando le istituzioni perdono credibilità e una parte della popolazione smette di riconoscersi nei tradizionali strumenti della rappresentanza.

Il riferimento storico non equivale a sovrapporre la presidenza Trump ai regimi totalitari europei, ma serve a interrogarsi sulle condizioni che favoriscono l'affermazione del populismo, dalla paura del declino economico alla sfiducia verso le élite, fino alla ricerca di una leadership che prometta di restituire sicurezza e prestigio nazionale senza sottoporsi alle mediazioni della politica.

«Trump è arrivato dopo una crisi economica e finanziaria che America ed Europa hanno subito», ricorda Friedman, richiamando anche le conseguenze della pandemia e le tensioni internazionali. «Ci sono paralleli con cento anni fa», insiste, lasciando intendere quanto sarebbe superficiale attribuire l'ascesa del presidente repubblicano a un fenomeno passeggero o esclusivamente americano.

«Non votavano per i democratici, votavano contro Trump»

La geografia del voto racconta intanto una sconfitta che ha raggiunto il Partito repubblicano anche dove il suo radicamento sembrava difficilmente scalfibile. In Texas, Kansas, Iowa, Ohio e nelle due Caroline, i democratici hanno conquistato seggi senatoriali di grande rilievo, mentre il successo alla Camera ha completato un ribaltamento dei rapporti di forza che costringerà Trump a confrontarsi con un Congresso controllato dall'opposizione.

«I democratici hanno vinto in Stati repubblicanissimi come Texas, Ohio, South Carolina, North Carolina, Iowa, Kansas», sottolinea Friedman, che tuttavia invita a non confondere la dimensione della vittoria con un'improvvisa adesione dell'elettorato americano alle posizioni del Partito democratico.

«Non votavano per i democratici, votavano contro Trump», afferma, cogliendo in questa distinzione il significato politico di una consultazione nella quale il giudizio sulla presidenza ha finito per prevalere, almeno secondo la sua interpretazione, sulle appartenenze tradizionali e sulle stesse proposte dell'opposizione.

A orientare il voto, sostiene Friedman, è stato un malcontento alimentato tanto dalle difficoltà economiche quanto dalle scelte internazionali dell'amministrazione, in un Paese dove il costo della vita continua a incidere profondamente sulle condizioni delle famiglie e dove le conseguenze dei conflitti si riflettono direttamente sui prezzi dell'energia e sulla percezione della sicurezza.

«Contro la guerra in Iran, contro l'associazione in Gaza con Netanyahu, contro il prezzo del gasolio, del diesel, contro l'inflazione», elenca il giornalista, descrivendo una protesta nella quale questioni economiche e politica estera si sono sovrapposte, trasformando le elezioni congressuali in un giudizio complessivo sull'operato della Casa Bianca.

Friedman richiama inoltre il tema della fiducia nelle istituzioni, osservando come il rapporto tra cittadini e potere sia diventato uno degli elementi centrali del confronto politico americano, accanto a quelle preoccupazioni economiche che tradizionalmente determinano il comportamento elettorale.

La sua lettura del risultato è esplicita: «Gli americani hanno votato non una, ma due volte Trump. Adesso si sono resi conto che hanno sbagliato». Un giudizio che non pretende di descrivere il pensiero di ogni elettore, ma interpreta la dimensione della sconfitta repubblicana come il segnale di un ripensamento maturato anche in settori della società che avevano contribuito alla vittoria presidenziale del 2024.

Per spiegare questa capacità di revisione collettiva, Friedman ricorre a una massima tradizionalmente attribuita ad Abraham Lincoln, secondo cui «si può ingannare un po' di gente per un po' di tempo, ma non tutti per sempre», e richiama l'esperienza britannica della Brexit, sulla quale una parte consistente dell'opinione pubblica ha progressivamente maturato valutazioni differenti rispetto a quelle espresse nel referendum del 2016.

«Accade nella vita delle nazioni, dei popoli, che collettivamente si rendano conto», osserva, riconoscendo nella possibilità di modificare democraticamente una scelta politica una delle risorse fondamentali dei sistemi rappresentativi, anche quando le decisioni precedenti hanno prodotto conseguenze difficili da correggere.

Il Congresso frena Trump, ma la Casa Bianca resta in mano sua

La sconfitta di Trump apre però una fase istituzionale complessa, perché il presidente conserva le prerogative della Casa Bianca mentre il Congresso, che entrerà nella nuova composizione a gennaio, potrà esercitare un controllo assai più incisivo sull'amministrazione, intervenire sulle scelte di bilancio e condizionare l'agenda legislativa. La maggioranza democratica non sarà comunque sufficiente, da sola, a superare un eventuale veto presidenziale, per il quale la Costituzione richiede il voto favorevole dei due terzi di entrambe le Camere.

«Il problema è che Trump rimarrà alla Casa Bianca per altri due anni», avverte Friedman, riportando il confronto alla distanza che separa una sconfitta elettorale dalla conclusione di una presidenza e, soprattutto, alla difficoltà di ricomporre le fratture che hanno attraversato la società americana ben prima dell'arrivo di Trump al potere.

Le fragilità che restano oltre il voto

Nella discussione guidata da Franco Laratta, il voto assume così un significato che supera i confini degli Stati Uniti, perché gli equilibri tra Congresso e Casa Bianca continueranno a condizionare i rapporti con l'Europa, la posizione americana sull'Ucraina, la gestione delle crisi mediorientali e le scelte economiche dalle quali dipende una parte rilevante della stabilità internazionale.

L'America uscita dalle urne ha dimostrato di poter ridimensionare il potere politico del proprio presidente attraverso gli strumenti della democrazia rappresentativa, ma non ha ancora trovato una risposta condivisa alle trasformazioni economiche e sociali che hanno alimentato la sfiducia verso le istituzioni, né alle divisioni culturali che hanno fatto del trumpismo un fenomeno assai più radicato della vicenda personale del suo leader.

La cautela di Friedman nasce da questa consapevolezza e attraversa l'intero confronto con Laratta: «Gli anticorpi della democrazia americana esistono», ma «non siamo fuori dal bosco».

Perché il Congresso può cambiare maggioranza in una notte elettorale; le ragioni per le quali una democrazia arriva a dubitare di sé stessa, invece, non scompaiono con lo scrutinio delle schede.