L'ennesima parabola che unisce show-business e Parlamento svela il nostro cortocircuito culturale: quando follower e visualizzazioni finiscono per sostituire lo studio e le competenze istituzionali
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La politica italiana, a forza di inseguire la società del trash, rischia ormai di assomigliarle persino nella composizione.
Fabrizio Corona ha annunciato il movimento «Per la Verità», presentandolo attraverso un video diffuso sui propri canali e definendosi, fra le altre cose, «il nuovo Berlusconi». L'iniziativa assume già i contorni di un progetto politico, con posizioni dichiarate su immigrazione, sanità, informazione, lavoro e libertà. Una precisazione giuridica, tuttavia, impone cautela: l'interdizione perpetua dai pubblici uffici conseguente alla condanna definitiva per il caso Trezeguet gli preclude, allo stato attuale, la candidatura personale e l'elezione. Corona può promuovere un movimento e partecipare alla sua attività politica; la sua eventuale presenza parlamentare dovrebbe, dunque, passare attraverso altri candidati.
La notizia, tuttavia, trascende Corona. Perché il vero interrogativo riguarda il rapporto, divenuto ormai porosissimo, fra notorietà e rappresentanza.
La storia parlamentare italiana, del resto, offre un catalogo assai più eterogeneo di quanto la memoria collettiva sia solita ricordare.
Nel 1987 entrò alla Camera Ilona Staller, in arte Cicciolina, proveniente dal mondo della pornografia e candidata nelle liste del Partito Radicale. La sua elezione rappresentò uno degli episodi più singolari della storia parlamentare repubblicana. La notorietà acquisita nello spettacolo erotico conviveva, nella sua esperienza parlamentare, con battaglie su temi quali la sessualità, i diritti civili, la condizione carceraria e la prevenzione dell'Aids.
Il Parlamento aveva dunque aperto le proprie porte a una persona proveniente da un universo professionale allora considerato inconciliabile con la rispettabilità istituzionale tradizionale. La democrazia, attraverso il voto, aveva prodotto quella rappresentanza.
Qualche anno prima, nel 1983, era stato eletto deputato Antonio Negri, filosofo e docente universitario, figura centrale dell'Autonomia operaia e protagonista di una delle più controverse vicende giudiziarie degli anni di piombo.
E poi Sergio D'Elia. Eletto deputato nel 2006 con la Rosa nel Pugno, aveva alle spalle una militanza in Prima Linea e una condanna per concorso morale nell'omicidio dell'agente di polizia Fausto Dionisi. La sua elezione suscitò fortissime contestazioni, soprattutto nell'ambito delle associazioni dei familiari delle vittime del terrorismo. La Camera registra il suo mandato nella XV legislatura.
Due vicende differenti, dunque, accomunate soltanto dalla straordinaria distanza fra le biografie personali e quella che normalmente viene immaginata come la carriera parlamentare convenzionale.
Poi arrivarono gli uomini e le donne dello spettacolo.
Luca Barbareschi, attore, regista e produttore, fu deputato nella XVI legislatura. Gabriella Carlucci, conduttrice televisiva e giornalista, fu deputata per tre legislature consecutive, dalla XIV alla XVI. Alessandra Mussolini (addirittura) dopo le esperienze nel cinema e nella televisione, costruì invece una lunga carriera politica nazionale ed europea.
Franca Rame, attrice e autrice teatrale, fu eletta senatrice nel 2006. La scheda ufficiale del Senato registra la sua elezione nella XV legislatura e la sua partecipazione a diverse commissioni parlamentari.
Domenico Modugno, uno dei nomi più celebri della musica italiana del Novecento, arrivò anch'egli nelle istituzioni: fu eletto alla Camera nel 1987 e, dopo le dimissioni del senatore Gianfranco Spadaccia, subentrò al Senato nel 1990. La sua scheda parlamentare lo identifica professionalmente come musicista.
Anche Gino Paoli attraversò la medesima frontiera fra canzone e politica. Fu eletto deputato nella X legislatura, sedendo a Montecitorio dal 1987 al 1992. La sua presenza parlamentare è documentata dagli atti ufficiali della Camera, con progetti di legge, atti di indirizzo e interventi.
E non ci crederete ma anche Gerry Scotti.
E qui la galleria potrebbe proseguire con Vittorio Sgarbi, storico dell'arte e protagonista della televisione; con Domenico Scilipoti, medico divenuto figura di primo piano della cronaca parlamentare durante la XVI legislatura; con Antonio Razzi, la cui notorietà politica sarebbe poi esplosa ben oltre la dimensione parlamentare; con Giuseppe Ciarrapico, editore e imprenditore, approdato al Senato; con una lunga teoria di giornalisti, imprenditori, artisti e personaggi provenienti da mondi estranei alla politica professionale.
Il fenomeno, osservato senza la lente deformante dell'aneddotica, appare ancora più interessante.
Il Parlamento italiano ha accolto uomini e donne provenienti dal teatro, dalla musica, dal cinema, dalla televisione, dal giornalismo, dall'impresa, dalla medicina, dall'università, dal sindacato, dall'associazionismo e dalle più diverse esperienze della società civile. Il Portale storico della Camera conserva le schede dei parlamentari dal 1848 al 2022 e consente di ricostruire una classe dirigente dalla composizione straordinariamente eterogenea.
La stranezza della biografia, tuttavia, dice assai poco sulla qualità dell'esperienza parlamentare. Una persona può arrivare alla politica da un palcoscenico, da una redazione, da uno studio medico, da un'impresa o da una carriera artistica e successivamente costruirsi una competenza istituzionale autentica.
La democrazia rappresentativa, del resto, non è un'accademia professionale. Il Parlamento deve riflettere la società nella sua complessità e la Costituzione non prescrive una laurea quale requisito per l'elezione alla Camera o al Senato.
Ed è proprio qui che comincia la questione più delicata.
Il problema culturale nasce quando la notorietà comincia a essere percepita come una forma sufficiente di autorevolezza; quando l'ampiezza di un seguito digitale viene scambiata per competenza; quando milioni di visualizzazioni sembrano equivalere, per una singolare metamorfosi semantica, a milioni di cittadini informati; quando il successo personale diventa l'unico curriculum che si ritiene necessario esibire.
È qui che il discorso su Corona diventa più ampio dello stesso Corona.
Un Paese democratico può eleggere un attore, un cantante, un imprenditore, un giornalista, un atleta o una persona proveniente da qualunque altro settore della società. La professione precedente, da sola, non determina l'idoneità o l'inidoneità all'esercizio della rappresentanza politica.
Il discrimine culturale risiede altrove.
Risiede nella preparazione.
Conoscere la Costituzione. Comprendere il diritto. Studiare la storia. Possedere strumenti economici. Conoscere il funzionamento delle istituzioni europee. Saper leggere una norma nella sua complessità. Comprendere gli effetti di una decisione sulla vita di milioni di persone. Conoscere la macchina amministrativa sulla quale una legge dovrà poi concretamente operare.
Tutto questo dovrebbe avere un peso.
La laurea, da sola, certamente non fa un buon parlamentare. Un titolo accademico può certificare un percorso di studio, non garantire virtù politica, senso dello Stato o capacità legislativa.
Ma nemmeno il successo, da solo, fa un uomo delle istituzioni.
Ed è qui che la società dello "spettacolo facile" può produrre il suo cortocircuito più insidioso: convincere le generazioni più giovani che lo studio costituisca un percorso secondario, mentre la notorietà rappresenterebbe la scorciatoia verso il potere.
Prima il successo, dunque. Poi il consenso. Infine il Parlamento.
Una sequenza che rischia di trasformare la popolarità in una sorta di titolo nobiliare immateriale.
La vicenda Corona acquista precisamente qui il proprio significato politico e culturale. La sua forza comunicativa nasce da un'epoca nella quale il personaggio pubblico può costruire direttamente il proprio pubblico, alimentarlo quotidianamente, trasformare la propria vita privata in contenuto, accumulare una platea digitale e tentare successivamente di convertire quella riconoscibilità in consenso politico.
Il fenomeno è radicalmente diverso rispetto alla celebrità televisiva di qualche decennio fa. La televisione rendeva famoso un individuo; oggi un individuo può costruire autonomamente il proprio sistema mediatico, senza la mediazione di un'emittente, di un editore o di una redazione.
Ed è precisamente questa trasformazione a rendere il passaggio dalla notorietà alla politica assai più rapido.
Il Parlamento può diventare così, nell'immaginario collettivo, l'ultimo piano di un edificio costruito sulla celebrità.
E sarebbe un equivoco culturale assai più grave della semplice presenza, nelle istituzioni, di qualche personaggio eccentrico.
Il vero rischio nasce nel momento in cui il loro percorso viene assunto come paradigma sociale: studiare serve poco; formarsi serve poco; costruire lentamente una competenza serve poco. Basta diventare famosi.
Una simile equazione sarebbe culturalmente devastante. Perché il Parlamento non dovrebbe apparire come il premio finale di una carriera mediatica. Dovrebbe rimanere il luogo nel quale il consenso popolare incontra la responsabilità istituzionale.
La storia parlamentare italiana dimostra che l'eterogeneità delle biografie è sempre esistita. La nostra epoca rischia qualcosa di diverso: trasformare l'eterogeneità in criterio, la notorietà in curriculum e il successo in una forma surrettizia di aristocrazia.
Il Parlamento è davvero lo specchio del Paese. Ma uno specchio può riflettere fedelmente una società oppure limitarsi a restituirne le vanità. E la vera domanda, allora, riguarda ciò che una società desidera vedere quando finalmente si guarda allo specchio.

