Il paragone parte dalla soglia: allora serviva la metà dei voti più uno per ottenere 380 seggi, oggi il premio scatta molto prima in entrambe le Camere. Due sistemi diversi, ma una domanda comune sulla rappresentanza. Intanto il testo torna a Montecitorio per la terza lettura
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La nuova legge elettorale torna alla Camera. Nel 1953 il premio scattava solo con la maggioranza assoluta dei voti. Oggi la soglia è fissata al 42%.
La riforma della legge elettorale approvata dal Senato il 15 settembre torna all’esame della Camera per la terza lettura.
Il testo introduce un sistema a prevalente base proporzionale, ma con un forte premio di governabilità.
Se una lista o una coalizione raggiunge almeno il 42% dei voti validi sia alla Camera sia al Senato, ottiene un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Sono previsti inoltre un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori.
Il testo prevede anche l’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio al momento del deposito delle candidature. Il suo nome, però, non comparirà sulla scheda elettorale.
Ma il confronto che sta facendo discutere è soprattutto quello con la legge elettorale del 1953, passata alla storia come la «legge truffa».
Che cos’era la «legge truffa»?
«Legge truffa» non era il nome ufficiale della legge. Fu l’espressione utilizzata dalle opposizioni per contestare la riforma elettorale approvata nel marzo 1953.
Il meccanismo era molto semplice: il premio di maggioranza scattava soltanto se le liste collegate avessero ottenuto almeno il 50% più uno dei voti validi.
Il premio era molto consistente: 380 seggi alla Camera.
Alle elezioni del 7 giugno 1953 la coalizione centrista si fermò al 49,85%. Non raggiunse la soglia necessaria e il premio non scattò. Mancavano circa 57 mila voti.
La legge fu poi abrogata nel 1954.
Cosa cambia oggi?
Il confronto è soprattutto sulla soglia.
1953: 50% più uno.
2026: 42%.
Nel 1953 era dunque necessaria la maggioranza assoluta dei voti validi per ottenere il premio.
Con la nuova riforma, invece, il premio può scattare anche senza raggiungere la maggioranza assoluta dei voti.
Una lista o coalizione che raggiungesse il 42% potrebbe quindi ottenere una maggioranza parlamentare più ampia di quella che deriverebbe dalla semplice distribuzione proporzionale dei voti.
È questa la principale questione al centro del confronto politico.
Quanto consenso popolare deve essere necessario per trasformare una percentuale di voti in una maggioranza di seggi?
Perché si parla di «legge truffa»?
Alcune forze di opposizione utilizzano oggi questa espressione per contestare la riforma.
Il paragone con il 1953 va però fatto con attenzione.
I due sistemi non sono uguali.
Nel 1953 il premio scattava con il superamento del 50% dei voti e attribuiva 380 seggi alla coalizione vincente.
La riforma attuale mantiene una base proporzionale e introduce un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori, legato al raggiungimento del 42% in entrambe le Camere.
Il punto comune riguarda quindi soprattutto il meccanismo con cui un determinato consenso elettorale può tradursi in una maggiore forza parlamentare.
E le preferenze?
È uno dei punti più discussi della riforma.
Nel passaggio al Senato è stato introdotto un sistema che consente all’elettore di esprimere fino a tre preferenze, con alternanza di genere.
Ma resta il capolista bloccato.
Il primo candidato della lista non viene scelto attraverso la preferenza dell’elettore.
Dunque non è corretto dire che le preferenze siano state completamente abolite.
Ma non è neppure corretto sostenere che l’elettore possa scegliere tutti i candidati.
La possibilità di scelta rimane parziale.
Perché il capolista bloccato è importante?
Perché introduce due diverse modalità di selezione dei candidati.
Per alcuni parlamentari conta la preferenza espressa dall’elettore.
Per il capolista, invece, conta la posizione nella lista.
Da qui una domanda che riguarda direttamente la rappresentanza:
quanto deve pesare la scelta dei partiti e quanto quella degli elettori nella formazione del Parlamento?
Perché cambiare la legge elettorale adesso?
Il Senato ha approvato la riforma il 15 settembre. Il testo torna ora alla Camera per la terza lettura.
La tempistica alimenta inevitabilmente il confronto politico.
La domanda è semplice:
una legge elettorale deve essere costruita pensando alle prossime elezioni oppure deve essere una regola generale, stabile e condivisa del sistema democratico?
È una questione che riguarda maggioranza e opposizioni.
La domanda centrale
Alla fine, il problema è tutto qui: come trovare l’equilibrio tra governabilità e rappresentanza?
Una legge elettorale deve consentire, da una parte, la formazione di maggioranze parlamentari in grado di governare.
Dall’altra deve garantire che il Parlamento rappresenti il più possibile il voto espresso dai cittadini.
Nel 1953 il premio richiedeva il 50% più uno dei voti.
La riforma del 2026 lo lega al 42%, con un premio di 70 deputati e 35 senatori.
Sono due epoche diverse. Due sistemi diversi. Due meccanismi diversi.
Ma la domanda democratica resta la stessa: quanto deve pesare il voto degli italiani quando i voti diventano seggi?



