Per troppo tempo il Sud è stato raccontato sempre con le stesse immagini. I treni pieni di ragazzi che partono, i paesi che si svuotano lentamente, le case che si riaprono soltanto d’estate, le nostalgie trasformate quasi in un marchio identitario. Una narrazione che secondo l’onorevole del Movimento 5 Stelle Antonino Iaria ha finito col cristallizzare un’intera parte del Paese dentro una dimensione di rassegnazione permanente.

Iaria, Deputato Movimento 5 Stelle, Capogruppo Commissione Trasporti e Telecomunicazioni, Architetto, ex assessore Urbanistica della città di Torino, fa partire la sua riflessione dall'altro capo dell'Italia: da Condofuri, il paese in cui è nato, e da quel rapporto mai reciso con la Calabria che continua a orientare anche il suo sguardo politico.

«Per tanti anni il Sud, e la Calabria in particolare, sono stati raccontati sempre nello stesso modo: nostalgia, malinconia, treni pieni di giovani che partono, paesi che si svuotano, occasioni perse - racconta Iaria -. Io stesso sono nato a Condofuri e conosco bene quella sensazione. Però credo che continuare a parlare di questi territori solo così rischi quasi di condannarli a restare immobili anche nell’immaginario collettivo».

Le sue parole non hanno il tono della rivendicazione identitaria fine a sé stessa. C’è invece la volontà di spostare il ragionamento su un terreno più concreto, quasi esistenziale, legato alla sopravvivenza stessa delle comunità locali.

«Io non voglio che il mio paese venga ricordato solo quando qualcuno parte o quando ci si torna d’estate - afferma -. E il mio legame con Condofuri non è solo sentimentale. È legato anche all’idea che non debba andare perso quello che hanno costruito i miei nonni e i miei genitori. Anni di sacrifici, lavoro, relazioni sociali, identità territoriale».

Poi il passaggio che restituisce il senso più profondo del suo ragionamento: «Se un territorio si svuota definitivamente non perdi solo abitanti. Perdi memoria, economia, cultura e pezzi di futuro». Iaria rifiuta anche quella retorica ottimistica che per anni ha accompagnato il racconto del Mezzogiorno come «terra dalle enormi potenzialità», senza però affrontare davvero le ragioni del mancato sviluppo.

«Bisogna evitare anche l’errore opposto: raccontare il Sud come una terra piena di potenzialità inesplose senza interrogarsi sul perché molte di quelle potenzialità restino tali da decenni», sottolinea. «Il rischio è trasformare l’ottimismo in una formula retorica altrettanto sterile della nostalgia».

Il parlamentare pentastellato insiste soprattutto sul tema delle responsabilità politiche e amministrative accumulate nel tempo. «Parlare di rilancio è giusto, però senza una riflessione seria sulle responsabilità politiche, amministrative e culturali che hanno frenato questi territori, ogni discorso sul futuro rischia di sembrare una promessa già sentita».

Nel suo intervento torna continuamente il concetto di concretezza. Di progettazione reale. Di amministrazioni capaci di programmare senza rincorrere emergenze continue.

«Se si guarda davvero alle possibilità che hanno i nostri paesi di costruire sviluppo e fare impresa, è evidente che senza il rispetto delle regole, senza amministrazioni efficienti e senza una presenza efficace dello Stato, ogni passo avanti rischia di essere seguito da quattro passi indietro», dice Iaria. «Il tema delle risorse certamente esiste, però ancora più importante è il tema progettuale: servono piani concreti, non libri dei sogni, con costi sostenibili, tempi realistici e ricadute vere sui territori».

Nel ragionamento del deputato del Movimento 5 Stelle pesa molto anche l’esperienza maturata al Nord, dove vive e fa politica da anni dopo l’elezione in Piemonte. Un punto di osservazione che gli permette di leggere il problema delle aree interne come una questione nazionale e non esclusivamente meridionale.

«Io vivo e faccio politica al Nord da tanti anni. Conosco bene le differenze tra territori, però proprio per questo vedo anche le somiglianze», spiega. «Le aree interne del Sud, molte periferie del Nord, i piccoli comuni montani o costieri hanno problemi comuni: spopolamento, servizi sanitari che arretrano, scuole che chiudono, trasporti insufficienti, fuga dei giovani, difficoltà nel trovare lavoro stabile e frammentazione amministrativa».

Da qui nasce la sua idea di una «nuova stagione politica», costruita sulla collaborazione tra territori e sulla logica dei sistemi integrati.

«La vera sfida è smettere di ragionare con il confine del singolo comune come orizzonte politico», afferma. «Dobbiamo aprire una nuova stagione politica. Una stagione in cui si ragiona per ambiti vasti, per caratteristiche comuni, per sistemi territoriali integrati».

Per Iaria, infatti, nessun piccolo comune può più pensare di affrontare da solo le sfide contemporanee. «Condofuri da sola può fare poco, così come da solo fa poco un piccolo comune piemontese o lucano», osserva. «Però se si costruiscono reti territoriali vere, con servizi condivisi, pianificazione comune su trasporti, turismo, energia, gestione dei rifiuti, progettazione europea e innovazione, allora queste aree possono diventare una risorsa strategica per tutto il Paese».

Nel suo intervento trova spazio anche il tema dei bilanci comunali e delle difficoltà che spesso paralizzano gli enti locali. «Conosco bene i problemi di bilancio, i debiti trascinati per anni, i contenziosi che bloccano gli investimenti», dice. «Molte amministrazioni passano più tempo a gestire emergenze ereditate dal passato che a progettare il futuro».

Da qui la richiesta di un intervento forte dello Stato. «Bisogna valutare seriamente strumenti straordinari che permettano ai comuni di chiudere partite aperte da decenni e ripartire davvero». Però precisa subito: «Attenzione: non significa giustificare chi ha amministrato male o cancellare responsabilità gravi».

E ancora: «Non si tratta di un condono. Si tratta di capire se vogliamo davvero uno Stato che aiuta i territori a rialzarsi oppure uno Stato che continua a lasciarli prigionieri di problemi accumulati nel tempo».

Iaria fa poi una chiamata collettiva a superare divisioni, campanilismi e frammentazioni che per anni hanno indebolito il Sud. «Il tema non è aiutare il Sud per pietà o per nostalgia», conclude Iaria. «Il punto è capire che l’Italia non può permettersi di lasciare inattiva metà del proprio potenziale territoriale. La Calabria può essere energia, logistica, agricoltura di qualità, turismo, cultura mediterranea, innovazione legata al mare e ai dati. Fare squadra oggi significa smettere di difendere il proprio orticello amministrativo e iniziare a costruire aree territoriali che collaborano davvero. Se non lo facciamo continueremo a vedere territori che sopravvivono. Io invece vorrei vedere territori che tornano a progettare futuro».