Promesse irrealizzabili, favori e pressioni trasformano il voto in merce di scambio. In molte realtà della regione la competizione appare sempre più distante dall’interesse pubblico. E mentre la parte migliore della società si allontana dalla politica, cresce il rischio più grave: una democrazia svuotata dalla sfiducia e dal cinismo collettivo
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Ci sono campagne elettorali dure. Campagne elettorali sporche. E poi ci sono campagne elettorali che riescono a lasciare addosso perfino una sensazione di umiliazione civile.
In troppi Comuni calabresi, quella che si avvia alla conclusione appartiene a quest’ultima categoria.
È giusto chiarirlo subito, per onestà e per rispetto della verità: non tutto è marcio, non tutti agiscono nello stesso modo, non ovunque accadono episodi gravi.
Esistono ancora amministratori seri, candidati credibili, persone perbene che continuano a fare politica con dignità e senso delle istituzioni. Ed è proprio per questo che ciò che sta emergendo in molte realtà appare ancora più insopportabile.
Perché il punto non è soltanto la presenza di episodi opachi. Il punto è il clima. L’aria che si respira. La sensazione sempre più diffusa che, in alcuni territori, la competizione democratica sia stata sostituita da una caccia feroce al consenso condotta con ogni mezzo possibile.
Promesse irrealizzabili vendute come certezze. Favori scambiati per visione politica. Risorse pubbliche piegate alla propaganda. Istituzioni calpestate e utilizzate per ottenere voti. Interventi e comportamenti che in alcuni casi sfiorano livelli francamente indecenti.
E mentre tutto questo accade, la parte migliore della società si allontana sempre di più dalla politica, spesso in silenzio, con una forma di amarezza che ormai assomiglia al disgusto.
È questa la ferita più grave.
Perché una democrazia non muore soltanto sotto il peso della corruzione o delle inchieste giudiziarie. Muore quando le persone oneste smettono di credere che partecipare serva ancora a qualcosa. Muore quando intere comunità finiscono per convincersi che il voto non sia più una scelta libera e consapevole, ma soltanto il risultato di pressioni, convenienze, reti di potere, scambi e illusioni costruite ad arte.
In molti luoghi il sistema appare profondamente malato. L’interesse pubblico non è più il centro della politica. È diventato un ostacolo secondario rispetto all’ossessione della vittoria elettorale. Conta conquistare consenso, non costruire futuro. Conta occupare il potere, non meritarselo.
Ed è impressionante constatare come, davanti a tutto questo, lo Stato continui spesso ad apparire lento, distante, incapace di intervenire in tempi rapidi. I partiti non esistono più e quando esistono non sono in grado di fermare lo scempio. Forse arriveranno indagini. Forse tra anni emergeranno responsabilità, arresti, condanne. Ma il punto è un altro: nel frattempo il danno sarà già stato bello e compiuto. Ancora una volta.
E mentre la politica si consuma dentro questa spirale, i problemi reali della Calabria restano lì, immobili, sempre più drammatici. Lo spopolamento continuo dei paesi. I giovani costretti a partire. La disoccupazione cronica. Troppi comuni vicini al dissesto finanziario. Le aree interne abbandonate. Le infrastrutture insufficienti. Questioni enormi, decisive, che richiederebbero visione, competenza, credibilità istituzionale.
Invece troppo spesso si preferisce vendere illusioni. Alimentare dipendenze. Trasformare il bisogno delle persone in uno strumento elettorale.
Ed è forse questa la degenerazione più dolorosa.
Perché il problema non riguarda soltanto ciò che accade durante una campagna elettorale. Il problema è ciò che resta dopo. La sfiducia. Il cinismo. L’idea che tutto sia già deciso, che nulla possa davvero cambiare, che la politica non sia più uno spazio pubblico ma soltanto un mercato dove il consenso si compra, si promette, si manipola.
Ed è lì, molto prima delle sentenze e delle inchieste, che una democrazia comincia davvero a perdere se stessa.

