Sul tema del fine vita abbiamo sentito l’ex capogruppo del Pd in consiglio regionale, Mimmo Bevacqua. Un tema molto sentito sul quale si torna a parlare anche nella nostra regione.

Nei giorni scorsi il presidente Occhiuto ha rilanciato il tema del fine vita. Ieri lo ha fatto anche la sua segretaria di partito, dopo la scelta della maggioranza di non portare in Aula il testo per la sua approvazione. Qual è la sua valutazione?

Mi permetta innanzitutto una battuta rivolta al presidente Occhiuto: forse dovrebbe confrontarsi di più con la sua maggioranza prima di lanciare proposte che rischiano di rimanere lettera morta.

Detto questo, considero positivo che esponenti politici appartenenti a schieramenti diversi richiamino l’attenzione su un tema così delicato. Significa che il Paese sta maturando la consapevolezza che non è più possibile rinviare una risposta. Il fine vita riguarda la dignità della persona, la libertà di scelta e il rispetto della sofferenza umana. È una questione che richiede equilibrio, sensibilità e responsabilità istituzionale, lontano dalle contrapposizioni ideologiche e dalle convenienze di parte. Su temi che toccano i diritti fondamentali della persona, la politica dovrebbe avere la capacità di confrontarsi con serietà, senza trasformare il dibattito in uno strumento di propaganda.

Lei sostiene che la Calabria avrebbe potuto essere già avanti su questo terreno. Perché?

Perché nella scorsa legislatura era stata depositata una proposta di legge regionale, la n. 77, di cui ero primo firmatario, finalizzata a regolamentare l’applicazione del fine vita nel rispetto del quadro normativo vigente e degli orientamenti della giurisprudenza costituzionale.

Quella proposta, purtroppo, non arrivò mai in Aula perché fu bloccata dalla maggioranza dell’epoca. Oggi, alla luce del dibattito che si è riaperto a livello nazionale e delle sollecitazioni provenienti dalla società civile, auspico che possano finalmente maturare le condizioni politiche per affrontare con serietà una grande questione di civiltà giuridica e democratica.

Se la Regione Calabria dovesse intervenire oggi, quale sarebbe il significato politico di questa scelta?

Mi auguro, innanzitutto, che lo faccia, magari riprendendo come testo base quello da noi presentato e mai discusso.

Sarebbe un segnale molto importante. Significherebbe garantire ai cittadini calabresi un diritto già riconosciuto dalla giurisprudenza costituzionale, offrendo regole certe, procedure chiare e uguali per tutti.

La Calabria potrebbe diventare una delle prime regioni a dotarsi di una disciplina organica sul tema, svolgendo un ruolo di apripista rispetto a un intervento legislativo nazionale che continua a tardare. Sarebbe inoltre l’occasione per il presidente Occhiuto di dimostrare concretamente quella capacità innovatrice che rivendica nei suoi interventi pubblici, traducendola in una scelta coraggiosa e coerente. Quando il Parlamento non riesce a colmare tempestivamente un vuoto normativo, le Regioni possono contribuire, nell’ambito delle proprie competenze, a garantire certezza dei diritti e uniformità di trattamento ai cittadini.

Lei è un cattolico dichiarato. Molti si chiedono come possa sostenere una legge sul fine vita. Cosa risponde?

Rispondo che non vedo alcuna contraddizione.

Le mie convinzioni religiose appartengono alla mia sfera personale e orientano le mie scelte individuali. Ma le istituzioni hanno il dovere di garantire diritti a tutti i cittadini, non soltanto a chi condivide una determinata visione etica o religiosa.

Una legge sul fine vita non impone nulla a nessuno: non obbliga a compiere una scelta, ma riconosce la libertà di chi, in condizioni estreme e irreversibili, ritiene di volerla compiere. Credo che la laicità delle istituzioni consista proprio in questo: rispettare tutte le coscienze e garantire a ciascuno la possibilità di decidere secondo i propri valori, la propria sensibilità e la propria idea di dignità.

Da cattolico, ritengo che la testimonianza delle proprie convinzioni passi attraverso la persuasione e l’esempio, non attraverso l’imposizione legislativa di una scelta morale. Per questo considero compatibile il rispetto delle mie convinzioni personali con il riconoscimento della libertà di scelta degli altri, all’interno di un quadro normativo rigoroso e garantista.