Il centro destra frana? Ipotesi possibile che accada in uno dei prossimi passaggi parlamentari di particolare importanza. Ma il centro sinistra sarebbe pronto al voto anticipato?

Tutti sanno che l’alternativa al centrodestra non può nascere dalla semplice somma dei partiti. Se così fosse, la partita è già persa. Per battere Giorgia Meloni alle prossime elezioni serviranno un progetto credibile e un’agenda condivisa. Ma prima di tutto è assolutamente necessaria una leadership forte, autorevole, capace di tenere insieme anime politiche molto diverse. È questo il nodo che attraversa oggi il centrosinistra e che torna al centro del dibattito politico. Ma la soluzione non sembra vicina.

Il “campo largo” è sempre più inquieto, nonostante i sondaggi sembrano positivi: chi sarà il federatore? C’è un nuovo Prodi? Chi può svolgere il ruolo che, negli anni Novanta e nei primi Duemila, fu proprio di Romano Prodi, che per ben due volte ha battuto Berlusconi.

Serve certamente il candidato alla Presidenza del Consiglio, ma serve prima di tutto una figura riconosciuta da tutte le componenti della coalizione, capace di tenere insieme Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, l’area riformista, i cattolici democratici e il mondo civico. Un federatore, più che un semplice leader.

Negli ultimi mesi Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno intensificato il dialogo politico, promuovendo iniziative comuni e lavorando alla definizione di alcuni punti programmatici condivisi. Restano però profonde differenze su temi cruciali come politica estera, difesa europea, energia, giustizia, rapporti con il mondo delle imprese e riforme istituzionali. A queste si aggiungono le difficoltà nei rapporti con le forze centriste, Matteo Renzi e soprattutto Carlo Calenda, indispensabili in molti collegi uninominali.

Per questo, accanto alla costruzione del programma, cresce il confronto su una personalità che possa rappresentare un punto di equilibrio.

Tra i nomi che circolano con maggiore insistenza c’è quello di Paolo Gentiloni, già presidente del Consiglio e commissario europeo, considerato uno dei profili più autorevoli sul piano istituzionale e internazionale.

Accanto a lui viene spesso indicato Enrico Letta, che conserva un forte prestigio europeo e politico, ma dopo il fallimento del suo governo, ad opera di Renzi, e dopo l’infelice esperienza alla guida del PD, le sue quotazioni sono decisamente al ribasso. E comunque Letta più volte ha ribadito la volontà di dedicarsi all’attività accademica.

Naturalmente continua a essere evocato Romano Prodi, quale padre di un nuovo Ulivo, il modello di riferimento ogni volta che nel centrosinistra si parla di unità. Lo stesso Prodi, però, ha escluso un ritorno diretto sulla scena politica, anche perché l’età avanza, pur continuando a intervenire nel dibattito sulla costruzione della coalizione. Ma nemmeno lui finora ha saputo o voluto indicare una figura di federatore.

Ma qualche nome comunque comincia a trapelare per vie traverse.

Tra questi c’è Beppe Sala, sindaco di Milano, considerato da molti esponenti dell’area riformista una figura capace di dialogare con il mondo moderato, con le imprese, con il civismo e con l’elettorato progressista. Il suo nome viene periodicamente indicato come possibile punto di sintesi tra le diverse anime del centrosinistra.

Guadagna attenzione anche Silvia Salis, sindaca di Genova. La sua recente affermazione elettorale alla guida di una coalizione ampia e plurale viene letta da molti osservatori come la dimostrazione che un centrosinistra unito può ancora vincere. Pur avendo escluso un immediato impegno nazionale, il suo profilo viene ormai considerato tra quelli da seguire. Pesa negativamente la sua scarsa esperienza, ma non è detto che questo non possa alla trasformarsi in un vantaggio.

C’è poi una candidatura ideale che arriva dalla società civile. È quella di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio ed ex ministro, da sempre impegnato sui temi del dialogo, della pace e della solidarietà internazionale. Il suo prestigio, la sua autonomia dai partiti e la capacità di parlare a mondi diversi lo rendono, secondo alcuni analisti, una possibile figura di garanzia, soprattutto in una fase nella quale il centrosinistra fatica a trovare un equilibrio tra leadership e identità.

Resta sullo sfondo anche il nome dei nomi, il sogno segreto di tutti gli esponenti politici del campo largo. È il nome che gode di una forte stima internazionale: è quello di Mario Draghi, evocato periodicamente da una parte dell’area riformista e moderata, anche se non esistono elementi concreti che facciano pensare a un suo ritorno nella competizione politica.

Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto i nomi.

La vera sfida consiste nel costruire un’agenda comune. Lavoro, sanità pubblica, salari, transizione ecologica, politica industriale, giovani, scuola, sicurezza, Mezzogiorno, innovazione e ruolo dell’Italia in Europa sono i temi sui quali la futura coalizione dovrà dimostrare di avere una proposta credibile e condivisa.

La storia insegna che le coalizioni vincenti non nascono dalla semplice aritmetica elettorale. Nascono quando esiste una visione politica, un progetto riconoscibile e una leadership capace di tenere insieme culture diverse.

Il tempo, però, non è infinito. Più si avvicina la scadenza elettorale, più diventa evidente che senza un federatore e senza un progetto condiviso il campo largo rischia di restare un cantiere aperto. E il centrodestra potrebbe presentarsi ancora una volta con un vantaggio difficilmente colmabile.