C’è una Calabria sospesa nella stratosfera della propaganda, dove i treni viaggiano in orario sul metaverso, il turismo decolla sui rendering di Instagram e il futuro è così luminoso da richiedere gli occhiali da sole. E poi c’è la Calabria geopolitica, quella millenaria e sfortunata che poggia i piedi sul fango, dove la gente continua a fare i bagagli per non morire di fame e la terra frana al primo acquazzone. Il dramma non è la coesistenza di questi due mondi, ma il fatto che la Giunta guidata da Roberto Occhiuto abbia deciso di abitare stabilmente nel primo, fatturando il costo del soggiorno ai residenti del secondo.

L’attività di questo governo regionale si è specializzata in una branca d’eccellenza: l’illusione ottica. Una macchina del fumo alimentata a fondi pubblici, programmata per offuscare la vista e nascondere le grandi emergenze strutturali che questa terra si trascina dietro, intatte o aggravate, da anni.

La grande fuga e le culle vuote

Prendiamo lo spopolamento, un’emorragia demografica su cui la stampa indipendente picchia da anni senza ricevere in cambio nemmeno l’eco di una risposta. I dati Istat e Svimez sono un bollettino di guerra: la Calabria perde migliaia di residenti all’anno, con un saldo migratorio interno che vede partire soprattutto i giovani qualificati. Interi borghi dell’entroterra sono ormai ridotti a simulacri per turisti nostalgici. Di fronte a questo deserto umano, qual è la contromisura della Regione? Il silenzio. Non un piano strategico di incentivi all’occupazione giovanile, non una riforma dei servizi sanitari interni per trattenere le famiglie. Niente. Parlare di spopolamento significherebbe ammettere che il “meraviglioso modello Calabria” non è attrattivo nemmeno per chi ci è nato.

L’oro dei poveri (e le tasche vuote)

Mentre la presidenza si autoelogia per i presunti successi macroeconomici, Eurostat certifica regolarmente la Calabria tra le regioni a più alto rischio di povertà ed esclusione sociale d’Europa, con tassi che sfiorano il 40%. La disoccupazione giovanile rimane una piaga purulenta, e il costo della vita – gonfiato dall’inflazione e dalla carenza cronica di infrastrutture logistiche – morde le tasche di chi è rimasto. Ma nei corridoi di Catanzaro la povertà è considerata una caduta di stile, un dettaglio di cattivo gusto da non inserire nelle slide patinate. Anche sul turismo, sbandierato come il petrolio calabrese con campagne promozionali milionarie (spesso finite al centro di ironie nazionali per costi e risultati), i nodi vengono al pettine: l’assenza di una programmazione dei trasporti interni e la precarietà dei contratti stagionali riducono il tutto a una fiammata di venti giorni ad agosto. Il resto è propaganda.

Il fango e le scuse preventive

Poi c’è il capitolo natura, che non legge i comunicati stampa della Regione. I mutamenti climatici non sono un’ipotesi accademica: le ultime stagioni hanno dimostrato che il territorio calabrese è un malato terminale di dissesto idrogeologico. Eppure, a fronte di fondi comunitari che dovrebbero essere blindati e spesi fino all’ultimo centesimo per la messa in sicurezza dei versanti e dei corsi d’acqua, i cantieri languono e gli investimenti reali arretrano. Si preferisce la politica del “speriamo che non piova”, salvo poi invocare lo stato di calamità naturale e versare lacrime di ordinanza quando il fango travolge strade e case.

Il grande tabù

Ma il vero capolavoro di questa stagione politica risiede nella drastica epurazione del vocabolario istituzionale. C’è una parola di dieci lettere che la Giunta regionale sembra aver rimosso dai propri radar: ’ndrangheta. In anni di governo, le dichiarazioni ufficiali, i piani d’azione o le prese di posizione nette contro la criminalità organizzata da parte del vertice regionale si contano sulle dita di una mano monca.

Mentre le inchieste della Procura di Catanzaro e l’allucinante normalità criminale che stringe la provincia di Vibo Valentia ci ricordano che le cosche controllano il respiro dell’economia, dagli appalti alla sanità, la politica regionale si comporta come se il problema appartenesse a un altro Stato. Parlare di lotta alla mafia disturba la narrazione del “brand Calabria” che si vuole vendere agli investitori. Denunciare l’oppressione mafiosa guasta l’estetica del governatore-manager.

La strategia è chiara: se non lo nomini, il mostro non esiste. Peccato che la ’ndrangheta ringrazi del silenzio e continui a fare affari. Ai calabresi, intanto, non resta che godersi lo spettacolo pirotecnico della propaganda. Almeno finché non si diraderà il fumo e si accorgeranno che, dietro le quinte, la Calabria è stata lasciata sola a ballare sul baratro.