L’Italia è il Paese del merito. Perché il merito esiste, eccome. Basta avere il cognome giusto. Poi mogli, figli, amanti, parenti stretti trovano posto ovunque. La parola chiave è una sola: amichettismo. Se il cognome è, ad esempio, La Russa, non è un dettaglio anagrafico: è un titolo preferenziale. Un merito.

Così Geronimo La Russa, 45 anni, si è guadagnato – per merito, naturalmente – tutti gli incarichi e le poltrone che ha collezionato con disarmante facilità, come fossero punti fedeltà. Lo troviamo ovunque: Formula 1 a Monza, Piccolo Teatro, metro M4 di Milano, ACI, calcio, stadi, grandi opere. Altro che curriculum: è la versione istituzionale dell’album delle figurine, quasi completo in ogni settore.

Tutto viene spiegato con una parola magica: merito. Un merito così potente da attraversare senza sforzo: motori, palcoscenici, infrastrutture e consigli di amministrazione. Un merito che funziona benissimo se hai il nome giusto e un potente in famiglia, ma molto meno se bussi senza pedigree, senza l’amichetto giusto al posto giusto.

Il governo appena si é insediato ha giurato: “basta amichettismo”, anche per marcare una presunta distanza dai governi precedenti. Ma il figlio della seconda carica dello Stato, ci spiegano, non poteva e non doveva pagare il fatto di essere figlio di un potente della Repubblica. Non è parentopoli, dicono: è una coincidenza seriale. Solo una coincidenza. Per carità: tutto legittimo, tutto normale, tutto ripetuto. Ha vinto il merito.

Ai giovani, intanto, si predica lo studio, il sacrificio, l’attesa. Aspettare, aspettare, aspettare. Poi scoprono che il vero talento richiesto è uno solo: nascere bene. Nella famiglia giusta.

E così l’Italia continua a proclamare la rivoluzione del merito mentre pratica l’antica arte dell’amichettismo. Ha cambiato slogan, colore, modello. Ma non il copione. Quello è sempre lo stesso.
E non cambia mai.