La maggioranza fa i conti sul 42 per cento, Salvini sbarra la strada al ballottaggio, Forza Italia guarda al centro e Meloni chiude a chi non sostiene l’Ucraina. Ma Roberto Zaccaria, costituzionalista ed ex presidente della Rai, mette sul tavolo la variabile che nessuna simulazione può controllare: Sergio Mattarella
Tutti gli articoli di Politica
PHOTO
Fanno calcoli, sommano percentuali, costruiscono alleanze, misurano quanto vale Roberto Vannacci e quanto potrebbe valere un allargamento al centro, discutono del 42 per cento necessario per conquistare il premio di governabilità e ragionano sul momento migliore per tornare alle urne, ma nel grande risiko del Melonellum c’è una variabile che nessun vertice di maggioranza può controllare: il Quirinale. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia, può preparare le elezioni, costruire la legge con cui provare a vincerle, scegliere gli alleati e persino decidere che la propria esperienza di governo sia finita, ma non può trasformare automaticamente una crisi in elezioni anticipate.
A mettere Sergio Mattarella, presidente della Repubblica, al centro della partita è Roberto Zaccaria, costituzionalista ed ex presidente della Rai e tra i promotori della rete dei costituzionalisti contrari alla riforma, secondo il quale il Capo dello Stato non sarebbe disposto ad assecondare uno scioglimento anticipato voluto dalla premier. Zaccaria arriva a dire di darlo «per certo». Ma attenzione: Mattarella non lo ha detto e il Quirinale non ha annunciato alcun veto. È una previsione di Zaccaria, non una posizione del Colle. La domanda politica che apre, però, è enorme: se Palazzo Chigi provocasse una crisi per andare al voto, chi avrebbe davvero l’ultima parola?
Quel 42 per cento che cambia tutto
Il nuovo sistema prevede un premio di 70 deputati e 35 senatori alla lista o alla coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere, ed è quella soglia ad aver trasformato la riforma in una partita sulle alleanze. Il primo avvertimento a Meloni è arrivato da Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e leader della Lega, contrario al ballottaggio e favorevole a un solo turno: il secondo turno è stato poi accantonato. Secondo un retroscena rilanciato anche da LaC News24, Salvini sarebbe arrivato a minacciare il ritiro della fiducia se fosse passato il ballottaggio: la telefonata non è stata confermata e resta quindi un retroscena.
Anche sulle preferenze Meloni ha scelto il compromesso: capilista bloccato e possibilità di esprimere preferenze sugli altri candidati. Prima Salvini sul ballottaggio, poi le preferenze: la premier deve fare i conti con gli alleati prima ancora di poter fare quelli con gli elettori. Il testo, va ricordato, è ancora nel suo iter parlamentare: il voto finale del Senato è previsto per il 15 settembre, prima del ritorno alla Camera.
Vannacci a destra, Forza Italia guarda al centro
Sull’Ucraina Meloni ha tracciato invece una linea rossa, spiegando di non essere disponibile a cambiare ciò in cui crede per calcolo politico o elettorale e di non volersi alleare con chi vota contro il sostegno alla difesa di Kyiv. Una posizione destinata a pesare sul rapporto con Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, molto distante dalla premier sulla guerra e sulla strategia europea.
Il paradosso è evidente: il Melonellum rende prezioso ogni voto necessario per raggiungere il 42 per cento proprio mentre Meloni rischia di rendere politicamente inutilizzabili quelli finiti a Vannacci. E mentre la premier restringe il campo alla propria destra, Forza Italia guarda al centro, dove rimane la disponibilità già manifestata dal portavoce azzurro Raffaele Nevi ad aggregare anche Azione di Carlo Calenda, se ci fossero le condizioni. Non c’è alcun accordo FI-Azione e soprattutto non è un’apertura di queste ore: Nevi la formulò già nel dicembre 2025. Ma con il 42 per cento diventato il numero attorno al quale ruota tutto, quella disponibilità acquista oggi un altro peso.
Fanno i calcoli senza il Quirinale
Ed è qui che i conti rischiano di saltare, perché possono misurare Vannacci, guardare a Calenda, sommare percentuali e scegliere il momento migliore per votare, ma fanno i calcoli senza il Quirinale. L’articolo 88 della Costituzione stabilisce che il presidente della Repubblica può, sentiti i presidenti delle Camere, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Una crisi di governo, dunque, non significa automaticamente elezioni: il Capo dello Stato può verificare se il Parlamento sia ancora in grado di esprimere una maggioranza, come dimostra anche la prassi costituzionale delle crisi della Repubblica. Nel 2008, per esempio, Giorgio Napolitano spiegò di essere arrivato allo scioglimento soltanto dopo aver accertato l’impossibilità di dar vita a una maggioranza alternativa.
È questo che rende politicamente esplosiva la previsione di Zaccaria: se Meloni aprisse una crisi confidando nelle elezioni anticipate e Mattarella verificasse invece una soluzione alternativa, cambierebbe tutto. Sullo sfondo rimangono inoltre le contestazioni dei costituzionalisti contrari al Melonellum e il precedente del Porcellum: non significa che la nuova legge sia incostituzionale, ma aggiunge un altro elemento di incertezza alla corsa verso le urne.
Se Mattarella dicesse no, c’è un nome che fa paura: Draghi
Che cosa accadrebbe se Meloni aprisse una crisi per andare al voto e Mattarella ritenesse invece necessario verificare prima un’altra maggioranza? Si aprirebbero le consultazioni e potrebbe riaffacciarsi lo scenario più indigesto per una parte del centrodestra: un governo di scopo, istituzionale o tecnico sostenuto dall’attuale Parlamento.
Ed è qui che basta pronunciare un nome per cambiare il clima: Mario Draghi, ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Banca centrale europea. Non esiste alcun piano Mattarella-Draghi, non risulta una disponibilità dell’ex premier e non c’è una maggioranza pronta a sostenerlo: il Draghi bis è una nostra ipotesi politica, non una notizia. Ma è uno di quei nomi che, se entrassero realmente nella partita, cambierebbero immediatamente il tono della discussione.
Perché quando si fa il nome di Draghi tutti, metaforicamente, devono abbassare la cresta: non perché l’ex premier abbia poteri speciali, ma perché il precedente a Palazzo Chigi, la Bce, il peso europeo e la credibilità internazionale costringerebbero i partiti a passare dalle dichiarazioni ai fatti. Salvini dovrebbe dire cosa farebbe la Lega, Forza Italia dovrebbe decidere se chiudere la porta a un uomo con cui ha già governato, le opposizioni dovrebbero scoprire le carte e deputati e senatori sarebbero chiamati a scegliere se interrompere la legislatura senza avere alcuna certezza di tornare in Parlamento.
Con Draghi sul tavolo finirebbe il tempo delle minacce e comincerebbe quello dei voti e delle responsabilità parlamentari. E il problema non sarebbe più il 42 per cento delle prossime elezioni, ma i numeri dell’attuale Parlamento.
L’ultima chiave è al Quirinale
Questo è il cortocircuito: Meloni può costruire la legge con cui provare a vincere, scegliere gli alleati, fare i conti sul 42 per cento e persino decidere che il suo governo sia arrivato alla fine, ma non può decidere da sola che una crisi debba concludersi con elezioni anticipate.
Magari non sarà Draghi, magari non nascerà alcun governo tecnico e magari si andrà comunque alle urne. Ma è proprio questa la variabile che manca nei calcoli della maggioranza.
Fanno i calcoli senza il Quirinale. E la chiave per aprire anticipatamente le urne non è a Palazzo Chigi.



