Mentre a Bari Giorgia Meloni festeggia il primato del governo più longevo della storia repubblicana, a meno di cento chilometri di distanza, a Taranto, 28 aziende dell’indotto dell’ex Ilva comunicano ai sindacati l’avvio delle procedure di licenziamento collettivo per circa 2.500 lavoratori. Due immagini della stessa giornata, separate da poco più di un’ora di strada e da una frattura politica e sociale molto più profonda: da una parte le luminarie, il palco e la celebrazione della stabilità; dall’altra le comunicazioni indirizzate alle organizzazioni sindacali, il futuro sospeso di migliaia di famiglie e il rischio che la crisi del più grande polo siderurgico italiano si trasformi definitivamente in una bomba occupazionale.

La notizia è stata comunicata dall’Aigi, l’associazione che rappresenta le imprese dell’indotto e dell’appalto dell’ex Ilva. Non si tratta, è bene precisarlo, di 2.500 licenziamenti già diventati tutti effettivi nella giornata di oggi, ma dell’avvio formale delle procedure collettive: il primo passaggio di un percorso che, in assenza di soluzioni industriali, ammortizzatori sociali o interventi del Governo, può condurre alla perdita dei posti di lavoro.

Le comunicazioni arrivano da 28 imprese e coinvolgono maestranze che per anni hanno garantito manutenzioni, servizi e attività essenziali all’interno dello stabilimento. «Si tratta di un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso», afferma il presidente dell’Aigi Nicola Convertino nella lettera trasmessa alle organizzazioni sindacali, sottolineando che licenziare significa per le aziende privarsi del proprio patrimonio più prezioso: un capitale umano costruito attraverso anni di formazione, investimenti e sacrifici.

Alla base della decisione c’è la prospettiva della chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, disposta dalla Corte d’Appello di Milano entro la fine di ottobre. Senza altiforni, acciaierie e cokerie, una parte consistente delle attività affidate alle imprese esterne verrebbe meno e molte aziende sostengono di non avere più commesse né certezze sufficienti per mantenere gli attuali livelli occupazionali. L’Aigi parla di una conseguenza «inevitabile» della scadenza fissata per lo stop e della mancanza, allo stato attuale, di una concreta prospettiva di riavvio.

Il paradosso è che tutto accade nel giorno scelto da Fratelli d’Italia per celebrare a Bari i 1.413 giorni dell’esecutivo Meloni, uno in più del secondo governo Berlusconi. Lo slogan della manifestazione è «Il Governo più stabile, l’Italia più forte». La presidente del Consiglio rivendica la stabilità come condizione per programmare, decidere e mantenere gli impegni, oltre ai risultati ottenuti sull’occupazione e sul sostegno alle imprese. Ma proprio dalla Puglia arriva una fotografia che rende meno lineare il racconto del Paese: mentre il governo mette il lavoro al centro dei risultati della legislatura, 2.500 addetti dell’indotto siderurgico vedono aprirsi davanti a loro la strada del licenziamento.

La Fiom si è rivolta direttamente alla premier, osservando che il governo più longevo non è riuscito a evitare il disastro sociale e ambientale che minaccia Taranto. Il sindacato contesta l’assenza di risorse e decisioni adeguate per accompagnare la decarbonizzazione dello stabilimento dopo la gestione di ArcelorMittal e chiede che l’esecutivo assuma direttamente la responsabilità della vertenza. Per le organizzazioni dei lavoratori non è sufficiente attendere le decisioni dei tribunali: serve un piano industriale credibile che tenga insieme produzione, risanamento ambientale e salvaguardia dell’occupazione, compresi i dipendenti delle imprese esterne, spesso l’anello più fragile della catena.

Le prossime giornate saranno decisive. L’8 settembre è previsto alle 17.30 un confronto a Palazzo Chigi tra Governo e sindacati; il 9 settembre sarà invece discussa la richiesta di sospensione del provvedimento che impone la fermata dell’area a caldo. Da questi due appuntamenti potrebbe dipendere non soltanto il destino dello stabilimento, ma anche l’effettiva prosecuzione delle procedure annunciate dalle 28 aziende.

Il tempo a disposizione, tuttavia, è ancora più ristretto. Acciaierie d’Italia ha indicato nel 16 settembre la data tecnica oltre la quale il processo di raffreddamento naturale dell’altoforno 1 e dei relativi impianti diventerebbe irreversibile, rendendo impossibile una ripartenza senza danni strutturali. La decisione sulla sospensiva arriverà dunque a pochi giorni da una scadenza che potrebbe segnare definitivamente il futuro dell’area a caldo.

Il caso dell’ex Ilva accompagna da anni governi di ogni colore, consumando decreti, risorse pubbliche, piani industriali e promesse di rilancio. Oggi, però, il tempo delle soluzioni rinviate sembra essersi esaurito. La fabbrica che per oltre sessant’anni ha attraversato crisi economiche, cambi di proprietà, sequestri, commissariamenti e scontri politici rischia di spegnersi senza che sia già operativo un vero progetto alternativo e senza che siano state create nuove occasioni di lavoro capaci di assorbire le persone coinvolte.

La durata di un governo è certamente un risultato politico, soprattutto in un Paese segnato dall’instabilità. Ma la stabilità acquista valore soltanto quando produce decisioni e offre risposte nei momenti più difficili. Nel giorno della festa di Bari, le comunicazioni partite dalle 28 aziende dell’indotto pongono quindi una domanda molto concreta: a cosa serve il governo più longevo della Repubblica se migliaia di lavoratori rischiano di perdere il posto mentre la politica continua a discutere del futuro della fabbrica?