La crisi delle categorie tradizionali, il futuro della democrazia e la necessità di ridisegnare il perimetro della politica italiana ed europea
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L’ultimo editoriale del direttore Franco Laratta ha posto una domanda che dovremmo tenere bene a mente: dopo l’ennesima tornata di cortei, clacson e bandiere al vento, «cosa c’è davvero da festeggiare?». E questo lo dicono anche molti sindaci al secondo mandato, dopo aver provato sulla propria pelle cosa significhi oggi governare in Calabria un piccolo comune o un centro urbanizzato. La sua risposta è netta e condivisibile, la Calabria non ha bisogno di vincitori ma di buoni amministratori, meno spettacolo e più responsabilità, meno propaganda e più fatti. La sua lettura ha acceso una lampadina, non so quale scintilla sia scattata, ma vorrei raccogliere quella domanda e portarla un passo più in là: dal come si governa al perché continuiamo a produrre una classe politica così.
Perché la politica-tifoseria che il direttore descrive non è un difetto caratteriale di questa o quella classe dirigente: è il sintomo di categorie ormai vuote. Il grande Gaber quando si chiedeva “Che cos’è la destra? Cos’è la sinistra?” canzone uscita nel ’94, aveva forse (ancora una volta) visto quello che noi ancora stentiamo a capire. Cioè che destra e sinistra non dicono più nulla sul mondo, l’unico contenuto che resta è l’ego, al massimo la squadra e la vittoria diventa l’unico evento degno di fuochi d’artificio. Si festeggia il risultato perché il risultato è l’unica cosa rimasta, l’unica cosa che conta, più della visione politica, più di un’idea e della responsabilità. Togliete il tifo e non resta il progetto: resta il vuoto.
Ed è da questo vuoto che bisogna ripartire. Non dalla legge elettorale fardello pesantissimo e scritto malissimo; e nemmeno dalla prossima versione di legge pro domo propria, ma dal ridisegnare il perimetro stesso della politica attorno alla sola frattura che oggi conta davvero.
Perché la faglia che divide la politica non corre più lungo l’asse che ci hanno insegnato per secoli. Corre altrove e attraversa, come spesso vediamo, entrambi gli schieramenti. Da una parte c’è chi sceglie la democrazia liberale e il perimetro europeo come orizzonte non negoziabile; dall’altra chi, con accenti e travestimenti diversi, pratica o insegue un modello autocratico e nazionalista. Questa linea non separa il centrodestra dal centrosinistra: li spacca dall’interno, ogni giorno e ci porta all’immobilismo di cui siamo vittima da decenni. Dentro quella che chiamiamo destra convivono europeisti convinti e sovranisti dichiarati; dentro quella che chiamiamo sinistra convivono liberali riformisti e identitari che del «popolo contro le élite» hanno fatto una liturgia, c’è chi comprende il dramma ucraino e chi pensa solo ad abbeverarsi al gas russo, senza capire che quel gas è un cappio stretto al collo. La frattura è profonda e trasversale. E finché fingiamo di non vederla, continueremo a costruire maggioranze e opposizioni che sono, in realtà, coalizioni di persone che non condividono la scelta di fondo. Al massimo condividono i pochi istanti di festa alla luce dei primi risultati elettorali alla chiusura delle urne. Dopo, ognuno per la sua strada, l’un contro l’altro armati.
Da qui nasce buona parte della disfunzione parlamentare che lamentiamo ogni giorno. Non è soltanto questione di regolamenti o di aule ingovernabili: è che dentro gli stessi schieramenti coabitano visioni del mondo incompatibili. Ecco perché tornare a discutere di legge elettorale come si sta facendo in questi giorni significa curare il sintomo ignorando la malattia. Il problema non è come si contano i voti: è che il perimetro stesso della politica è disegnato su una geografia che non esiste più. Serve, finalmente e sul serio, quella seconda Repubblica post-berlusconiana che evochiamo da trent’anni senza mai realizzare. Quella che vittime o figli del Berlusconismo, abbiamo fatto finta di non vedere per trent’anni.
Ed è qui che va nominata l’eredità di Berlusconi per quello che è: non tanto un programma, quanto un cortocircuito. Un sistema di posizionamenti in cui i contenuti hanno smesso di corrispondere alle appartenenze. Marco Travaglio ne è forse l’esempio più limpido: idee che, nella sostanza, appartengono a una cultura di destra: ordine, giustizialismo, sovranità, diffidenza verso le istituzioni sovranazionali; vissute e vendute come bandiera identitaria di una certa sinistra che dovrebbe essere quella più radicale. E lui quel posizionamento lo usa con piena consapevolezza, perché sa che nel mercato dell’appartenenza conta più l’etichetta del prodotto. Speculare è il fenomeno inverso: a destra, dentro Forza Italia in primis, ci sono personalità che rilanciano temi liberali e persino socialisti che dovrebbero essere patrimonio della sinistra. E persino Giorgia Meloni oggi sembra più europeista di Conte e Fratoianni. Lo si è visto in Parlamento, quando la premier ha bollato i vannacciani come «stampella del centrosinistra» e Vannacci le ha rimproverato di votare in Europa «come Pd, M5s e Avs»: le etichette si capovolgono in diretta. Ognuno gioca su una casella che non è la sua, e l’elettore non ha più modo di orientarsi. È questa la vera radice della politica-spettacolo: senza contenuti riconoscibili, resta solo la bandiera da sventolare al corteo.
C’è poi un nodo che l’Italia, proprio oggi che ha la destra al governo, avrebbe la forza e la responsabilità di sciogliere. Il fascismo non è stato un movimento politico chiuso in un capitolo di storia: è stato, ed è, un metodo. Un modo autocratico e violento di fare politica, nel linguaggio, nella costruzione del nemico, nell’insofferenza verso il dissenso, nel culto dell’uomo forte. Come metodo non appartiene a una sola parte: alberga, nei termini e nei modi, in diverse forze parlamentari, in modo trasversale. Alberga in tutti coloro per cui conta solo vincere e fare quello che “la maggioranza” ha battezzato, senza freni, senza vincoli, senza bilanciamento dei poteri. E il Sud questo metodo lo conosce da sempre: la malapolitica e i poteri criminali di cui il direttore lamenta la persistenza sono la versione locale della stessa cosa: sovranità concorrenti che occupano lo spazio lasciato vuoto da una democrazia che ha smesso di esistere e rappresentare. Riconoscerlo non è un atto d’accusa contro qualcuno: è igiene democratica, e spetterebbe prima di tutti a chi governa permettersi di farlo senza sospetto di calcolo.
È in questo modello culturale, che ci ostiniamo ad ignorare e non voler riconoscere, che è cresciuta la fortuna politica del generalissimo Roberto Vannacci e del suo Futuro Nazionale, oggi non più un’etichetta ma un partito che dal febbraio 2026 pesca voti e deputati dentro la stessa maggioranza di governo. Con un paradosso che dovrebbe far riflettere: a consacrarlo alle cronache è stata l’attenzione di un grande media, un giornale di sinistra come Repubblica, che indignandosi lo ha reso protagonista. Più lo si combatteva sul terreno dei valori, più lo si legittimava come simbolo per un certo mondo in cerca di condottiero, rimasto orfano della “sorella d’Italia”. La logica dello scandalo amplificato ha funzionato da trampolino: un errore che una politica e una società consapevole della vera frattura non avrebbe commesso.
E, infine, il tema che si continua a girare intorno senza mai affrontarlo: il finanziamento dei partiti. Inutile discutere di riforme senza guardarlo in faccia per quello che è e per quello che può rappresentare come rischio per la tenuta democratica del Paese. Oggi, più che in passato, pezzi della politica italiana ed europea sono di fatto in vendita a potenze straniere che hanno fatto della propaganda e del soft power, spesso non così soft, la leva per erodere e indebolire le democrazie del continente, ce lo dice la ricerca V-Dem 2026, sono più gli stati che vanno nella direzione autocratica, di quelli che migliorano gli indici democratici e partecipativi. E tra i nuovi Paesi in autocratizzazione del 2025 quel rapporto cita, accanto agli Stati Uniti e al Regno Unito, anche l’Italia. Per alcuni attori la Russia in modo ormai conclamato, la Cina attraverso il soft power, il movimento MAGA statunitense sul piano della retorica anti-europea la rotta è la stessa: destabilizzare la coesione sociale, riportare in auge modelli nazionalisti di appartenenza che ci trascinano indietro nel tempo, indebolire l’Europa perché tutti, meno che noi, hanno capito che un’Europa veramente unita sarebbe un player internazionale incontrollabile, autorevole e, dunque, pericoloso per le potenze egemoni. E funziona. Nel vuoto valoriale in cui viviamo, quel racconto conquista i giovani, soprattutto i più acculturati e i più scontenti, perché offre un’identità netta, contro un’Europa che appare immobile, burocratica e priva di coraggio.
Qui il discorso torna a casa. I giovani che il direttore vede partire dalla Calabria non svaniscono: portano altrove il loro talento e, spesso, una delusione che la politica del risentimento è prontissima a raccogliere. Il nazionalismo non vince perché abbia ragione, ma perché è l’unico a promettere un’appartenenza a chi non la trova più altrove, e la trova ancora meno in una periferia a cui la promessa europea è arrivata quasi sempre come annuncio, e quasi mai come connessione, energia, lavoro. È anche una questione di comunicazione, come giustamente ricorda Laratta: l’autorevolezza non nasce da un reel. Ma la stessa logica di spettacolo, su scala continentale, è esattamente la porta da cui entra l’influenza straniera. Chi vive di comunicazione e analisi geopolitica lo sa bene: il vuoto non resta mai vuoto a lungo. Qualcuno, prima o poi, lo riempie.
È questa la posta in gioco. Non la prossima legge elettorale, non l’ennesimo rimpasto, non chi taglia per primo il traguardo. La domanda vera è se avremo il coraggio di ridisegnare il perimetro della politica attorno alla frattura che davvero ci divide: democrazia europea contro autocrazia nazionalista. Nominare questa faglia e costringere ogni forza a dichiarare da che parte sta, al di là delle vecchie casacche è l’unico modo per dare all’Italia, e alla Calabria, una politica adeguata al nostro tempo. Una politica che ci faccia capire con chiarezza se saremo una comunità inclusiva, oppure, se saremo sempre più soli, come i nostri anziani abbandonati (e arrabbiati) in palazzi fatiscenti e centri storici di barriere architettoniche che li rendono “inabili”. Il direttore ha ragione: servono meno cortei e più responsabilità. Ma la responsabilità più alta non è amministrare bene dentro un perimetro sbagliato: è avere il coraggio di ridisegnarlo, di costruire una nuova proposta politica per il Paese, che dia un segnale a tutta l’Europa. Perché, per citare quell’Aldo Moro che Laratta ci ricorda, «questo è il tempo che ci è dato da vivere». E il tempo che ci è dato non ci chiede chi vince. Ci chiede se la democrazia regge. Il resto, per quanto rumoroso, è cronaca di un Novecento che non c’è più.
*esperto di comunicazione politica

