Questo referendum non è un voto pro o contro un governo. Si tratta di confermare una riforma in linea con le democrazie più mature, con lo Stato di diritto
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Sanremo, spesso, racconta il Paese prima ancora della politica. L’edizione 2026 si è chiusa con la vittoria di “Per sempre Sì” di Sal Da Vinci. Una canzone d’amore costruita attorno a una parola semplice ma impegnativa: scegliere. Da giorni quel titolo risuona ovunque e finisce inevitabilmente per intrecciarsi con l’altra parola che attraversa il dibattito pubblico: il Sì del referendum costituzionale sulla giustizia.
Certo, tra il palco dell’Ariston e le urne elettorali passa la differenza che separa una canzone sentimentale da una decisione istituzionale. Ma il punto di contatto resta lo stesso. Arriva sempre un momento in cui non basta restare spettatori: bisogna decidere, partecipare.
Il referendum confermativo sulla riforma della giustizia, che si svolgerà il 22 e 23 marzo prossimi, non prevede quorum. L’esito dipenderà esclusivamente da chi sceglierà di votare. È una scelta precisa dei Costituenti: quando si modifica la Carta fondamentale non deve prevalere l’astensione strategica, ma la responsabilità democratica.
La riforma, del resto, non nasce oggi. È il punto di arrivo di un percorso iniziato con il superamento del modello inquisitorio, proseguito con il codice di procedura penale di Vassalli del 1989 e consolidato con la riforma del “giusto processo” del 1999, quando il Parlamento — con una larga maggioranza bipartisan — stabilì che il giudice dovesse essere terzo e imparziale rispetto all’accusa. Oggi si tratta semplicemente di completare quel principio rimasto incompiuto.
Non sorprende che una riforma destinata a ridimensionare il peso delle correnti nella magistratura e a distinguere con maggiore chiarezza le funzioni giudicanti e requirenti abbia incontrato forti resistenze. A questa mobilitazione si è affiancata una parte del fronte politico che interpreta il referendum come uno scontro tra maggioranza e opposizione: se la riforma è del Governo, allora va respinta. Ma una revisione costituzionale non può essere ridotta ad una dinamica di schieramento.
Colpisce, infatti, un’evidente incoerenza politica: forze di sinistra che per anni hanno sostenuto la separazione delle carriere e il sorteggio come strumenti per superare il sistema delle correnti – mi riferisco su tutti al Partito Democratico e al MoVimento 5 Stelle – oggi, contestano le stesse soluzioni solo perché inserite in una riforma promossa dall’attuale maggioranza. Quando le idee cambiano in base a chi le propone, il rischio è che il merito delle questioni scompaia dal confronto pubblico.
Il vero tema, però, non riguarda gli equilibri tra partiti, ma la libertà del cittadino che si misura di fronte alla tenuta del “giusto processo”. La separazione delle carriere definisce l’imparzialità del giudice, rafforza il contraddittorio e contribuisce a ricostruire la fiducia dei cittadini nella giustizia.
La riforma prevede pure la nascita di due distinti Consigli Superiori della Magistratura, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. L’introduzione del sorteggio nella selezione dei componenti mira a spezzare il peso delle correnti e a riportare al centro merito, competenza e reale indipendenza delle funzioni. A completare l’intervento vi è l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma, chiamata a giudicare la responsabilità dei magistrati.
In un’epoca segnata da astensionismo crescente, crisi geopolitiche e trasformazioni tecnologiche profonde, partecipare al voto diventa ancora più decisivo. Non votare non impedirà la decisione: semplicemente lascerà che siano altri a prenderla.
Questo referendum non è un voto pro o contro un governo. Si tratta di confermare una riforma in linea con le democrazie più mature, con lo Stato di diritto.
Sanremo ha premiato un “Per sempre Sì” musicale. Agli italiani spetta ora un Sì o un No molto meno romantico ma decisamente più importante: quello che misura la capacità di una democrazia di rendere la giustizia davvero imparziale.
Perché una giustizia più equa non indebolisce lo Stato: lo rende più credibile.
*Già Sottosegretario di Stato e Parlamentare della Repubblica Italiana

