La morte di Peppino Pecora non è solo una perdita. È un silenzio che cade su una comunità, un vuoto che pesa più delle parole, perché riguarda una stagione della vita pubblica in cui la politica aveva ancora un volto, una voce riconoscibile, una responsabilità morale.

La Calabria, e in particolare la sua amata Rovito, si è svegliata più povera. Non soltanto perché ha perso un ex sindaco, ma perché ha salutato uno di quegli uomini che non hanno mai considerato le istituzioni come un palcoscenico, bensì come un servizio. Pecora è stato sindaco dal 1973 al 1985, in un tempo in cui amministrare significava scegliere, esporsi, assumersi il peso delle decisioni senza la protezione dell’ambiguità. Anni duri, complessi, spesso ingrati. Anni in cui il consenso non si misurava a colpi di slogan, ma nel rapporto quotidiano con i cittadini.

Comunista, dottore in scienze agrarie, docente e conoscitore profondo del territorio, Pecora ha incarnato una politica radicata nella terra e nella realtà. Non a caso, per un decennio ha guidato la Comunità Montana Silana, intuendo prima di molti altri che lo sviluppo non può prescindere dalla tutela e dalla valorizzazione delle aree interne. In quelle montagne, troppo spesso dimenticate, ha esercitato una visione che oggi chiameremmo sostenibile, ma che allora era semplicemente buon senso.

Il suo impegno non si è fermato ai confini del paese. Consigliere provinciale e vicepresidente dell’Amministrazione Provinciale di Cosenza, Peppino Pecora ha attraversato la politica con uno stile raro: fermo senza essere arrogante, disponibile senza essere debole. Amico di tutti, come ricordano in molti, ma non per convenienza. Amico perché capace di ascolto, perché presente, perché disposto a farsi carico delle richieste, delle mediazioni, delle attese. In un’epoca in cui l’intercessione era spesso l’unico modo per tenere insieme istituzioni e persone, Pecora ha rappresentato una cerniera umana tra il potere e la vita reale.

In un tempo in cui la politica tende a esibirsi più che a servire, Pecora apparteneva a un’epoca in cui il potere si giustificava solo attraverso il dovere.

C’è una frase che torna spesso nei necrologi, ma che in questo caso suona terribilmente vera: un amico che muore porta con sé una parte di noi. Con Peppino Pecora se ne va un’idea di politica come relazione, come responsabilità condivisa, come dovere civile prima ancora che come ambizione personale. Se ne va un uomo che sapeva che amministrare è un onore, non un privilegio.

È morto nella sua casa di Rende, lontano dalle luci e dai clamori, così come aveva vissuto la parte più autentica del suo impegno pubblico. Restano la moglie Pia, le figlie Lina e Mariella, i nipoti e i familiari, ai quali va il cordoglio di un’intera comunità che oggi si scopre più fragile.

Rovito gli sarà sempre riconoscente, si è detto. Ma la gratitudine vera non sta solo nelle parole o nei comunicati ufficiali. Sta nella memoria che diventa esempio. Sta nel ricordare che la politica può ancora essere una cosa seria, sobria, umana. Che può avere un tono pacato e insieme incisivo. Che può lasciare un segno senza fare rumore.

Il funerale si terrà lunedì 26 gennaio nella Chiesa di Sant’Antonio in Commenda di Rende. Sarà un momento di raccoglimento, ma anche di bilancio collettivo. Perché figure come Peppino Pecora non appartengono solo al passato: interrogano il presente. Ci chiedono se siamo ancora capaci di amministrare con la stessa passione, lo stesso senso del dovere, lo stesso amore sincero per la cosa pubblica.

In tempi di politica urlata e smemorata, Peppino Pecora resta il promemoria di ciò che la politica dovrebbe essere.