In Calabria si è votato con un anno e mezzo di anticipo. Un’eccezione trasformata in necessità, un’accelerazione spiegata come unica via possibile per rimettere in moto la Regione. Serviva il voto, ci dissero, per sbloccare la burocrazia. Per far ripartire la macchina. Per governare.

Oggi, a distanza di tempo, la macchina è ancora ferma. O, quantomeno, procede con la stessa lentezza di prima, come se il problema non fosse mai stato il calendario elettorale ma qualcos’altro. La burocrazia non è stata domata, gli ingranaggi non girano più veloci, i territori non percepiscono alcuna svolta. Il voto anticipato c’è stato. Il cambio di passo, no.

La sensazione è che le urne siano state presentate come una cura miracolosa, quando erano – al massimo – un passaggio politico. Legittimo, certo. Ma non risolutivo. Perché il governo di una Regione non si misura con la data delle elezioni, ma con la capacità di decidere. E decidere, al momento, sembra l’atto più raro.

Questa seconda legislatura, di fatto, non è mai iniziata. Non perché manchi il tempo, ma perché mancano i fatti. Oggi siamo qui a chiederci, senza sarcasmo ma con ostinazione: che cosa è cambiato dal giorno delle elezioni in poi? La burocrazia che “non lo faceva lavorare” è stata rivoluzionata? No. C’è stata una nuova Giunta capace di dare slancio, accelerare, decidere? No.

Il PNRR, che ha una scadenza imminente e rappresenta l’ultima occasione di ossigeno per un’economia regionale già fragile, ha preso velocità? No. E il rischio non è politico, è materiale: risorse perse, cantieri incompiuti, un possibile disastro economico e finanziario. La sanità è stata finalmente affrontata come emergenza strutturale? È stata almeno avviata una riforma vera? No.

Il commissariamento è stato eliminato, come annunciato in campagna elettorale dalla presidente del Consiglio, che lo aveva promesso pubblicamente? Anche qui: no. Qualcuno ha annunciato, qualcun altro ha rinviato. Il risultato è che tutto è rimasto com’era.

E allora torniamo al punto di partenza, quello che nessuno riesce più a evitare: perché siamo andati a votare? Se nulla è cambiato, se nulla è partito, se questa seconda legislatura non ha prodotto nemmeno un atto simbolico di discontinuità, il sospetto è legittimo. Non offensivo, non malizioso: legittimo. Il voto anticipato è servito a continuare a governare meglio o semplicemente a rimettere il contatore politico a zero?

C’è poi un altro dato che incombe e che nessuno chiarisce fino in fondo: questa legislatura arriverà davvero alla fine? O la Calabria rischia di tornare alle urne ancora una volta, dopo essere stata già chiamata a votare “per necessità”, se il presidente dovesse scegliere un’altra partita, un altro livello, un altro ruolo?

A questo punto il nodo non è più tecnico, né burocratico. È politico. Se si vota in anticipo e poi non cambia nulla, il voto diventa una scenografia. Se si chiede un mandato pieno e lo si usa a metà, quel mandato perde senso.

La Calabria non può vivere in una campagna elettorale permanente. Non può essere governata “in attesa di capire”. Non può restare sospesa mentre il PNRR scade, la sanità resta commissariata e le decisioni vengono rinviate. E allora le domande diventano inevitabili, e non possono più essere eluse. Abbiamo votato per governare o per prendere tempo? Questa legislatura esiste davvero o è solo una proroga mascherata? E soprattutto: dovremo tornare alle urne nel 2027 dopo essere stati già chiamati a votare in anticipo?

Perché, se così fosse, la verità sarebbe una sola: non si è votato per cambiare la Calabria, ma per usarla come passaggio intermedio. E i calabresi, una cosa del genere, non se la meritano.