«Sean Penn non ha potuto essere qui stasera o forse non ha voluto, quindi ritirerò il premio a suo nome». Con un’alzata di spalle di Kieran Culkin si è consumata la consegna dell’Oscar come miglior attore non protagonista a uno Sean Penn contumace. La sua strepitosa interpretazione del colonnello beone sovranista Stephen Lockjaw vale metà del film di Paul Thomas Anderson che ricama il ritratto perfetto dell’America di oggi. A quanto pare Sean Penn ha preferito andare in Ucraina a manifestare vicinanza al popolo invaso che mettersi lo smoking e lucidarsi il ciuffo.

«L’Academy ha dato prova di una codardia davvero straordinaria quando si tratta di far parte del mondo più ampio dell'espressione e, di fatto, ha contribuito in larga misura a limitare l'immaginazione e a restringere fortemente le diverse espressioni culturali» aveva detto a Variety, durante il Festival del Cinema di Marrakech nel 2024. Non stupisce quindi la sua assenza “politica” perfettamente coerente con la sua linea.

Ma Penn non è un caso isolato.

George C. Scott nella memorabile scena di apertura di \\\"Patton\\\"
George C. Scott nella memorabile scena di apertura di "Patton"

Nel 1971 George C. Scott, vinse l’Oscar come miglior attore per il film Patton (guardare oggi la sequenza di apertura mette i brividi per la sua straordinaria attualità), ma non si presentò neanche alla cerimonia. Scott aveva sempre criticato l’idea di competizione tra attori e definiva la cerimonia degli Oscar una «parata di carne di due ore» (“a two-hour meat parade”). Quando ricevette la candidatura, scrisse all’Academy chiedendo di non essere nominato. Ma forse, mescolando dispetto a rispetto, i giurati lo nominarono e lui vinse la statuetta battendo avversari come Jack Nicholson (candidato per Cinque pezzi facili) e Ryan O’Neal (Love Story). La notte della cerimonia Scott restò a casa a New York a guardare una partita di hockey in televisione. Quando venne annunciato il suo nome come vincitore, la statuetta fu ritirata dal produttore del film Frank McCarthy. Un forfait memorabile come la scena di apertura di un film che resta una delle più celebri della storia del cinema. Oscar o no.

Il precedente più clamoroso però è datato 1973. Marlon Brando è in lizza come miglior attore per l’interpretazione di don Vito Corleone ne “Il Padrino” di Francis Ford Coppola. Al Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles gli attori Roger Moore e Liv Ullmann sono pronti a proclamare il vincitore. È Marlon Brando. Ma lui non c’è. A salire sul palco è una donna con lunghe trecce scure vestita con gli abiti tradizionali dei nativi americani. Si chiama Sacheen Littlefeather, attrice e attivista Apache. Quando Moore tenta di porgerle la statuetta, lei alza la mano e rifiuta fisicamente l’Oscar, senza toccarlo. Parlando a nome di Marlon Brando, spiega che l’attore protestava così contro il modo in cui Hollywood e la televisione rappresentavano i nativi americani e contro il trattamento che il governo degli Stati Uniti gli riservava.

Alcuni in sala applaudirono, altri fischiarono e protestarono. Dietro le quinte John Wayne, molto patriottico e repubblicano di ferro, si infuriò e secondo diversi testimoni dovette essere trattenuto da alcuni uomini della sicurezza per evitare che salisse sul palco a urlare contro le parole pronunciate dall’attivista.

Sacheen Littlefeather sale sul palco al posto di Marlon Brando
Sacheen Littlefeather sale sul palco al posto di Marlon Brando

Poi ci sono gli allergici, come Woody Allen, che ha preferito sempre suonare il clarinetto che ritirare una statuetta, e Katharine Hepburn, una delle attrici più premiate della storia del cinema con quattro Oscar come miglior attrice, che non si presentò mai sul palco.

C’è invece chi approfitta del momento più importante di una intera carriera artistica per lanciare messaggi politici e sociali.

Fece molto scalpore il discorso di Vanessa Redgrave che vinse l’Oscar per Julia nel 1978. L’attrice attaccò apertamente un gruppo di manifestanti che protestavano contro le sue posizioni politiche filopalestinesi. Nel discorso disse che non si sarebbe lasciata intimidire da quello che definì «un piccolo gruppo di gangster sionisti». Una leonessa.

Ancora oggi è considerato uno dei discorsi più folgoranti nella storia degli Oscar.

Un attacco frontale al potere lo riservò nel 2003 il documentarista Michael Moore al presidente Bush. Moore vinse l’Oscar per Bowling for Columbine e parlò alla platea senza peli sulla lingua. Attaccò direttamente la guerra in Iraq e l’amministrazione: «Viviamo in tempi fittizi – disse - una guerra fittizia, con un presidente fittizio». Per lui furono applausi e fischi.

Nel 2009 Sean Penn, sempre lui, guadagnò la statuetta per Milk, film dedicato all’attivista gay Harvey Milk. Nel discorso attaccò le leggi contro i matrimoni omosessuali e difese i diritti LGBT: «Chi vota contro l’uguaglianza dovrebbe vergognarsi» tuonò. Quest’anno ha deciso invece di far sentire la sua assenza che è pesata molto più di tante presenze in sala.