C’è sempre la Calabria nell’Alvaro scrittore di viaggio: può essere un percorso della memoria, o la simbologia dell’acqua e delle strade d’un tempo, o la messa a fuoco del carattere dei calabresi. Anche la creazione dell’Agro Pontino, dopo la bonifica delle paludi, è raccontata da chi è nato «vicino alla zolla della terra»
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Non ci sono solo i reportage in terra straniera. «La Stampa», fra la fine del 1932 e i primi mesi del ’33, lo invia come scrittore di viaggio in varie realtà italiane. Questi ‘pezzi’ giornalistici sono stati subito raccolti da Alvaro, nel 1933, in un volumetto dal titolo Itinerario italiano, più che raddoppiato poi nel 1941 con l'immissione di nuove e numerose corrispondenze, che passano da quindici a trentaquattro.
È interessante che in avantesto a Cronaca (o fantasia), datata 1934, un elenco autoriale delle proprie opere per sezioni ne abbia una, dal titolo «Paesi e viaggi», che comprende Calabria (del 1931), Viaggio in Turchia (1932), Itinerario italiano e La terra nuova. Prima cronaca di Littoria (1934). Con l’ovvia esclusione del secondo titolo, già trattato, seguirò la traccia alvariana, annotando che ― se è del tutto comprensibile l’inclusione del quarto volumetto, nato da una serie di sette estesi articoli sull’opera gigantesca di bonifica delle Paludi Pontine e della loro urbanizzazione ― può destare stupore quella di Calabria. È l’unico testo, infatti, a non avere una genesi giornalistica, essendo scaturito da una conferenza al Lyceum di Firenze (4 febbraio 1931) e poi organicamente sviluppato per entrare a far parte di una collana, «Visioni spirituali d’Italia», che annoverava una cinquantina di titoli, accomunati dal voler delineare «il volto e l’anima dell’Italia».
In realtà, è anche questo un viaggio: non fisico, ma della memoria. Alvaro vuole dare un profilo svelto e incisivo della propria terra d'origine ― allora come oggi emarginata ― per sfatare antichi pregiudizi. Il volumetto (ristampato alcuni anni fa in anastatica da Iiriti per la Fondazione Alvaro, insieme con La Calabria del 1925) è captante: in un centinaio di paginette coagula davvero l'anima profonda della Calabria, il suo respiro plurisecolare. Si apre rivendicando la grandezza di tutta la sua storia intellettuale («Campanella è il calabrese più italiano») per poi affermare con forza che la vera originalità e forza vitale dell’arte risiede non nella importazione di forme e contenuti ma «nell’essere fedele alla sua terra». Se ci fosse stata in Calabria l'orgogliosa consapevolezza della propria cultura, «ben altra sarebbe stata la forza della sua civiltà»; e si sarebbe creata una coscienza di identità accomunante, come invece non è stato.
La parte più ricca risiede nella delineazione sociologica e antropologica della Calabria, con splendidi colpi di penna sulla emigrazione e sulla «forza degli atti simbolici» che costellano la vita del suo popolo, insieme con «l'infinito numero delle superstizioni». È un mondo che sta scomparendo, dopo la frattura epocale impressa dalla Grande guerra e dalle opere pubbliche realizzate in pochi anni dal governo fascista. Ma se si vuole penetrare davvero nel nucleo profondo di questa terra, bisogna conoscerne le segrete antichissime radici e le sue ritualità religiose. E Alvaro chiude nel segno di Polsi, tornando a tratteggiare fascinosamente lo svolgersi della festa di settembre da «io» testimoniale, che bambino portava come tutti un sasso da depositare presso «la croce dell’altura»: in «un cumulo di materiale buono per la fabbrica del convento e degli ospizi dei pellegrini».
La Calabria come terra natia ― quella in cui si compie nell`infanzia «l'inventario dell'universo», cioè le scoperte fondamentali della vita ― è anche nell'Itinerario italiano del 1933, che si apre e si chiude nel suo segno, come anche nella edizione del `41. L`acqua e le strade come simboli di una civiltà e di un tempo ormai tramontati, ma recuperati da una memoria liricamente narrativa: la voce dell'acqua ― che è vita e presenza continua nell'immaginario ― come «religione», prima che le tubazioni della modernità ne distruggessero la ritualità; e le strade di terra battuta d'un tempo (ci vogliono «molti anni per cancellarle», lì dove sono passati gli uomini «per trecento anni») come penetrazione nel «cammino d`una civiltà» e «nei misteri d'una comunità umana». Con le nuove vie «finisce il mondo classico, il mondo antico, il mondo della natura»; e finiscono «i giorni lunghi» e «la fatica di vivere e di camminare».
Ma perché raccogliere queste corrispondenze di viaggio? Lo spiega Alvaro nella prefazione alla edizione del 1933: «ogni generazione di scrittori italiani rifà daccapo i suoi conti con il proprio paese». Mai, a partire dalla Grande Guerra, «gl`italiani hanno scritto tanto dell'Italia», per un'esigenza tutta moderna e non passatista: come espressione di una letteratura «profondamente nazionale», che ha superato «le divisioni elementari tra regionalismo e universalismo». «Conoscere l'Italia è come esplorare noi stessi» e, per l'autore, trovare «un suo modo d`esprimere» ciò che andava scoprendo.
Tutto questo trova un suo coerente modulo interpretativo già nel 1933, e più ancora nel 1941, quando gli scritti d'occasione, scaturiti dall'impegno giornalistico, vengono raccolti in ben più vaste e numerose costellazioni di territori geografici, percorsi nelle loro principali realtà regionali (soprattutto settentrionali, dato che il committente era «La Stampa» di Torino) e urbane. Il dato cronistico, da cui non può prescindere, viene subito superato in un affollarsi complesso di elementi: con un unico movimento l'occhio di Alvaro congiunge passato e presente, tradizione e modernità, stratificazioni culturali e vita socioeconomica. Qualche minima attestazione: in I grandi scenari di Mantova un`ora in un osteria trapassa nella riflessione su una letteratura, la nostra, che da D'Annunzio in poi è animata dal «sentimento sepolcrale delle cose, d'un popolo che intorno a sé non vedeva se non la morte dei grandi sogni». Il treno delle mondine è tutto improntato alla considerazione sociologica sulla donna che ― lì dove i paesi sono più arretrati e schiavi di antichi pregiudizi ― tanto più forte esercita la sua spinta a darsi «al lavoro come allo strumento più rivoluzionario della nostra epoca».
Sono, queste, piccole annotazioni che non riescono a dare se non una povera idea sulla ricchezza proliferante dell'Itinerario italiano. E allora, diamo almeno un esempio, fermandoci su Calabria, il segmento più intenso dell`intero volume. Ogni suo capoverso è aperto dalla enunciazione del tema che verrà svolto in esso; e, come sempre, Alvaro instaura subito la contrapposizione fra una regione oppressa dal sopruso e dalla violenza, ma al tempo stesso pervasa dall'aspirazione alla giustizia e all'utopia. La durezza della gerarchia feudale e sociale è in accordo con «le mille forze nemiche della natura»; e allora il calabrese si attacca alla famiglia come valore supremo e ― come in Gente in Aspromonte ― per il suo riscatto, per la sua elevazione, è capace di soffrire ì più grandi sacrifici, le più aspre rinunzie. Ora le nuove strade consentono in qualche ora di transitare dalla neve a una spiaggia calda, possibilità unica in Italia, e dunque dalla gente bruzia e pastorale, arroccata sui monti, a quella magnogreca e mercantile. E questo spiega anche il carattere bipartito del calabrese: scisso tra lo slancio verso l'inconoscibile e il dispiegarsi di feroci passioni.
Può essere definita una costola di Itinerario italiano il libro più discusso e frainteso di Alvaro: Terra nuova. Prima cronaca dell'Agro Pontino. I lettori si sono fermati tutti a cogliervi una testimonianza di resa al fascismo e al suo Capo, facendo perno sul sesto capitolo, «Mussolini tra i pionieri». Questa cronaca, invece, celebra l'opera indiscutibilmente più provvida e imponente del regime: Alvaro è testimone attento e documentato e ammirato di questa realizzazione grandiosa; e non può non ascrivere al Capo il merito di averla voluta e realizzata. Per 2500 anni una terra di 80000 ettari è stata «fradicia» d`acqua, ha navigato su un «abisso viscido di fango»; e ora invece, sulla sua superficie bonificata, sono sorte città, abitate da emigranti arrivati col «miraggio d`una terra che finalmente amministreranno da produttori, senza nè servi nè padroni».
La crescita dei coloni è stata esponenziale; e la perfetta organizzazione dei loro trasferimenti da terre lontane ha consentito un radicamento veloce e umano nella nuova realtà. Non è mai accaduto nella storia italiana «di vedere in così breve tempo una così vasta e completa trasformazione della terra»: è un «fatto superbo», per l`intera civiltà occidentale, e solo chi è nato, come Alvaro, «vicino alla zolla della terra», può sentirne la portata epocale e la ritualità di un fuoco che si accende, macchiando il camino. Invece della «solitudine grigia dell'acqua», si scorgono ora i tetti delle case e il fumo dei comignoli; e, a distanza di un anno dalla sua prima visita, ciò che Alvaro aveva visto come una «scenografia vuota» ora è tutta «occupata dagli uomini con la loro vita quotidiana». Non si era «veduta mai una città nascere così», in un breve viaggio verso il proprio destino, con «l'orgoglio d'essere uomo e di avere alle spalle una civiltà di fatica umana».

