Anche l’amore, in uno stato totalitario, può essere proibito, perché sfugge al controllo del Potere. Una grande narrazione su ciò che possa diventare la vita, o meglio la sua negazione, sotto una dittatura, qualunque essa sia
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Il titolo originariamente pensato da Alvaro era Paura sul mondo, poi mutato in L’uomo è forte (1938), ponendo l’accento sulla possibilità di resistere piuttosto che di arrendersi al Potere. Si inscrive con modernità di tecnica narrativa e memorabile efficacia di esiti espressivi nel genere del romanzo-saggio. Delinea la fenomenologia della psicologia individuale e sociale in uno stato totalizzante e poliziesco, in cui ogni parola, ogni azione, ogni gesto, appaiono colpevoli o pericolosi e determinano una soffocante psicosi nella tragedia dell’isolamento e dell’incomunicabilità. È una trasformazione epocale della civiltà: «l’uomo non è più uno scopo e un fine, […] ma uno strumento e un mezzo».
Il regime poliziesco ed il sistema spionistico sono stati tanto estesi da investire tutte le cellule della vita associata. Ognuno ha paura dell’altro: la folla cammina incolonnata senza voltarsi, senza parlare, vivendo una solitudine di massa nella collettività coatta. È l’atmosfera angosciosa del sospetto e del terrore ― con l’annichilimento di ogni aspetto della individualità per scatenare l’identificazione con il Capo Supremo ― che ne costituisce (come subito riconobbe l’editore Valentino Bompiani alla lettura del dattiloscritto) il pregio maggiore e l’aspetto più rilevante della sua originalità. La portata europea di questa innovazione precede di ben un decennio l’antiutopia orwelliana di 1984, non meritatamente più famosa di L’uomo è forte.
È il romanzo della paura che penetra in ogni elemento dell’umano; e Alvaro trova un indovinato equilibrio fra l’istanza etico-saggistica e la struttura narrativa. Vi domina la ricerca ― nello stile, nella tecnica espressiva, nel taglio degli episodi ― di una tonalità plumbea, oppressiva e ossessiva. Fenomenologia impietosa della follia di potenza dei sistemi totalitari (compreso il fascismo), L’uomo è forte rappresenta il momento più acuto della contestazione alvariana nei confronti delle società totalitarie e massificate che isolano e annichiliscono. Ogni aspetto della realtà kafkiana che risucchia l’ingegnere Dale ― tornato in patria (la Russia) perché crede nella nuova società nata dalla rivoluzione ― è attanagliata dall’incubo del proibito, che stravolge le coscienze e vieta ogni forma di autentico contatto umano: soprattutto l’amore, il modo più privato e resistenziale di lottare contro la solitudine «di un mondo che odora di morte».
Sotto la pressione soverchiante della paura Dale e Barbara (l’antica amica di un tempo, di cui ora si innamora) assumono la consistenza di ombre che si consegnano ― con slittamento fatale ― nelle mani totalizzanti del Potere: l’uno attraverso un delitto dosteovskijano senza scopo apparente; l’altra attraverso la denunzia dell’amante, per salvarsi e per distaccarsi dall’abiezione di Dale, divenuto «vile come tutti gli altri». Quest’ultimo, però, dall’annichilimento di una mera esistenza biologica in una cellula nevrotica di terrore, riuscirà a salvarsi fuggendo; e, soprattutto, a sopravvivere ricostituendo la propria umana coscienza e risalendo dall’abisso della paura, della colpa e dell’alienazione.
Per Alvaro la donna è memoria, verità, identità della propria terra e ― soprattutto ― superficie su cui si riflette il volto del tempo storico e della civiltà. Il mondo nuovo e sconosciuto in cui vuole trapiantarsi viene ‘letto’ da Dale attraverso Barbara e le donne che incontra nell’impatto con una realtà che è al tempo stesso sua (perché vi era nato trentadue anni prima) e ‘altra’, perché totalmente mutata rispetto ai suoi sfuocati ricordi infantili. Dale trova Barbara che l'attende alla stazione; e gli appare come una icona alternativa al vecchio mondo, che aveva rifiutato. Ma immediatamente Dale si accorge che invece Barbara è diversa da come l’aveva immaginata: esita, balbetta per una nascosta paura, gli ingiunge di non tentare più di vederla. Si connota come criminoso tutto ciò che è possessivo, segreto, individuale: «male è quello che si fa di nascosto», e dunque si vive in una sospensione angosciosa, fingendo di essere vivi.
Dale è figura ambivalente sin dall’inizio. È disposto a condividere l’abiezione di tutti, per entrare a far parte della nuova realtà prodotta dalla rivoluzione, ma poi si tradisce subito confessandosi incapace di chiudersi nel conformismo di tutti, nel quale ogni sentimento privato è represso e perseguitato. L’incombere della solitudine, come in «una landa deserta», e il senso di una proibizione senza ragione, di un ignoto pericolo in agguato, danno a Dale il piacere ― inesplicabile e potente ― di poter compiere (e far compiere) il male, che è infrazione del divieto, brivido della trasgressione. E una stessa ambivalenza è in Barbara: impaurita (e talvolta atterrita) dal pericolo, è però coraggiosamente determinata a correrlo.
È uno stato di morte in vita non attendere più nulla, vivere passivamente nell’acquiescenza e nella morta quotidianità: come Dale, Barbara si attacca alla possibilità dell’amore per essere e sentirsi viva. Ambedue si sentono soli in un universo di dolore, fagocitati da una solitudine sconfinata che imprime un valore assoluto al sentimento ed al corpo. In un mondo che odora di morte i due pellegrini si cercano perché è proibito, trovano un significato vitale nell’eludere strane leggi, fuggono dall’insignificanza che opprime perseguendo la colpa di sottrarsi alla collettività per poter essere di uno solo, e di una sola.
Dopo che Dale ha dichiarato di amarla, Barbara lo introduce in casa, avendo ormai deciso di andare contro il Potere; ed i due si abbracciano, sconfiggendo per un breve intensissimo tempo la solitudine e la paura. Altro momento di taumaturgica congiunzione è quando Barbara va nell’albergo di Dale, si rifugia nel bagno ed apre l’acqua della vasca. L’uomo la sorprende accucciata nel liquido, in posizione fetale, quasi a ritrovare un contatto rinverginante con la vita, con la beatitudine innocente dell’elemento materno, che purifica dal passato. E coglie il dolore della Storia nelle stigmate che in quel corpo di donna-madonna «avevano impresso le sofferenze e gli anni», che egli tenta di lenire lavandola «con la stessa durezza delle mani di una madre».
Al tempo stesso, però, cresce in lui l’ossessione che ogni suo pensiero sia noto a «qualcuno che sorveglia le sue azioni. Era come agire alla presenza di un individuo che vedeva tutto e a cui era impossibile nascondere ogni più piccolo atto o pensiero. È il Capo Supremo, che aveva visto stando in piazza, quando era stato testimone del legame erotico, parossistico, che si era creato tra la massa e il suo idolo. Nel progredire della malattia, grida; ed è il grido di una metamorfosi avvenuta, di una parte sconosciuta di sé. Divenuto tutt’uno con l’Inquisitore che lo sorveglia, si rivolge al Capo, all’Uno, promettendo che farà di tutto per essere come gli altri: «Fa di me un essere umano. Fa di me un uomo».
Barbara scandisce le stazioni della malattia di Dale: scopre in lui i medesimi gesti che erano di tutti, ormai dominato dalla coazione ad «essere come tutti gli altri, in pace», per sfuggire al senso del peccato. Il ricordo di ciò che è stato ancora li unisce, ma la ragione li separa e le parole lo sanciscono. Ormai in preda alla repulsione, Barbara pronunzia la sentenza definitiva («Sei vile. [...] Siamo vili. [...] Sei vile come tutti gli altri») e gli comunica la decisione di denunziarlo, per non soffrire, per non morire. Si salutano freddamente, poi Barbara si reca dall’Inquisitore, appagata di rientrare nell’ordine di tutti, distruggendo Dale, e di salvare il proprio corpo.
È indubbio che Alvaro abbia prefigurato la imminente civiltà mediatica: vivendo come si vive, «ognuno di noi entra nell’altro, invade l’altro, occupa l’altro da sé». La civiltà nuova «è tutta contenuta nella radio»: l’universo è seminato di voci e «non ci apparteniamo più». «In questo fenomeno della più profonda passività che abbia mai conosciuto la storia umana, ognuno si crede un personaggio», mentre ne è solo l’ombra, una parvenza, un fantoccio. Così Alvaro ha colto acutamente il transito epocale verso l’uomo-massa e l’universo multimediale; e lo ha emblematizzato nel percorso di Dale, che è uno sprofondamento in esperienze degradanti di dolore, di violenza e di perversione sino alla gratuità violenta dell’omicidio, ma che è anche la possibilità di un cammino redentivo nella resistenza dell’umano e dei valori di tutta una civiltà, quella occidentale, alle sirene distruttrici di una pretesa civiltà alternativa. La metamorfosi della viltà conosce, giunta al suo ipogeo, un ribaltamento di rotta, una resistenza che vince sulle forze accerchianti del male e sulla abdicazione alla dignità dell’essere.
È una sofferta riemersione, quella di Dale. Dopo l’omicidio, in stato adrenalico vaga per la città, poi lo ritroviamo a duemila chilometri dalla capitale, in fuga verso i confini dello stato totalitario, lì dove agiscono le bande controrivoluzionarie. Del suo peregrinare verso una improbabile salvezza non ricorda che sparsi frammenti. In un villaggio era stato arrestato dai Partigiani e percosso in modo umiliante, rendendolo avvilito e vile, e infine giustiziato, dopo una notte folta di memorie. Il ritorno alla vita – non solo fisica – si pone tra le pagine espressivamente più realizzate dell’intera opera alvariana, riuscendo a disegnare stupendamente lo stentato riemergere della coscienza dalla torpida prigionia del buio e lo svincolarsi dall’abbraccio del nulla per una nuova risalita dall’utero verso la luce.
Poi sente un’altra voce, diversa dalla sua: «qualcuno si era insinuato nel suo sonno profondo»; e si ritrova gettato «su una proda che egli conosceva, piena di rumori noti, di odori noti, e questa era la vita». Da un’infermiera apprende che i Partigiani hanno vinto e l’hanno salvato dalla morte, dopo il colpo di rivoltella e gli altri dodici che gli sono stati inferti con la baionetta nello stomaco. Dale comprende allora di essere stato scambiato per una vittima delle Bande controrivoluzionarie: la sua fuga è stata vana, è tornato prigioniero del mondo da cui aveva tentato di evadere. La donna lo rassicura: «è sempre un uomo»; ed era questo il finale, già emblematico, del romanzo. Nell’edizione del 1945 venne aggiunto un unico periodo, fortemente scandito: «Dale si mise a progettare un nuovo piano di fuga», a testimoniare la forza incoercibile dell’umano e della speranza, pur nella insoffribile infelicità del mondo.

